Scosse di Ottobre

Cari Terremoti,

le scosse di ottobre arrivano alla vigilia dell’avvio ufficiale dei laboratori della nuova stagione dei laboratori di scrittura creativa e lettura consapevole.

Siamo alla 10° edizione di quegli incontri, che costituiscono il perno della nostra Associazione, il momento in cui  ritroviamo e rinnoviamo, ogni volta l’essenza della nostra attività.

Chi già ci conosce sa come si svolgono i nostri laboratori: essi non vogliono essere “scuola”, ma “esperienza” di creatività e voglia di mettersi in gioco. Senza alcuno scopo che non sia quello di aprirci e metterci in relazione, con noi stessi e tra di noi.

Abbiamo predisposto il calendario per i prossimi mesi del corrente anno.

I primi laboratori, con cadenza quindicinale, si terranno alle ore 18.30 nelle giornate di venerdì 6 e 27 ottobre, 10 e 24 novembre. Il luogo, come da tradizione ormai, è la libreria Doralice, sita sulla via Consolare Pompea.

Molte altre sorprese ci aspettano

Alle prossime scosse

I Terremoti di Carta

Scosse di Settembre

Sembra proprio che questa estate afosa stia volgendo al termine. Siamo davvero pronti a ricominciare? I Terremoti di Carta sono alle postazioni di partenza. Stiamo preparando il programma di questo nuovo anno sociale.

I laboratori di lettura consapevole e scrittura creativa saranno alla loro decima edizione e saranno, come sempre e più che mai il cuore pulsante dei nostri incontri.

Noi non offriamo una scuola di scrittura con tecniche di narrativa, non cerchiamo nuovi talenti e futuri vincitori di premi letterari.  La nostra esperienza, come afferma il manifesto di Bombacarta si basa su questa affermazione:  Crediamo che nell’incontro la creatività personale possa essere potenziata.” e che nell’incontro con il mistero della scrittura possiamo trovare i fili della nostra vita e della nostra relazione con gli altri.

I nostri laboratori sono aperti a tutti coloro che amano mettersi in gioco e condividere la propria esperienza di scrittura.

Da questa esperienza sono nati nel tempo due raccolte di esercizi e riflessioni, il primo e il secondo volume dal titolo “Raccolta In…differenziata”. Nei primi mesi del 2018 offriremo la pubblicazione del terzo volume. Questo momento costituirà la conclusione migliore di questo decimo anno di vita dell’associazione e delle sue iniziative.

Vi aspettiamo alle prossime scosse

I terremoti di Carta

 

Scosse di Giugno

Cari Amici,
le attività di questa prima parte del 10° anniversario della nostra Associazione sono giunte al termine.
Come ogni anno, dunque, questo è il momento di ringraziare quanti hanno dato un contributo alle varie “esperienze” dei mesi trascorsi: coordinatori, organizzatori, ospiti, partecipanti. Grazie a tutti. L’Associazione siamo tutti noi, siamo noi che con la nostra presenza, il nostro impegno, la nostra disponibilità, il nostro coinvolgimento e il nostro entusiasmo la viviamo e la facciamo vivere.
Una menzione speciale rivolgiamo alle Pietre di Scarto che rappresentano l’espressione del Movimento BOMBACARTA nel territorio reggino. Vogliamo dire grazie alle loro componenti che quest’anno sono state particolarmente vicine ai Terremoti di Carta, favorendo il processo di scambio e di collaborazione tra Associazioni in quel clima di confronto, amicizia e condivisione che è essenza della nostra attività.
Nell’augurarvi un’estate di riposo e tranquillità, vi diamo appuntamento alle prossime scosse.
Continuate a seguirci e se vi va di condividere articoli, riflessioni o recensioni scriveteci pure all’indirizzo di posta elettronica terremotidicarta@gmail.com . Questo sito è anche vostro.

I Terremoti di Carta

Duex10 con Guglielmo Pispisa

Oggi, per la rubrica Duex10, abbiamo dato la parola allo scrittore Guglielmo Pispisa.

