Leggiamo il Natale

Cari Amici,
l’A.S.S.O., Associazione Italiana Sostegno Oncologico, Presidente Prof. Vincenzo Adamo, in collaborazione con Associazione Culturale Terremoti di Carta presenta “Leggiamo il Natale”, Poesie, storie, filastrocche a tema natalizio.
Il reading si terrà il 4 dicembre 2019, alle ore 10:00 presso U.O.C. ONCOLOGIA MEDICA, DAY HOSPITAL al 4° piano dell’Azienda Ospedaliera “Papardo” di Messina.
La lettura dei brani coinvolgerà i pazienti e i loro caregiver e sarà accompagnata al pianoforte dal Maestro Giovanni Renzo.
Saranno presenti all’evento il Presidente dell’Associazione “Terremoti di Carta” Prof.ssa Nancy Antonazzo, e per l’A.O. Papardo il Direttore Generale Dott. Mario Paino ed il Prof. Vincenzo Adamo Direttore della Oncologia Medica.

Recensione a Ian McEwan “Nel guscio”

di Rosalia Mollica
Tutti pronti, silenzio in sala, giù  le luci! Sipario!!
Eh sì,  se non fossimo con un libro in mano, sprofondati nella poltrona di casa, saremmo certi di partecipare ad una  pièce de theatre, magari al “Globe Theatre”, con Shakespeare regista e coautore: l’immaginazione e il romanzo “Nel guscio” di Ian McEwan  fanno  miracoli.
Interno giorno, interno notte. La scena si svolge in pochi ambienti,  ciò  che avviene fuori è  narrato, mai visto, solo riferito.  Escludendo alcune fugaci comparse quattro sono i personaggi in scena, anzi cinque, un personaggio non c’è  ancora ma ha il compito di raccontare, pur essendo un non-nato è ancora nel grembo materno come in  “ lettera a un bambino mai nato” ma con i ruoli capovolti e a fosche tinte. Tutto ciò che vediamo lo vediamo filtrato attraverso gli occhi di colui che nulla può ancora vedere ma solo percepire attraverso i sensi, ma che comprende più di chiunque altro.
I personaggi di questa tragedia moderna, Trudy la  madre amata, odiata, fedifraga e assassina, John Cairncross  il padre, “ venuto al mondo sotto una stella accomodante,  troppo servizievole, sollecito e cortese..”un poeta dedito alla “ formula anacronistica di un sonetto “, Claude, lo zio “ che non compone e non inventa niente, zotico duro di mente” anch’egli fedifrago e assassino, razionale nel senso più  “ stupido” del termine.
La trama è presto detta: ricordate l’Amleto, immaginate qualche variante d’autore e trasportatelo nel ventunesimo secolo a Londra o in qualsiasi altra parte del mondo,  se vi va. Ma il vero protagonista è  lui, l’essere neppure giovane, non ancora nato ieri  già abbastanza sapiente  da sbagliarsi su tante cose. Un essere colto, già  adulto per la capacità di pensare, il cui cuore combatte a fianco del “ furibondo” cuore della madre. Sembra non ci sia amore tra i due, solo legami biologici, chimici, di sangue e cordone, di una reciproca sussistenza per leggi viscerali  non filtrati dall’amore,  dal desiderio,  dall’attesa. Ma chi può  comprendere il complesso rapporto che lega una madre a un figlio e viceversa? L’essere, ancora non-essere, vede e sente tutto dal guscio materno, partecipa al criminale gioco come testimone impotente, è uno spettatore, attende gli eventi seduto tra il pubblico pur essendo parte della Compagnia. Ci sono tutti i temi dell’Amleto shakespeariano: eros e thanatos, la relazione madre e figlio, padre e figlio, le relazioni amorose poetiche e carnali, il complesso di Edipo, l’azione e la stasi ed infine la vendetta. Ma ciò che più incanta è la coscienza della realtà che delude, la vanità del tutto, le aspirazioni che si frantumano dinanzi alla  corruzione. È  l’avversità che  dà la consapevolezza, morde ma rende edotti. Questo Amleto vive nel suo guscio ma già immagina e assapora l’infinito, sa che l’infinito è doloroso, tragico, ostile, ma chiede di attraversare il varco anche se in compagnia di brutti sogni, così vuole Amleto, cosi dice Shakespeare.
Si assolve dal dovere della vendetta, poiché è  la giustizia che deve avere il monopolio della violenza, qui Shakespeare perde il controllo, ma la vendetta può avere tante facce e McEwan le riserverà  un ruolo magistrale, un tocco da maestro! Il non- nato Amleto vuole per sé  solo il pensiero e la vita  e “ il ciuffo di sillabe.. a meno che.. a meno che..è un piagnisteo di speranza”. Vuol vincere nonostante tutto, vince, in quest’opera geniale l’amore e l’emozione pur nella mostruosità, nell’orrore che si respira. Lui è  l’eroe della sopravvivenza,  colui che combatte contro un destino avverso, colui che, pur sapendo che forse non avrà la meglio,  accetta il rischio per quegli sprazzi di luce che la vita può promettere.
La lingua  è  impetuosa, incalzante, arguta, angosciante,  ironica, tutto  risuona di parole che affascinano e inebriano. Un capolavoro! McEwan fa anche denuncia sociale, toccando ogni parte del mondo, senza risparmiare nessuno argomento attuale e che qui diventa universale. Schizzi di brutture politiche e sociali elencati al ritmo di tamburo con  una leggerezza e un’amara ironia come solo i grandi sanno fare. Che altro aggiungere… solo  l’invito  all’acquisto di un biglietto in prima fila, lo spettacolo merita. Antonio D’Orrico lo ha definito un romanzo da standing ovation…con tanti applausi a scena aperta, ve l’assicuro!

