Pesciolina lieta e snella
di mirabile virtù:
nei meandri del mio corpo
vivi e nuoti, dormi e giochi!
Arti, testa, naso, bocca,
cuore, viscere, polmoni:
vi trascorri e tutti tocchi
di quel mare i porti ignoti.
Non potrebbe dirsi quanto
col tuo fare mi fai lieto.
L’allegria tua mi contagia.
Tasti gli organi e li assaggi.
Tocchi, strusci e infine… abbocchi!
Doloretti e scosse a parte,
solitudine non so.
Perché averti dentro sempre
è dolcezza che mi bea.
Poté mai ottenere tanto
chi sua bella vagheggiò?
Se risali il nervo acustico,
sento la viva musica del mare.
Volteggio se transiti nel vestibolare.
Indovino dove tu sia,
quando ferma te ne stai, sorniona.
Il vero senso delle cose mi appare,
quando ti acciambelli nei miei occhi.
Ma ecco che mi fai sognare,
se, ardita e tenera, mi entri nel cuore.
Francesco
luglio 10th,2010
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Libreria Mondadori
giovedì 24 giugno alle ore 18.00
presentazione del libro ‘La Bolgia’ di Conchita Sannino (ed. Il Saggiatore)
Dialoga con l’autrice Renato Nicolini
Legge Antonio Lo Presti
Introduce gli ospiti Adele Fortino
I roghi dei rifiuti ammassati sulle strade di Napoli si sono appena spenti, quando in un locale per banchetti sulla tangenziale si festeggia il compleanno di una diciottenne. Arriva un ospite ‘a sorpresa’: è l’uomo più ricco e potente d’Italia. Esplode lo scandalo. Si ripercuote su scala nazionale e internazionale…
Baci & Abbracci …Marilena
giugno 21st,2010
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Terremoti carissimi, dopo un mese difficile, ma ormai superato, abbiamo deciso che, comunque era necessario vedersi per un ultimo laboratorio prima dell’estate. Vi invito a Reggio Calabria il 26 giugno 2010 dalle 16 alle 19 ( ci organizzeremo per attraversare insieme lo stretto) dove saremo ospiti delle Pietre di Scarto, l’associazione culturale di Reggio legata a Bomba Carta. Datemi le vostre adesioni al più presto così potremo organizzare la partenza. intanto un abbraccio e… alle prossime scosse!
nancy
giugno 17th,2010
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di Antonio Spadaro
Servire è un verbo potenzialmente fastidioso. Forse non esiste un verbo con una simile estensione di significati, soprattutto se consideriamo il suo sostantivo corrispondente: servizio/servizi. Può mai una parola che indica il culto, i “servizi religiosi” (services, in inglese), indicare anche il gabinetto? Può mai un verbo che indica il fare del bene, il “mettersi al servizio” indicare asservimento e schiavitù? Che cos’è questo verbo? Qual è il suo mistero che lo rende così strano e flessibile e ambiguo?
Certamente l’idea di “servo” vive accanto a quella corrispettiva di “padrone”: da questa antitesi nasce quella tra “servire” e “spadroneggiare”. Non però quella tra servire e “padroneggiare”. Le cose si complicano ulteriormente, dunque. E forse però proprio qui troviamo una prima chiave di lettura dell’ambiguità del “servire”…
Chi spadroneggia è colui che esercita un ruolo statico e definitorio sulla realtà. Chi spadroneggia si impone e dà un ordine stabile al mondo che lo circonda: e questo ordine è… se stesso. Chi spadroneggia non è il creatore di una forma, ma l’impositore di un modello dal quale non si può sfuggire. Il servo in questo caso è colui che si sottomette e rientra in questo modello. Servire, dunque, significa essere schiavi, rientrare pienamente in questa logica statica. Da qui tutti i significati deleteri e negativi dell’asservimento.
Chi padroneggia invece è colui che usa con “padronanza”, è colui che sa adeguarsi a qualcosa (una lingua da parlare, una tecnica da usare,…) a tal punto che il suo atteggiamento diviene obbedienza creativa, competenza, abilità. Non c’è asservimento qui, dunque, perché l’oggetto (la lingua, la tecnica, l’arte,…) non vive di una dialettica servo/padrone, ma di progressiva connaturalità. E’ da questa dialettica in cui soggetto e oggetto si confondono che nasce il significato più virtuoso di servire con tutte le sue connotazioni.