Cosa rappresentano per te la lettura e la scrittura?
La lettura, fra i molti modi di conoscere il mondo è quello che preferisco, perché è il più approfondito e anche il più divertente. Solo l’esperienza diretta può competere con la lettura, ma non si può fare esperienza di vita di ogni cosa, mentre si può leggere di qualunque cosa, il che permette anche di avere una visione d’insieme oggettiva che l’esperienza diretta spesso non consente.
Raccontaci brevemente quale è stata l’esperienza più forte di lettura e scrittura che hai fatto nella tua vita
L’esperienza più forte di lettura è stata leggere Lo straniero di Camus. La prima volta che ci ho provato avrò avuto 15 anni e l’ho abbandonato dopo poche pagine perché non mi diceva niente. Ci ho riprovato un’altra volta poco dopo con lo stesso risultato. Il momento giusto è arrivato verso i 25 anni, probabilmente ero giunto alla maturità giusta, io sono sempre stato un po’ tardo, e a quel punto è stata un’avventura quasi fisica nel suo essere totalizzante, palpabile, tutto ciò che leggevo lo provavo, vedevo, sentivo: il caldo umido di Algeri, l’odore del sangue e della prigione, la luce polverosa del tribunale, la sensazione straniante del processo, gli occhi addosso del pubblico, le urla di odio che il protagonista immagina gli verranno indirizzate al momento dell’esecuzione. Tutto dritto sulla mia pelle, come se l’impassibilità di Meursault venisse scaricata sui miei sensi e scontata da me.
L’esperienza di scrittura più vivida è quella dell’ultimo romanzo, Voi non siete qui, in cui per la prima volta ho parlato della mia città, delle mie radici. Quella che forse più mi ha arricchito è stata l’esperienza di scrittura collettiva con Kai Zen. Crescere insieme ad altri amici e colleghi esercitando in condivisione l’atto proverbialmente più solipsistico che ci sia a parte la masturbazione (con cui la scrittura condivide più d’un tratto) è stato un privilegio di cui sarò sempre grato.

Scosse di Maggio 2017

Cari Terremoti,
dopo le emozioni vissute al XIV Convegno Nazionale di Letteratura tenutosi qualche giorno fa a Reggio Calabria, si è aperto l’ultimo mese operativo di questa stagione. Vi segnaliamo dunque gli appuntamenti del mese di maggio 2017.

Il 12 e il 26 maggio dalle ore 18.00 alle ore 19.30 si terranno gli incontri per i laboratori di scrittura creativa. Vi ricordiamo che i laboratori sono l’anima pulsante della nostra associazione, il momento di incontro che più ci identifica e ci unisce. Ci vediamo, quindi, per altre due “esperienze” come al solito presso la libreria Doralice. Tra l’altro, i nostri laboratori aderiscono al Maggio del Libri, la campagna nazionale nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore sociale della lettura nella crescita personale, culturale e civile.

In questo mese, inoltre, si avviano a conclusione i laboratori di lingua spagnola e di lingua inglese.

Continuate a seguirci per eventuali ulteriori aggiornamenti.
Buone scosse.
I Terremoti di Carta

Duex10 con Stas’ Gawronski. La scrittura come atto generativo

locandina S.GavronskiIn attesa del laboratorio di sabato prossimo alla libreria Doralice, pubblichiamo il contributo di Stas’ Gawronski alla nostra rubrica Duex10.

Cosa rappresentano  per te la lettura e la scrittura?

La lettura è per me un’occasione, un luogo e un tempo di esperienza ovvero di coinvolgimento in una novità che mi estrania dalla mia realtà per restituirmi ad essa più sveglio, attento e vedente. A seconda del libro e della mia disposizione d’animo, la lettura può consentirmi di gustare interiormente ciò che di solito è invisibile agli occhi, ma essenziale, come ha scritto Sant-Exupery. La lettura per me è anche un incontro con personaggi e vite che – come accade spesso con certe persone in carne e ossa – mi hanno colpito tanto profondamente da aprirmi gli occhi e offrirmi una percezione diversa di me stesso, delle persone intorno a me e della vita.

La scrittura è per me un atto generativo che implica l’attesa, le difficoltà, la sorpresa e la gioia di tutti gli atti veramente creativi. Ma è anche un’esperienza di fede perché la scrittura di una storia mi ha sempre richiesto un cieco atto di fiducia in qualcosa di invisibile-ma-presente, sfuggente-ma-intuito, informe-ma-già-vivente, qualcosa che non conoscevo a priori e che non potevo controllare. Infine, la scrittura è un’occasione di incontro, crescita e condivisione di significati con altre persone perché sono più di diciassette anni che insegno “creative writing” e animo laboratori di scrittura creativa nei più diversi contesti formativi, associativi, istituzionali.

 

Raccontaci brevemente quale è stata l’esperienza più forte di  lettura e scrittura che hai fatto nella tua vita. 