Scosse di novembre 2019

Cari amici, 

ottobre è stato davvero ricco di incontri ed esperienze importanti. Non potevamo cominciare in modo migliore questo nuovo anno di Terremoti di Carta.  Anche novembre però non scherza. Ecco gli appuntamenti più importanti:

Martedì 5  e 12 novembre i nostri  Laboratori di Lettura Consapevole e Scrittura Creativa, che da quest’anno abbiamo voluto rinominare Officine “Raymond Carver”, in onore di una delle colonne fondanti della nostra decennale esperienza.  Ci incontreremo presso i locali del Convento dei Frati Minori, Viale Regina Margherita alle ore 17:30. Carta, penna e desiderio di ascoltare e mettersi in gioco. 

 

13 novembre 2019 Conferenza Stampa di presentazione del Progetto “Cultura Futuro Urbano”, in collaborazione con Istituto Comprensivo “G. Catalfamo” di Messina – Istituto Comprensivo “S. D’Acquisto” di Messina -Associazione dei “3 mestieri” di Messina -Associazione Ionio – Circolo Arci di Messina – Associazione Pro Loco Messina Sud di Messina.

Sabato 23 Novembre, prima Officina Co-creativa con Stas’ Gawronski. Ritorna lo stage di lettura consapevole e scrittura creativa di una intera giornata nei bellissimi locali della Biblioteca Comunale “Cannizzaro” di Messina, presso il Palacultura, in collaborazione con il Cidi di Messina per la certificazione dell’aggiornamento dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado. 

  • Progetto Beckett  2° Step  presenza ed entusiasmo di quanti hanno partecipato al nostro Laboratorio di Lettura Consapevole dedicato a Samuel Beckett, inserito tra le iniziative di Naxos Legge 2019 e organizzato con la collaborazione del Cidi di Messina nel mese di settembre ci hanno incoraggiato a continuare con questo meraviglioso percorso. Il secondo step è dedicato in modo particolare agli studenti degli Istituti Superiori di Secondo Grado e si svilupperà nelle scuole tra il mese di novembre e dicembre. 
  • Risuonare le paroleDopo la meravigliosa accoglienza e nutrita partecipazione del primo incontro  di letture poetiche ad alta voce torna l’esperienza di condivisione di emozioni e immagini che questo genere letterario sa donarci. A breve la prossima data.