Servire una persona, ad esempio, aiutandola a mangiare se indigente, a lavarsi se impedita, etc… non significa essere spadroneggiati da quella persona, ma essere con lei in una relazione di obbedienza creativa, di ascolto profondo, e dunque di adeguamento servizievole, pienamente adatto e utile in quella circostanza. Servire aiutando una persona non abile a nutrirsi da sola significa “padroneggiare” una situazione e se stessi in ordine a quella situazione. I servizi religiosi vivono in questo clima in cui il culto risponde a una obbedienza creativa e personale e non a un modello rigido e freddo di annichilante adorazione. Ma così anche i servizi legati ad attività con persone. Anche le persone “di servizio”, inservienti, agiscono bene se “padroneggiano” la situazione a loro affidata. E la stessa relazione tra il datore di lavoro e la persona di servizio vive di una dialettica di adattamenti tra possibilità ed esigenze.
Ma anche il rapporto migliore con le cose vive di questo atteggiamento. Servirsi di una penna, di un martello, di una saponetta, significa costruire con gli oggetti una relazione non statica e dominante, ma un rapporto dinamico, che vive di adattamenti funzionali e progressivi. La nostra vita quotidiana è piena di piccoli oggetti, di piccole cose che ci circondano e delle quali ci serviamo. In realtà il rapporto concreto con le cose è il luogo in cui si gioca molta parte della nostra vita, giorno per giorno. Il significato della nostra stessa esistenza si gioca anche nel modo in cui noi ci serviamo degli oggetti.
In realtà il verbo servire, così ambiguo, vive di molte tensioni. Il suo significato migliore è accostabile a quello inglese di “to play”: i suoi significato di giocare e suonare rendono bene sia il quadro delle regole dentro le quali stare sia la dimensione dinamica e creativa dell’esecuzione (anche “eseguire” è un altro verbo ambiguo esattamente come “servire”, infatti!).
L’arte, in questo senso, è un modo di servire…
giugno 10th,2010
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C’è chi esiste e basta.
Chi non capisce la bellezza di un sorriso,
la potenza di un abbraccio. Pensa,
ci sono persone che non si commuovono
di gioia
davanti a un neonato e
ai suoi occhi luminosi.
Ci crederesti? Alcuni nemmeno si fermano
a pensare quando un albero
è scosso dal vento e le sue fronde
verdissime
oscillano a destra e a sinistra,
a sinistra e a destra.
Come
Possono queste persone dire di vivere?
Che vita è la mia
Se non riconosco i colori di un fiore,
il rosso vivo della fiamma,
l’acqua fresca nella gola,
le carezze dell’aria sulla pelle,
la terra tra le dita dei piedi.
No.
Vivi
guardando il cielo a bocca aperta,
cercando ogni giorno la dimensione delle nuvole.
Osserva
le stelle e chiediti
Perché.
Ascolta
il vento che soffia tra le fessure delle case, tra gli stipiti delle porte, tra i cunicoli più stretti.
Ammira
La grandezza del sole; sentine il calore nelle vene.
Sintonizza
i battiti ritmici del tuo cuore con quelli della Madre Terra.
Alza il volto verso le nuvole scure
e quando piove bevi la pioggia e lascia che ti si infrangano
milioni di goccioline sulle gote.
Sfoglia
Milioni di libri, assapora fino in fondo le storie,accarezza
la carta stampata.
Inietta
La musica nella tua circolazione sanguigna: impara a piangere quando una melodia
Ti tocca il cuore.
Sogna
Tutte le notti ad occhi chiusi,
tutti i giorni ad occhi aperti. Il sogno fa parte della vita.
La nostra vita è il sogno di Qualcuno.
Ama
Intensamente, solo chi lo merita, senza chiedere nulla in cambio.
Chi non ama non vive.
Piangi
Liberando il tuo petto, solo per ciò che lo merita, senza chiedere scusa.
Sanguina
Quando non ne puoi più di soffrire in silenzio.
Credi
Nelle tue capacità, nel tuo tempo, negli amici, nelle situazioni difficili.
Scottati
Con il fuoco.
Tagliati
Con la lama.
Guarisci e prova a guarire
le ferite degli altri.
Fermati
e concentrati sui battiti degli altri cuori, perché non puoi stare solo. Fai
tuoi quei cuori, custodiscili.