L’esperienza più forte di lettura l’ho fatta a BombaCarta, soprattutto negli anni in cui Antonio Spadaro ha guidato l’associazione, quando il confronto con la letteratura era ispirato dalla spiritualità ignaziana e dal modello pedagogico fondato sulla Ratio Studiorum. In quegli anni, ho capito che si apprende a leggere attraverso un esercizio dello sguardo immaginativo (quello che consente di “gustare” interiormente un’opera d’arte) e che la mèta non consiste soltanto nell’abilità di cogliere il valore morale di un’opera, ma nell’esperire e lasciarsi trasformare da ciò che è radicalmente altro da me – attraversare, perdersi, lasciarsi sorprendere, assaporare, vedere l’invisibile e ascoltare l’indicibile – il mistero della vita che si cela dietro la parola della migliore poesia e narrativa.

Scosse di Aprile 2017

Cari Terremoti,

questo primo giorno di Aprile si apre all’insegna del sole e della primavera.  Anche questo sarà un mese ricco di incontri e opportunità di arricchimento e confronto. Di seguito i nostri appuntamenti:

locandina S.Gavronski8 aprile, l’attesissimo  Laboratorio di Lettura Consapevole e Scrittura Creativa, coordinato da Stas’ Gawronski . Anche quest’anno faremo un bel viaggio attraverso i testi e metteremo in gioco il nostro desiderio di scrivere e fare buona letteratura.

L’incontro di una intera giornata avrà luogo presso la libreria Doralice di Messina, dalle ore 9:30 alle ore 13:00 e dalle ore 14:3o alle ore 16:00.  Per le modalità di iscrizione potrete inviare email a terremotidicarta@gmail.com

La partecipazione all’incontro è aperta anche ai docenti interessati e certificata dal CIDI di Messina. Il CIDI già soggetto qualificato per l’aggiornamento e la formazione del personale della scuola (Protocollo n. 1217 del 5.07.2005), è stato confermato secondo la direttiva 170/2016

 

21 Aprile Laboratorio di Scrittura Creativa, coordinato da Daniela Arena presso la libreria Doralice di Messina dalle ore 18:00 alle ore 19:30. Continua il nostro percorso di laboratori di scrittura. I racconti che verranno scritti saranno pubblicati sul terzo vol. della  Raccolta Indiferrenziata, una delle iniziative finalizzate a celebrare i 10 anni di attività di Terremoti di Carta.

27-28-29 Aprile XIV Convegno Nazionale di Letteratura. Anche quest’anno si rinnova l’appuntamento con l’Associazione Culturale “Pietre di Scarto” a  Reggio Calabria. Nei prossimi giorni pubblicheremo la locandina con il programma rinnovato nei contenuti e negli intenti di questa meravigliosa esperienza dedicata alle “belle lettere”.

Non ci resta che darvi appuntamento alle prossime scosse

I terremoti di Carta

 

DuexDieci con Alessandro Zaccuri

14947445_10211336337908414_2526799648696873092_nContinua la nostra rubrica DueX Dieci per festeggiare i 10 anni di attività di Terremoti di Carta. Lo facciamo con Alessandro Zaccuri, amato autore delle più belle pagine dedicate alla cultura sul quotidiano “Avvenire” e del bellissimo romanzo dal titolo “Lo Spregio” ( Marsilio Editore 2015)

Che cosa rappresentano per te la lettura e la scrittura?

Per me si tratta di due esperienze abbastanza diverse. In comune hanno che si compiono nella parola scritta e che un solo soggetto può compierle entrambe: in questo caso, il soggetto sono io. La lettura è un modo per guardare il mondo attraverso il racconto degli altri, la scrittura è un modo per raccontare agli altri come io guardo il mondo. Sono complementari, ma si potrebbe benissimo vivere di sola lettura. Di sola scrittura invece no, almeno per quanto mi riguarda.

 

Raccontaci brevemente quale è stata l’esperienza più forte di  lettura e scrittura che hai fatto nella tua vita

Ulisse di Joyce è stata la lettura più sconvolgente della mia vita, da sognarmelo di notte (avevo vent’anni, si vede che ero ancora impressionabile). Sulla distanza, per me nessun libro tiene testa a Moby Dick di Melville. Quanto alla scrittura, Lo spregio è stato il libro che mi ha costretto a un maggior durezza, a una maggior essenzialità. Nello stesso tempo, si è scritto quasi da solo, come sotto dettatura. Eppure, per qualche motivo che non riesco a spiegare, non credo che ci sia contraddizione.