Non ci resta che darvi appuntamento alle prossime scosse.

I Terremoti di Carta

Recensione a Kent Haruf “Le nostre anime di notte”

di Rosalia Mollica

Che cosa può accadere quando una signora settantenne chiede al suo vicino di casa di passare le notti insieme? Succede che si dicono tutto, il senso della vita, le sensazioni  delle cose che a volte piovono addosso, il dolore della perdita, della delusione e del piacere. In questi sussurri notturni creano uno spazio tra le cose , come le avvertivano una volta  e come le sentono adesso.
La città  è  Holt, inventata da Haruf nella trilogia della Pianura. Questo romanzo, uscito postumo, è  forse un   testamento spirituale di uno scrittore prossimo alla fine,  trasmette necessità,  impellenza, desiderio, fretta di fare e colmare le lacune della vita. La scrittura è lineare,  scorrevole, “ pianeggiante “ , si legge più  tra le righe, negli spazi bianchi,  come spesso splendidamente accade, mai patetico o mieloso.
Addie e Louis, i due protagonisti,  vedovi entrambi, si ritrovano a fare i “discorsi del cuscino”. Le loro giornate scorrono nella  semplice quotidianità, ma la sera tutto cambia, il letto diventa il luogo d’incontro,  il  lettino psicoanalitico,  dove tra  i sussurri si rivela la loro anima, si dice ciò  che non si è  mai detto a nessuno,  nemmeno a se stessi.
“Non voglio più vivere in quel modo- per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è  cosi che si vive. Non per me almeno” dice Addie. Lei sarà  il vero timoniere della storia e  trascinerà Louis in questo parto dell’anima,  lei principalmente, vuole riappropriarsi  del diritto alla felicità. È una  ribellione  al conformismo della città, a coloro che vedono in tutto ciò  solo il peccato e mai si soffermano per capire  cosa può esserci  di profondo, doloroso, gioioso. Ma è  soprattutto il traguardo di un percorso compiuto  all’interno, poiché all’interno i fatti assumono senso diverso anche se la vita poi scorre seguendo la corrente. Madre-nonna ma soprattutto donna, trasmette una pacatezza e un senso di libertà che coinvolge tutti coloro che le ruotano intorno: il nipote Jamie, Louis,  l’amica Ruth e per assurdo coloro che appartengono alle vecchie generazioni,  coloro che hanno già vissuto il vivibile. E dopo i momenti  di gioia nell’accudire il nipote, la consapevolezza che forse si è tradita la propria natura, che si sono  commessi solo peccati di omissione  per  aver fatto solamente  quello che gli altri si aspettavano.
Addie e Louis possono accettare che “è  stata la nostra vita” e che pochi riescono ad avere ciò  che si desidera. Solo adesso  si può  dire  con serenità “Per noi le novità e le emozioni non sono finite.  Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito”.  La nuova generazione non riesce a  comprendere,  come il figlio di Addie, Gene, poiché è ancora immerso nel bailamme dei suoi giorni,  non si è dovuto ancora  voltare  indietro,  non è  cosciente che la vita che  sta vivendo ha bisogno di una lettura a posteriori per essere capita, rimpianta o rinnegata.  Addie e Louis  vedono il loro futuro con l’anima  rivolta verso il passato, possono  comprendere, possono pretendere. Ma la vox populi e principalmente la vox familiaris impone che la libera scelta diventi clandestinità imposta e il “..non posso farci niente,  è  la mia famiglia” sembra  una  pietra tombale su ciò che era aria limpida e pura, ma l’aria, si sa, non si può ingabbiare ..
Potere e forza dello specchio di tutte le anime,  che è la letteratura. Questo scarno romanzo è  commovente e necessario,  viene voglia di accucciarsi e ascoltare due vecchi che parlano al buio e pensare che, grazie al cielo, “per un po’ è  ancora notte”!.

Scosse di ottobre 2019

Cari Amici,

dopo il successo del laboratorio di lettura consapevole “Aspettando…Beckett” ci aspetta un ottobre pieno di colori e nuove emozioni.