Prega
Chiunque sia il tuo Dio, qualunque sia la tua religione hai bisogno di aiuto.
sempre.
Ricorda
Da dove vieni, e
Pensa
A dove andrai.
Fa tutto questo, anche
Di più. E potrai dire di essere davvero vivo.
Lunastorta :)
maggio 13th,2010
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[“Gli Artisti immaturi imitano, gli artisti maturi rubano.” T. S. Eliot]
Io, che tra noi due conduco una danza di parole
e poi, compito, ti accompagno alla soglia,
chiusa la porta rimango solo,
il petto m’invade uno sgomento
e non so più chi sono al di là delle apparenze.
Compiuto è il rito delle formalità
nel dare e nel ricevere scambievoli,
che pudico disconosce la propria inconsistenza
per timore di sollevare il velo da povere nudità
- ma quanto ricche di dignità e di decoro.
Non è più tempo di pensarci insieme,
già la vita si snoda per il solito verso:
facce che sorridono, automobili che partono,
stanze che si riempiono e altre, che tornano vuote…
Una malinconia leggera trascorre sul filo della realtà.
Discerniamo sicuri il vero dal falso,
pronti a ritmi veloci, ma lieti del riposo.
Non crediamo più ai sogni di una volta,
ci ha lasciati la brama mai sazia del gioco
che amavamo quando eravamo bambini.
Ma come vivremo senza un giusto riscatto?
Cerchiamo rifugio in antichi pensieri,
mentre pagine amiche ci consolano:
“A questa via tieni fermo il pensiero”,
“Svegliatevi, dormienti”,
“Dike fa volgere alla sapienza chi patisce”.
Ma le sublimi parole son tali
che da sole non bastano a condurci,
nel mezzo del cammino.
Vi è chi ama ascoltare i silenzi
di parole non dette, ma più dolci e vere
- e così, tra le parole, le pause!
E ogni petto anela in fondo a sciogliersi,
ogni volto a svelarsi
a chi sa vederlo,
pur se assente ormai l’altro, o noi a lui…
Così infine ci ripaga
la verità che viene dal silenzio,
qualsiasi forma prenda,
quando che sia.
Che cos’è il tempo perché ce ne curiamo?
Ed è proprio vero che un istante dura meno di una vita?
Francesco
maggio 4th,2010
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Nei giorni 15-16-17 aprile 2010 si è svolto il 7°convegno: “Chi fuor li maggior tui?”, un esperienza che ha lasciato in me un ricordo indelebile.
Il Convegno è stato un’occasione per farci conoscere i grandi maestri della letteratura italiana ed inglese, attraverso i punti di vista dei diversi relatori che sono intervenuti al Convegno. Cito alcuni di questi meravigliosi relatori che sono riusciti a darmi dei preziosi consigli:
- Antonio Spadaro che ha introdotto il Convegno, delineando la figura del “maiores”, come colui che sa generare il suo lettore ed è in grado d’illuminarci il futuro;
- Andrea Monda con il suo Jorge Luis Borges, che ci ha fatto capire che tutto passa nella vita, l’unica cosa che rimane è l’amore per lo stupore. Lo stupore quotidiano;
- Eraldo Affinati che tracciando il suo maiores Dietrich Bonhoeffer, ci ha fatto capire che solo chi si mette in gioco, vive, perché mettersi in gioco significa sbagliare e chi vive sbaglia;
- Stas Gawronski con Cormac McCarty, devo dire che è stato l’intervento più emozionante di tutto il Convegno. E’ stato un momento molto avvincente, soprattutto la lettura di “Cavalli selvaggi” di McCarty interpretato dalla splendida voce di Rachele Digilio, che ci ha fatto gustare la bellezza e l’unicità di questo bellissimo romanzo;
- Infine Giovanni D’alessandro con Catullo, questo grande poeta che ha fatto della sua poesia un farmaco per l’anima.
Tutto il convegno è stato favoloso, tanto che quando è finito mi ha lasciato un po di tristezza, anche se sono tornata a casa con un bellissimo bagaglio di emozioni e di cultura. Ringrazio profondamente le associazioni Terremoti di Carta prima, per avermi fatto conoscere questo bellissimo mondo, e Pietre di Scarto poi, che mi sta aiutando a crescere sempre di più.
Vanessa
maggio 2nd,2010
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Cari Terremoti, un breve report per i due appuntamenti che ci hanno visti impegnati nel mese di aprile.