Finché un uccello qualunque

IMG-20170321-WA0004Il nostro contributo alla Giornata dedicata alla Poesia

Finché un uccello qualunque

– il più piccolo e grigio passerino d’inverno –

saltellando ai tuoi piedi

ti avrà fatto sorridere

e poi sospirare,

non sei perduto.

Puoi ancora salire la scala

dell’Universo,

la scala

delle Allusioni Cifrate.

Ed arrivare forse

a intravvedere il Giardino

e l’Albero del mondo

e sul ramo più alto

la Fenice,

quelle ali azzurre e oro,

quel suo petto di fiamma.

(Elena Bono “Poesie Opera omnia” Le Mani 2007 pag.376)

Foto: Guercino, “Madonna del Passero”

2X10 Giuseppe Festa a Messina

17352512_10212644708061483_9041169486460883920_nLo scrittore Giuseppe Festa, sarà di nuovo a Messina dal 21 al 23 Marzo  e in attesa del suo arrivo siamo molto contenti  di poter pubblicare le sue risposte alle nostre  due domande per i dieci anni di Terremoti di Carta.

 Cosa rappresentano per te la lettura e la scrittura?
Per molti anni, quando ero ragazzo e vivevo a Milano, ho vissuto la lettura come fuga da un mondo e da una prospettiva di studio e di lavoro che non mi piacevano. Era un rifugio, una porta segreta che aprivo ogni volta che la realtà
diventava opprimente.
Quella porta, un giorno, si fece reale. Partii per un breve periodo di volontariato al Parco d’Abruzzo e tornai determinato a cambiare vita. Le avventure che fantasticavo rifugiandomi nei libri di Corona, Rigoni Stern e McClintock, all’improvviso divennero la mia vita reale. Lasciai Milano e la facoltà di Ingegneria e mi trasferii nel paesino di montagna dei miei nonni. Dopo la laurea in Scienze Naturali cominciai ad occuparmi di educazione ambientale e divulgazione. Un sogno che non sarebbe mai diventato realtà se
prima non avesse preso forma nelle pagine dei libri che mi hanno formato.

Raccontaci brevemente quale è stata l’esperienza più forte di  lettura e  scrittura che hai fatto nella tua vita
Per la lettura, sicuramente il Signore degli Anelli. Non tanto perché ispirò il mio cd “Voci dalla Terra di Mezzo” – che mi ha permesso di girare il mondo con la mia band Lingalad – ma perché mi salvò in uno dei momenti più cupi della miavita. Un momento in cui la visione materialistica e “scientifica” della vita stava ammazzando in me ogni luce di spiritualità. La magia e il potere evocativo della natura, raccontato magistralmente da Tolkien, mi aiutarono ad uscire dalla depressione, riportandomi a credere in qualcosa di più grande. L’esperienza di scrittura più intensa, invece, l’ho vissuta durante la stesura de “La luna è dei lupi”, quando cominciai a seguire le tracce di questi affascinanti animali in compagnia dei più grandi esperti italiani. Grazie a loro ho vissuto momenti indimenticabili, come osservare negli occhi un lupo e ascoltare il canto di un branco nel bel mezzo di un bosco, al lume di luna.
Respirando – attraverso i lupi – il lato più istintivo e autentico degli uomini.

Casca il Mondo..quale mondo?

16830970_10212219164499136_5709424305420375057_nRecensione di Nancy Antonazzo a

 “Casca il mondo” di Nadia Terranova

“Casca il mondo” è l’ultimo racconto di Nadia Terranova, pubblicato da Oscar Primi Junior Mondadori. Come per i racconti precendenti la prima tentazione è quella di fare un processo alle vere intenzioni di Nadia: raccontare ai bambini per arrivare ai “grandi” oppure aiutare i bambini a farsi capire dai grandi, quando la comunicazione tra i due mondi diventa ancora più difficile, oppure aiutare i “grandi” a far crescere i bambini, ricordando attraverso il loro linguaggio la difficoltà di essere “piccoli”.

Qualunque intenzione Nadia Terranova abbia, probabilmente, addirittura nessuna di queste, se non interpretare la vita reale, anche questa volta la lettura del suo racconto è piena di possibilità per noi adulti . Quando ancora il terremoto del 24 agosto del 2016 non aveva definitivamente cambiato la vita di tante persone, questo racconto era già in uscita con l’intenzione di rappresentare i bambini che vedono il loro mondo crollare.