12 ottobre 2019, alle ore 18:00, presso la Libreria Mondadori Bookstore-Ciofalo di Messina incontreremo il giornalista e scrittore Alessandro Zaccuri e ci faremo raccontare la sua nuova esperienza di scrittura. Vi aspettiamo per la presentazione del suo libro “Nel Nome” NN editore.

16 ottobre 2019 alle ore 18:00, presso Libreria Doralice di Messina,  Laboratorio di Lettura Consapevole su Stefano D’Arrigo, in memoria del centenario della sua nascita.

21 ottobre 2019 Laboratorio di Scrittura Creativa “Raymond Carver” , luogo e orario da stabilire: l’originale e unica esperienza di scrittura creativa dal 2007 in città.

26 ottobre 2019 alle ore 18:00, presso Libreria Doralice di Messina “Risuonare le parole”, incontri di letture poetiche ad alta voce.

30 0ttobre 2019 alle ore 18:00 presso Libreria Doralice di Messina, Hallowreading, il nostro tradizionale reading di Halloween.

Inoltre: Habla Lab, laboratori di lingua e cultura ispanica, ogni martedì ore 18:00 presso Libreria Doralice di Messina, al raggiungimento del numero di iscrizioni.

Alle prossime scosse

I Terremoti di Carta

 

Recensione a “Un uomo solo” di Christopher Isherwood

A cura si Rosalia Mollica
 “Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è  subito sera ..”.
Basterebbero questi pochi versi per liquidare la faccenda perché è  di questo che si parla in questo sferzante romanzo di Isherwood, e Quasimodo torna in mente inevitabilmente. Le tante facce della solitudine, solitudine nella folla, l’anonimato, desiderio di essere  accettato, compreso, consapevolezza che ciò è  impossibile..e tanto altro . George, il professore inglese che vive in California e che è il protagonista di questo romanzo è un uomo solo nel senso più  ampio del termine, è  una “cosa umana per-tre-quarti” è  colui che da uomo consapevole ogni mattino “Si spalma rapidamente il make-up psicologico adatto al ruolo che deve interpretare”. Ma  l’isolamento è altra cosa, si è soli senza nessuno, quando non si è  in compagnia nemmeno di se stessi e George è  solo ma perfettamente connesso con la propria anima, con la  mente e con il corpo. Tutto avviene nell’arco di un giorno, un giorno come tanti di un professore universitario. Il  risveglio mattutino nella  casa  tristemente svuotata dell’amore che l’abitava, l’amore imperfetto “annientato tramite dolcezza” dai vicini, prodotto dell’ereditarietà, dalle ghiandole, non da condannare, ma da compatire, a volte perfino bello “soprattutto se una delle due parti è già  morta, o , meglio ancora, tutte e due”. Il lavoro fra gli studenti, la lezione,  uno dei tanti momenti di vanagloria, come un artista da circo, sospeso al trapezio “sotto il fascio di luce ha brillato e tremato come una stella” e dopo una volta a terra nessuno applaude. Quegli studenti schiavi del ‘dover essere’  e ai quali il “folle poter essere sussurra loro di vivere, conoscere,  sperimentare  meraviglie”. A loro, distaccati e indifferenti George trasmette conoscenza sapendo che gli basterebbe solo la sua testa” portata  in aula a fargli lezione su un piatto “poiché  poco sanno e vogliono sapere di lui. George irride dall’alto del suo cinismo, che nasconde un eccesso di sensibilità disillusa, i suoi simili: rozzi, tardi, venali, ma si sente felice di avere un posto tra loro, perché  vivi. La morte di Jimmy e quella  imminente dell’amica-nemica Doris lo hanno ancorato tenacemente e dolorosamente alla vita. George rifiuta il pianto poiché non si piange rumorosamente un dolore così  forte, Jimmy è  compianto in silenzio perché  la luce e gli occhi degli altri compirebbero un sacrilegio. Il giorno avanza ed è  un crescendo di voglia di vita, rinascita di un’ amicizia trascurata ma indispensabile, speranza di un nuovo amore, desiderio  disperato di essere  se stesso non trasfigurato dall’aridità delle convenzioni,  il corpo e l’anima sperano di essere  due  identità non distinte .  E poi… e poi arriva la notte, epilogo dello scenario quotidiano pieno di fatti naturali,  ripetitivi, inaspettati, carichi di speranza  come accade a tutti. Sembra una metafora della vita umana, un percorso abbreviato in 12 ore di un intero arco di vita, mattina-nascita,  notte fine, in mezzo c’è  il previsto e l’imprevisto. Basterebbe poco per non essere più soli, molto poco “se non mangiassimo mai soli, soffriremmo la solitudine?” forse basta così  poco,  lasciare “dietro di sé  il pedaggio dei vestiti” e dire a chi hai davanti: “Sono come un libro che tu devi leggere. Un libro non può  leggersi da solo. Non sa nemmeno qual è  il suo argomento. Io non so qual è  il mio argomento..” e  così vivere ed ancora vivere , sperare ed amare.