Il primo incontro si è tenuto l’ 11 aprile e ci ha visti riuniti al Circolo Pickwick, un cafè letterario di recente apertura dove abbiamo trascorso un paio di ore all’insegna del verbo lottare: abbiamo riflettuto sulla “lotta creativa”, intesa come conflitto interiore dell’artista nella creazione dell’opera d’arte. Ospiti della serata gli “emigrati”: Francesca Giliberto detta la Gili e Francesco Bernava, detto Berny attore consumato ( ma proprio consumato) della scena artistica italiana. Inoltre abbiamo avuto la presenza di Pasquale Mazzullo, pittore messinese ormai trasferitosi a Venezia. Al Circolo Pickwick erano presenti i suoi quadri per una mostra. Lui si è trovato suo malgrado a condividere la sua preziosa esperienza insieme a noi. Alla fine ha voluto regalare uno schizzo fatto in quel momento alla giovane e dolce Shirley, perché correlato all’esercizio di scrittura che lei aveva ultimato.
E’ stato un bel pomeriggio di riflessione, scoperta e momenti di ironia e comicità emersi dai singoli racconti.
Il secondo appuntamento è avvenuto nei giorni 15-16-17 aprile a Reggio Calabria: il 7° convegno di letteratura che come ogni anno ha visto riunite tutte le associazioni legate alla Federazione Bomba Carta. Il titolo del convegno quest’anno era: “ Chi fuor li maggior tui”. Se la splendida Claudia Maio è stata fedele nel seguire l’esperienza per tutti i tre giorni, alcune di noi si sono affacciate solo il venerdì 16 ma hanno gustato la preziosità di tre interventi: Stas’ Gawronsky sulla trilogia di Cormac McCarty, Saverio Simonelli sull’opera di David Foster Wallace e Alessandro Zaccuri sul romanzo di Melville “Moby Dick”. Anche queste delle esperienze forti di condivisione e riflessione.
Prossimo incontro nella seconda metà di Maggio. Ben presto vi daremo notizie su data e luogo.
Alle prossime scosse
Nancy
aprile 20th,2010
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“CHI FUOR LI MAGGIOR TUI?”
15 – 16 – 17 Aprile 2010
Sala delle Conferenze – Palazzo della Provincia
Reggio Calabria
Programma
Giovedì 15 aprile
ore 16 CECILIA PANDOLFI – Apertura dei Lavori
Saluto dell’ Assessore Provinciale alla Cultura,
Dott. SANTO GIOFFRÈ
ore 16. 10 ANTONIO SPADARO – Leggere i “maggiori” è come
andare alla ricerca del lupo.
ore 16. 40 ANDREA MONDA – J. Luis Borges
Break
ore 17.30 GIULIANO LADOLFI – Giacomo Leopardi
ore 18 ROSA ELISA GIANGOIA – Ma perché leggere ancora
Manzoni?
ore 18.30 ERALDO AFFINATI – Nel segno di Dietrich Bonhoeffer
ore 21 Cena Sociale
Venerdì 16 aprile
ore 10 LABORATORI DI LETTURA CONSAPEVOLE E SCRITTURA CREATIVA,
INCONTRI CON GLI AUTORI PRESSO LE SCUOLE MEDIE SUPERIORI
ore 16 CECILIA PANDOLFI – Apertura dei lavori
ore 16.10 ALESSANDRO ZACCURI – Il colore della balena bianca
ore 16.40 STAS GAWRONSKI – Cormac McCarty
Break
ore 17.30 DAVIDE RONDONI – Perché Baudelaire ora?
ore 18.00 SAVERIO SIMONELLI – Considerate (il vero) David
Foster Wallace
ore 18.30 SAVERIO PAZZANO – Corrado Alvaro
Sabato 17 aprile
ore 10 CECILIA PANDOLFI – Apertura dei Lavori
ore 10.15 ALESSIO TORINO – Lev Tolstoj
ore 10.45 FRANCO ARCIDIACO – Le favole allegoriche di Joseph
Roth tra sradicamento e decadenza
Break
ore 11.30 PAOLO PEGORARO – Gilbert Keith Chesterton
ore 12 GIOVANNI D’ALESSANDRO – Maior? Maximus!