Oscar e Golan e aggiungerei anche Dulcinea sono tre piccoli eroi, loro malgrado di questa storia. La loro casa non c’è più, le loro abitudini, la gaiezza della loro infanzia, quel periodo della vita dove alcune colonne della propria identità dovrebbero “cementificare” si è sgretolata a causa di una tragedia. Oscar la chiama “guerremoto”, si perchè Golan è dovuto fuggire dal suo paese con la sua famiglia a causa della guerra e Oscar ha dovuto lasciare il suo castello, la casa in rovina a causa delle scosse. Loro sanno reagire, vogliono  chiedere aiuto, comunicare. Basterebbe leggere il tema di Oscar per capire di cosa ha bisogno o forse basterebbe solo chiedergli cosa è stato per lui il terremoto.  Oscar non parla più dal giorno della tragedia.  Ma i grandi sanno usare solo paroloni, non sono capaci di “ascoltarlo” e lui deve ritrovare le parole per poter comunicare di nuovo con loro. Unica sua possibilità, ritrovare il suo amico coccodrillo e sperare che Dulcinea torni a sorridere. Perchè i bambini sono molto più concreti e pratici degli adulti.

Cosa salverà la vita di questi piccoli eroi?  Eroi di quale avventura? Quella del mondo che crolla e dei “grandi” che non sono poi così grandi?  Nadia Terranova è stata coordinatrice di un laboratorio di Terremoti di Carta lo scorso febbraio e ci ha aiutati attraverso la figura del coccodrillo, il co-protagonista di questo racconto a capire cosa significhi avventurarsi nel mondo dei bambini e dei ragazzi per raccontare con i loro occhi e il loro linguaggio il modo di affrontare la vita. Rileggendo il suo racconto, ancora una volta ci si rende conto che tornare alle favole dei bambini aiuterebbe anche gli adulti a vivere bene. in fondo basterebbe avere un amico coccodrillo per affrontare le conseguenze di un modo che ..casca.

“Le coccinelle non hanno paura”( Stefano Corbetta, Morellini editore)

Recensione  di Deborah Donato  (deborahdonato.wordpress.com)

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La fotografia è «una battaglia contro l’idea che siamo tutti destinati a scomparire» diceva Robert Doisneau e questa frase (con la relativa avvertenza che questa battaglia “È pura follia”) si trova in epigrafe al romanzo di Stefano Corbetta, seguita da una tratta da Il mito di Sisifo di Albert Camus.

Il protagonista de Le coccinelle non hanno paura, infatti, è un fotografo che diviene Sisifo per la fatica che gli aspetta: accettare di dovere a breve morire. Teo ha un tumore al cervello e condivide questa notizia solo con Luca, il suo amico fedele, e con la moglie di lui, Elena. Per il resto, attua un progressivo allontanamento dalla vita: si licenzia, vive isolato, sceglie di accogliere la morte in solitudine. Teo «vive in una zona franca, nessuna scadenza a lungo termine, niente multe, bollette, nessun dovere nei confronti di nessuno a parte se stesso». L’esercizio del morire, in un certo misterioso senso che Corbetta mostra, diventa un esercizio di libertà, di allontanamento, cioè, dal senso comune, dai legacci che spesso tormentano e angustiano l’esistenza.

Tuttavia, vi è un’unica realtà in grado di posticipare questo progressivo allontanamento dalla vita: l’amore. Esso appare nelle vesti di Arianna, una psicologa che per sbarcare il lunario fa anche la commessa nel negozio in cui Teo compra le t-shirt nere che avranno un ruolo nello scandire il tempo che lo separa dalla morte (e che spiegano anche il senso della bella copertina).

Ma a tenere aggrappato alla vita Teo, oltre al “filo” di Arianna, è una storia in cui si imbatte casualmente e che vuole riportare alla luce: è la storia di un amore vissuto molti decenni prima da Grazia e dal signor P., che a sua volta rimanda alla vicenda di Guido, in una doppia cornice che in alcuni momenti fa perdere il mordente alla storia principale, ma che inscatola tre storie che si intrecciano per i temi che le alimentano: l’amore non vissuto fino in fondo, la morte, la scomparsa, la ricerca di senso.

Sono temi talmente importanti ed essenziali, che sarebbe stato facile cadere nella retorica del dramma o dell’amore salvifico, come anche trovarsi davanti a un bivio di un finale con vocazione religiosa o con chiusura nichilista. Ciò che ho apprezzato particolarmente, invece, nella scrittura di Stefano Corbetta è avere tenuto il controllo sulla penna, non essersi concesso mai sbavature emozionali o ricerca del facile consenso con parole strappalacrime (nonostante l’atmosfera lo avrebbe accordato). Lo stile è asciutto e ci sembra che in esso sia traslato il carattere del protagonista, così austero, che si concede l’unica emozione del vedere e del registrare con gli occhi e con l’obiettivo della macchina fotografica il gesto che dà compiutezza alla vita: «Ho fatto milioni di chilometri con una macchina fotografica al collo, ho lasciato andare la donna che mi amava e che mi aspettava a casa mentre io scattavo fotografie di cui non mi importava niente. E ora so cosa manca. Perché quando il tuo giorno si avvicina pensi che tutto quello che hai fatto e quello che avresti dovuto fare, quello che hai capito e quello che non capirai mai, ha senso solo se realizzi quel gesto. L’ho cercato nel mio passato ma non c’è traccia. Arianna dice che i finali delle storie non sono così importanti. Forse ha ragione, ma io quel gesto non l’ho mai compiuto e si dà il caso che per me la fine si avvicina».

Sì, Arianna – un personaggio pieno, solare e vero, perché uno dei pregi de Le coccinelle non hanno paura è una buona descrizione dei personaggi, che risultano assolutamente credibili – sostiene che i finali delle storie non sono così importanti. Eppure, il finale del romanzo di Corbetta conclude bene. L’autore prima sembra farsi da parte, per lasciare la parola a Giovanni Papini e alla felicità irrimediabile dell’incontro con Dio, poi ci consegna un’immagine finale di una «piccola coccinella che si muove lenta sulla superficie liscia del finestrino». Le coccinelle, come si dice in un dialogo tra Teo e un bambino nel trentacinquesimo capitolo, non hanno paura «perché sono belle, bellissime. E sanno di esserlo. Nessuno ucciderebbe una coccinella».

Una variazione sul tema dostoevskjiano che la bellezza salverà il mondo, perché la bellezza è salva, non muore, al pari di quella coccinella che sul finale appare a Luca, l’amico disperato di Teo, come la presenza di un’anima immortale.

Recensione a “Lettera d’amore allo yeti” di Enrico Macioci

Recensione di Deborah Donato

dal blog: deborahdonato.wordpress.com

«Caro Yeti,

ti o visto dentro il compiuter e la tivu e il mio papà dice ce vivi far i monti e cualce volta scendi ance al mare a fare un bagno a distruggere gli stabilimenti le sedie se cualcuno fa la sirena di pompieri o polizia della mbluamza. Ti volio bene mi fai paura. Caro yeti la mia mamma se né andata da tanto tempo non torna per favore la riporti percé io li volio tanto bene. Era bellissima con il profumo di fiorellini e fazoletti alle dita. Mi dava un sacco di baci daper tutto».

È l’inizio della lettera che Nicola, quasi sei anni, scrive allo yeti, che un po’ gli fa paura ma che un po’ sente amico, o meglio che vive come l’unico in grado di fornire una speranza di rivedere la madre morta improvvisamente.In questa ambivalenza si snoda tutto il romanzo di Macioci, nell’indecidibilità che crea il mistero da cui non solo i bambini si sentono attratti. Dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva diceva Hölderlin e lo yeti rappresenta il pericolo sublimato dalla fantasia, allo stesso modo in cui lo spiazzo desolato da cui Riccardo (il padre di Nicola) si sente attratto rappresenta il luogo dell’orrore ma anche quello in cui verrà trovata la salvezza di padre e figlio.

Il romanzo si svolge in una estate – quale stagione dà più il senso del carattere effimero della gioia, della leggerezza della vacanza da se stessi, sempre minacciata da un acquazzone o dall’imminente ritorno in città? – a Colombaia, una località costiera. L’estate che stringe «nel suo abbraccio caldo e privo di memoria» conduce padre e figlio al timido tentativo di superare il trauma della morte di Lisa, la madre di Nicola, dovuto a un infarto fulminante, mentre dormiva accanto al marito. Che la morte possa insediarsi nella tranquillità di una notte in famiglia, fra la sicurezza del proprio letto, che possa spazzare  ogni progetto che l’uomo in modo velleitario fa sul futuro, è l’idea madre da cui parte non solo la trama del romanzo, ma anche la riflessione ad essa intrecciata, che acquisterà man mano sempre più respiro, fino ad arrivare, nelle pagine finali, ad uno sbocco quasi teologico.