Perchè mi ha stregato Catullo
ore 12.30 FORTUNATA FERRO – Conclusione del Convegno
ore 13.00 Visita guidata a Pentedattilo e Bova
COL PATROCINIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO REGIONALE
Il Convegno è inserito nel piano delle attività di formazione e aggiornamento presentato al MIUR per il riconoscimento
dell’Associazione PIETRE DI SCARTO quale ente autorizzato all’aggiornamento e alla formazione del personale della scuola
aprile 11th,2010
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Carissimi terremoti, auguriamoci una Pasqua strepitosa, che sia portatrice di nuova vita o di vita nuova e ne approfitto per ricordarvi che il prossimo incontro non sarà l’8 Aprilema ci vedremo Domenica 11 Aprile al Circolo Pickwick, il nuovo caffè letterario di Messina, alle ore 16. Non mancate e invitate chi volete
Alle prossime scosse!
Nancy
aprile 2nd,2010
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Volendo trarre dalle precedenti considerazioni qualche spunto di rilevanza psicologica e sociologica, mi sembra appropriato citare il libro di Claudio Neri dal titolo “Gruppo”, il cui autore collega il concetto psicoanalitico di campo a quello di semiosfera, introdotto da Lotman in ambito semiologico. Neri rileva che, analogamente al campo, che è il contenitore di tutti i pensieri e i vissuti della coppia e del gruppo analitico, la semiosfera, come insieme dei mezzi di rappresentazione diffusi in una determinata società o cultura, opera sempre in un “continuum semeiotico”. L’autore cita, a titolo di esemplificazione, il caso del divertente film “Un americano a Roma”, con Alberto Sordi, che negli anni Cinquanta mise a fuoco l’ingenua voglia del popolino e della piccola borghesia – in specie nella capitale – di “essere americani”, dipingendo del fenomeno un gustoso ritratto e contribuendo altresì al suo superamento.
Tornando al film di Özpetek, si potranno certamente apprezzare la simpatia e l’immediato afflato di partecipazione suscitati nello spettatore medio dai personaggi gay e dalle loro autonome scelte di vita, ancorché si debba ammettere che la leggerezza con cui è trattato il tema dell’omosessualità e il consenso riscosso dal film siano forse indice della presenza, nella società italiana, più di un generico e limitato atteggiamento di tolleranza che non di una matura e consapevole accettazione delle diversità di orientamento sessuale.
Il tutto sia detto, a ogni buon conto, senza voler tacciare il regista di pregiudizi omofobi e senza negare, come per una forma di snobismo intellettuale, i pregi del film, dei quali si è pur parlato.
Francesco
aprile 1st,2010
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I giudizi sull’ultimo film di Ozpetek, Mine vaganti, in questi giorni sugli schermi, ne parlano come di una commedia briosa, divertente e allegra, caratterizzata da un cast di interpreti bravi e affiatati.
E’ però mia impressione, nonostante sussistano realmente gli elementi su indicati, che il regista abbia confezionato con abilità e non senza scaltrezza un’opera godibile, ma tutto sommato superficiale, spesso basata su dei clichè e dallo svolgimento un po’ prevedibile.
Alcuni dei personaggi riescono stereotipati, come per esempio il padre omofobo dei due fratelli gay. Altri, compresi Alba, la deliziosa protagonista femminile, Tommaso, il protagonista maschile, e la nonna di Tommaso (interpretata da Margherita Buy), per quanto simpatici e accattivanti, nel dialogare tra loro esprimono la loro visione della vita attraverso sentenziosi aforismi basati su una filosofia spicciola che può significare tutto e il contrario di tutto.
I quattro amici gay di Tommaso, giunti da Roma ad animare il ménage di una tranquilla (apparentemente) famiglia borghese, sebbene protagonisti di alcune gag senz’altro gustose e ben riuscite, non dissipano in me l’impressione che la loro accettabilità sociale agli occhi dello spettatore sia fondata sul loro esser tutti belli, intelligenti, giovani e alla moda (un po’ come il fidanzato nero di “Indovina chi viene a cena”, film con Spencer Tracy e Catherine Hepburn, indimenticabile ma non privo di ipocrisia, sul tema dei pregiudizi razziali nell’America degli anni sessanta).
Pochi, in definitiva, almeno secondo me, i momenti di vera emozione trasfigurata in forma d’arte in Mine vaganti, film nel quale prevalgono piuttosto la patina estetizzante e una sensorialità diffusa ma trattenuta.