«Adesso eravamo soli. io, mio figlio e il fantasma di mia moglie. La vita è soprattutto questione di fantasmi.

Ci trovavamo lì da una settimana e avevamo già i nostri ritmi.. Nicola mi aiutava a stendere i panni e a gettare la spazzatura, innaffiava il basilico e la menta, ripuliva con una scopetta il cortile dagli aghi, dai rami e dai pezzi di corteccia del pino […].

Ci aggrappammo l’uno all’altro; e scambiandoci ciò che possedevamo iniziammo a risalire, piano ma con regolarità».

Il romanzo è una sorta di Bildungsroman non del singolo ma della coppia padre/figlio, il cui rapporto viene indagato con profondità e tenerezza da Macioci, partendo dalla considerazione che «Chi non ha figli non conosce davvero la paura di sbagliare».

Riccardo è attanagliato dalla paura di sbagliare: parlare a Nic della madre è più giusto che lasciargli la tranquillità dell’oblio? Dare seguito alle sue fantasie sullo yeti o farlo subito entrare a patti con la realtà? Avallare la sua amicizia con l’inquietante vicino di casa, l’anziano Teodoro Inverno, oppure dare ascolto alle sue ansie e apprensioni e tenere Nicola sempre stretto a sé,  per esorcizzare la paura che anche lui possa svanire da un momento all’altro, come la moglie?

Alla fine, i due scelgono la vita, che ha i lineamenti di Simona, la bella animatrice del villaggio turistico, la complicità delle chiacchiere con Walter, il proprietario del bar sulla spiaggia (il Long John Silver), l’ambiguità del vicino di casa e infine, il ritorno all’amore con Ismaela, la misteriosa cameriera di un lido.

Sì, pensate bene: Long John Silver, Ismaela e molto Pinocchio, Lettera d’amore allo yeti non nasconde i suoi riferimenti letterari, che rimandano all’oscurità del male, alla purezza dell’infanzia, allo sforzo dell’uomo di fronteggiare il male, fino a diventare male egli stesso . Non viene citato apertamente un altro riferimento, che però mi appare una sorta di convitato di pietra: Stephen King.

Non solo per la lucida delicatezza con cui Macioci riesce a mettersi dentro lo sguardo di un bambino – cosa che King sa fare magistralmente – ma perché sceglie di usare la chiave horror per indagare problemi metafisici.

Il romanzo, che fino a metà svolgimento, sembra un romanzo realistico, il racconto di un lento e difficoltoso ritorno alla vita, nella seconda parte vira verso quello che molto semplicisticamente definisco “genere horror”. In realtà uno dei pregi di questo romanzo di Macioci è  sfuggire ad una etichettatura di genere.L’autore aveva sapientemente lasciato, come i sassolini di Pollicino, vari indizi su questa virata “horror” e questi indizi hanno contribuito alla creazione di un’atmosfera tesa, alla percezione – confortata da varie prolessi- che qualcosa sta per accadere. Nella seconda parte del romanzo, si assiste ad una accelerazione degli accadimenti e il ritmo di lettura diventa più serrato. La vicenda familiare si intreccia con una sorta di giallo legato alle sparizioni di varie persone a Colombaia. Riccardo recita male il ruolo del detective perché agisce non con lucidità, ma mosso dall’ansia paterna e dal timore che la sua fragile risalita ai bordi della vita possa essere spezzata in pochi attimi. Si susseguono i sogni terribili, angoscianti, che egli fa durante la notte, che assumono sempre di più la funzione di sogni premonitori.

«La magia è più forte della logica. La magia è più forte di tutto». Con questa frase, che rivela il ben assimilato debito kinghiano di Enrico Macioci, il lettore è invitato a lasciare le tranquille acque della verosimiglianza per  seguire finalmente lo yeti, i fantasmi, la multiforme fenomenologia del Diavolo.

Purtroppo non è consentito a un recensore di svelare le carte e dire quali colpi di scena il romanzo di Macioci riserva; posso semplicemente dire che il ritorno alla vita di Riccardo e Nicola non è l’oblio ma l’attraversamento del Negativo, fino a comprendere che il buio e la luce sono inseparabili. Riccardo ha una visione della morte, della solitudine estrema delle anime morte, in quella visione che è per lui la morte di Dio e per la bellissima figura di Teodoro (nome non casuale) Inverno è «il pianto di Dio per aver permesso il male», il protagonista non ne esce eroe, ma conquista la saggezza del limite.