Che ne pensate? Il dibattito è aperto.
Francesco
marzo 29th,2010
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Sono il guardiano della mia anima.Vige in me tristezza e follia. I raggi del sole colpiscon raramente ciò che è sepolto all’interno di questo corpo,estremamente vivo e pieno ad ogni dì..e tristeMente vuoto e pieno del delirio incommensurabile che al cor mio non lascia altro che una lacerazione profonda e conforme ai giorni che vivo tra queste vie ombrose e nere..affascinanti per il mio animo,convivente dell’odiata tristezza..e amante dell’oscura notte..che si perde tra l’apparenza di un quieto mare in una notte d’inverno..rallegrata da una luce..limpida e pura..appartenente alla più amata dei riflessi della lucente stella..musa per chi, come me, ama perdersi nelle notti d’inverno con una sigaretta..ed il proprio animo…*
Writer-Angel

marzo 26th,2010
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Carissimi Terremoti, sono proprio contenta. Le officine di quest’anno si sono rinnovate non solo per la partecipazione di ‘gente nuova’ ma anche per l’apporto di idee, stimoli, entusiasmo, curiosità che vi assicuro non vedevo da un paio d’anni. Anche quelli, diciamo, più…. anziani si sono sentiti di nuovo carichi e con la voglia di andare avanti, fare cose nuove o, semplicemente dare nuovo significato a quelle ‘vecchie’. Abbiamo respirato un’energica serenità che ci ha convinti a non terminare i nostri incontri con il 15 di aprile ma ad andare avanti.
Intanto vi do qualche comunicazione che servirà a organizzarci per le prossime settimane. Ecco alcune modifiche sui laboratori segnati sul calendario:
- L’incontro del 23 marzo per coloro che stanno partecipando al corso per coordinatori di laboratorio è spostato al 24 marzo, stesso luogo, stesso orario.
- Il laboratorio di giovedì’ 8 aprile viene spostato a domenica 11 aprile dalle ore 16 alle ore 18 presso il “Circolo Pickwick” di Messina.*
- Il laboratorio del 15 aprile viene cancellato per favorire la partecipazione degli membri dell’associazione al Convegno Nazionale di Bomba Carta che si terrà a Reggio Calabria nei giorni 15-16-17 Aprile. Gran parte dei Terremoti pensa di parteciparvi Venerdì 16 Aprile.*
- Nel mese di Maggio è previsto uno stage di una giornata su uno dei verbi proposti da Bomba Carta. Come in altri anni sarà un momento di raccolta e verifica di quanto vissuto in questo anno.
Vi invitiamo a proporre altre idee e iniziative e a soluzioni concrete per poterle attuare. Le valuteremo insieme con lo stesso entusiasmo che ci ha accompagnati quest’anno.
Alla prossima scossa
Nancy
*N.B. Per le iniziative segnate con (*)seguirà programma a parte nei prossimi giorni
marzo 21st,2010
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Gli abbracci spezzati, ultimo film di Almodóvar, è la storia di un regista cieco di mezza età, professionista di successo e uomo affascinante, la cui vita presenta risvolti strani e poco comprensibili, i quali andranno acclarandosi nel corso della vicenda fino alla risoluzione finale.
Come al solito in Almodóvar, la storia si basa sul gioco degli equivoci, su un intreccio di relazioni affettive di vario genere, su un erotismo acceso, su segreti che si infittiscono e sembrano a tratti chiarirsi solo per complicarsi ulteriormente e risolversi, infine, nei modi più inaspettati.
Il tono è allegro, vivace, spesso comico, scoppiettante come sempre nel regista spagnolo, nonostante la profondità con cui è affrontato il tema della complessità dei rapporti umani.
In particolare il film parla della perdita delle cose e degli affetti più cari e di come possa essere affrontata. Mette in scena il dolore del lutto, che però non altera la sacralità del ricordo. Fa sentire l’ amore per la vita, che si afferma nonostante tutto. Sfocia, infine, nella certezza interiore che l’ amore vero dura per sempre, anche al di là della morte.
Ma il vero tema che innerva e sostanzia il film, attorno al quale si dispongono tutti gli altri, è quello della sublimazione attraverso l’ arte. Nel finale, gli eventi curiosi e quelli drammatici, le passioni che trascinano e le risorse interiori che consentono di resistere alle avversità, gli sforzi sinergici o contrapposti dei diversi personaggi, dopo aver giocato, giostrato e colliso tra loro innumerevoli volte, convergeranno tutti attorno al montaggio di una pellicola dalla quale nascerà un grande film, come metafora concreta della vita con le sue luci ed ombre, tela nella cui tessitura si ricompongono tutti gli abbracci spezzati.