Il romanzo costeggia l’orrore, poi ce lo fa scorgere in una visione quasi onirica, ma ci restituisce alla fine una speranza. Nonostante il diavolo non muoia e Riccardo e Inverno sanno che ricomparirà, l’etica del romanzo credo sia affidata alle parole del vecchio:

«Il diavolo è menzogna, e per sconfiggerlo occorre non prestargli ascolto […]

Il diavolo esiste. Il Male esiste. Io l’ho sperimentato, e anche tu. E per provare a sconfiggerlo occorre innanzitutto credere alla sua esistenza. Ma le sue parole, quelle vanno ignorate».

Teodoro crede nella sostanziale bontà dell’esistenza e il finale suggella questa fede.Allo stesso tempo, io credo che questa fede nella bontà e nella bellezza – seppure invischiata nell’oscurità – dell’esistenza fecondi lo stile di Macioci. La scrittura è limpida, le metafore preziose ma non appesantiscono mai la prosa, nonostante vi sia la percezione di un pericolo incombente, è più forte la sensazione di armonia, di bellezza che la scrittura cristallina rimanda. La malinconia non si muta mai in disperazione e questo, ma è solo un’annotazione personale, penso che sia il compito più arduo della letteratura: trasfigurare il dolore nel bello.

Duexdieci con Maria Antonietta Ferraloro

14232021_676308912532418_8547361323486841653_o Alla nostra iniziativa DueXDieci  questa settimana risponde la scrittrice  siciliana Maria Antonietta Ferraloro.

1) Sin da quando ero piccola non riesco a stare senza libri. Credo siano la mia coperta di Linus.  Nella maggior parte dei casi, per me, aprire un libro equivale a salire su un tappeto volante, che può portarmi ovunque.  Altrettanto spesso, comunque, mi affido ai libri come a un unguento miracoloso: chiedo loro di lenire le mie ferite; di cancellare la tristezza.  Ormai da qualche anno, scrittura e lettura si alternano nella mia vita senza apparente soluzione di continuità. Leggere, però, probabilmente, mi piace ancora di più che scrivere.

2) Il libro che mi ha cambiato la vita si intitola L’amante, ed è stato scritto da Marguerite Duras. Mi condusse sino alla magia di quelle pagine la sua bellissima copertina,  una fotografia in bianco e nero del volto giovanissimo dell’autrice. Mi ammiccava ogni mattina, dalla vetrina della libreria che si trovava vicino alla mia scuola.  Avevo 16-17 anni. Quando lo ebbi tra le mani, mi rapì già dalla prima pagina. Una scrittura ipnotica; una voce potente e personalissima. Ogni parola essenziale, necessaria;  pesante come un macigno.  Ancora adesso mi piace riprendere in mano quel libro. Sfogliarne le pagine. Fa parte di me. Probabilmente l’ho tatuato sul cuore.

Scosse di Marzo 2017

Cari Terremoti,

abbiamo concluso febbraio con una officina speciale, coordinata da Nadia Terranova. Partendo dal suo ultimo libro per ragazzi “Casca il mondo”, abbiamo percorso l’affascinante strada della narrativa per bambini e ragazzi, ne abbiamo gustato le potenzialità, le aspettative ma anche i pericoli. Nadia ci ha aiutato con delicatezza e determinazione a selezionare letture e a compiere esercizi fondati su alcuni paletti importanti, perchè non si può scrivere per ragazzi nello stesso modo in cui si racconta loro una favola.

Anche Marzo si propone di essere un mese davvero ricco di stimoli.

Il primo appuntamento è l’8 marzo, alle ore 16:30: un laboratorio di lettura inserito all’interno di uno dei Pomeriggi di Panteno dell’Istituto di Teologia “San Tommaso”. Il titolo del laboratorio è “La famiglia, scuola di vita e di amore…nella letteratura”. L’incontro sarà coordinato dalla Presidente di Terremoti di Carta, Nancy Antonazzo.

 

locandina famiglia small

Il secondo appuntamento è un’officina di lettura e scrittura sul genere narrativo del giallo. Il 31 marzo presso la libreria Doralice, appuntamento con Alberto Minnella per parlare del suo ultimo libro. Lo scrittore ci aiuterà a sviluppare questo tipo di scrittura, parlandoci della sua esperienza di detective story e dei suoi personaggi.3237508

L’officina con Stas’ Gawronski, prevista per marzo, sarà, invece posticipata all’8 aprile.

Nuove scosse ci aspettano. Occhio alle prossime attività telluriche.

I Terremoti di Carta

 

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