Un’opera filmica, un racconto per immagini, come metafora della vita capace di cogliere il senso più autentico della vita stessa. Questo il significato del “film nel film” che il protagonista sarà messo in condizione di realizzare, concretamente generato dalle storie tragicomiche dei personaggi e poi dal sofferto lavoro della memoria e infine dalla paziente operazione tecnica – ma non meno intensamente affettiva – in cui consisterà il montaggio.
La tesi che Gli abbracci spezzati possa esser letto in chiave metafilmica è rafforzata dalla constatazione che gli snodi fondamentali della complessa vicenda, se si presta la dovuta attenzione, si verificano nei momenti in cui prendono le mosse ben tre narrazioni nella narrazione: 1) quella che il protagonista padre comincia a fare al collaboratore figlio (ancora ignaro di essere tale) a proposito del proprio passato; 2) il racconto che la deuteroprotagonista femminile, madre del collaboratore-figlio del regista, fa al figlio quando gli rivela che il regista è suo padre; 3) la narrazione consistente nelle riprese, e poi nel montaggio-ricostruzione, del film dentro il film, girato tra imprevisti e difficoltà, perso e infine ritrovato, e del quale si è già detto che in esso convergono tutti i significati e le linee di forza della vicenda.
Meritano una giusta considerazione alcune particolarità di ordine stilistico. Pur nel suo basilare realismo rappresentativo, è mia impressione che il film assuma talora toni, oltre che giocosi e grotteschi, anche surreali, che ricordano il grande conterraneo di Almodóvar, Luis Buňuel. Ritengo infatti che ne Gli abbracci spezzati si possano individuare, in una certa misura, alcune procedure narrative che sono proverbiali e pervasive nell’ opera di Buňuel.
In primo luogo determinati fatti e personaggi “contingenti”, che, in quanto introdotti sulla scena, creano nello spettatore l’aspettativa di dover avere un seguito o assumere maggior rilievo, vengono invece accantonati completamente nel prosieguo della vicenda. E’ il caso, per esempio, dell’incontro erotico del regista con la ragazza bionda che lo aiuta ad attraversare la strada.
Alternativamente, elementi della configurazione che ci viene presentata in un dato momento vengono successivamente sviluppati assurgendo a maggior importanza e conferendo ai fatti significati completamente nuovi, che disvelano come apparenza fallace quanto in precedenza avevamo dato per scontato. Questo secondo tipo di procedimento è largamente impiegato e determina un effetto simile allo straniamento.
Qual è il senso complessivo dell’operazione attraverso la quale l’insolito viene presentato come ordinario e l’ordinario si rivela insolito? Entrambi gli aspetti si incontrano anche nella vita; entrambi contribuiscono alla specificità stilistica di questo e degli altri film di Almodóvar . L’uso intensivo che di simili meccanismi fa Buňuel, con le conseguenti, cospicue deformazioni nella coerenza logico-narrativa, è di chiara marca surrealista e connota l’originalissima atmosfera dei film di Buňuel, fatta di realismo magico e di poetico onirismo.
Di questo in Almodóvar vi è un’ eco, un piacevole sottofondo di surrealismo piuttosto che uno scoperto ricorso al sogno e all’incubo. L’impianto delle opere di Almodóvar è più di tipo teatrale che onirico, le sue atmosfere sono più luminose, meno cupe di quelle di Buňuel. Il miscredente maestro del Surrealismo, com’è noto, fu educato dai gesuiti e fu sempre affascinato dalle inesauribili risorse dell’immaginario religioso.
C’è invece qualcosa, in Almodóvar, che rimanda allo spirito libero e fiducioso (ma non ignaro del tragico) che è proprio del Rinascimento, alla valorizzazione rinascimentale dell’arte come espressione piena e autonoma dell’ essere umano.
Almodóvar ci ricorda, con Shakespeare, che la vita è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, ma pure – anche questo in sintonia con il drammaturgo inglese – che non sempre c’è bisogno di ricorrere alla poesia del sogno per mettere in evidenza la poesia della vita.
Francesco
marzo 20th,2010
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