Scosse di settembre 2019

Cari Terremoti e amici,

bentrovati! Ci auguriamo che in questo tempo di riposo le vostre letture e idee siano state favorite da relax e nuovi stimoli. Terremoti di Carta non si è fermata! Oltre ai consigli di lettura abbiamo cominciato a preparare il terreno per il prossimo anno e abbiamo iniziato con un bel raccolto, una vendemmia di progetti nati dalle collaborazioni con scuole e associazioni. I progetti e le iniziative in cantiere sono tanti e ve ne daremo comunicazione man mano che si svilupperanno, a cominciare, una tra tutte, dalla Cartoon School.

Ma iniziamo con:

  •  Aspettando… Beckett in tre step: primo appuntamento 27 settembre ore 18:00 presso “Feltrinelli Point” di Messina.   Il Laboratorio di Lettura Consapevole “Aspettando…Beckett” si inserisce nel programma di Naxos Legge 2019, “Le opere i giorni. Uomini, donne, popoli e memorie”.
    In un clima accogliente e informale i partecipanti porteranno un brano a scelta tra le opere di S. Beckett ( non più di una pagina)da condividere e gustare insieme.
    Il laboratorio è aperto a tutti ed è libero e gratuito
    Prenotate la vostra partecipazione scrivendo a terremotidicarta@gmail.com
    I docenti partecipanti, tesserati con il Cidi di Messina potranno ottenere la certificazione valida per aggiornamento e formazione.
    Per info scrivere a cidimessina@gmail.com
  • Cambridge Project e Dele Project: a breve le date di inizio

Per informazioni e iscrizioni potete scrivere a terremotidicarta@gmail.com

Recensione a “Storia di Asta” di Jòn Kalman Stefànsson

A cura di Rosalia Mollica

Partendo dal presupposto, per nulla sbagliato,  che  anche  l’occhio vuole la sua parte e che questo motto può essere valido anche per i libri…l’edizione Iperborea è  bellissima! Il libro sembra un mattone pieno in laterizio, sì proprio un mattone, stretto e lungo, piacevole al tatto per la  sua ruvidezza, i colori della copertina affascinano, la carta  rispetta l’ambiente, insomma è  un piacere averlo  tra le mani. Se il contenuto poi soddisfa anche lo spirito, la gioia è piena. Non è  facile parlare di questo lavoro, molto banalmente si potrebbe dire che è  bello, e difatti lo è , anche tanto bello. Il titolo fa comprendere subito che è  una biografia, di Asta appunto, giovane islandese vittima della malinconia,  del senso di colpa e dell’accusa, i tre cecchini che mirano al cuore e fanno centro.

Inizia cosi l’autore: “… Siamo a Vesturbaer, il quartiere ovest di Reykjavik, all’inizio degli anni Cinquanta dello scorso secolo, e spiego com’è  nato il nome Asta. Poi perdo il filo”. E difatti il filo che ci si aspetterebbe da una biografia non c’è. Stefansson, oltre che uno scrittore, diventa  architetto, crea un’impalcatura originalissima,  un mosaicista perché  ogni tassello  infine va al suo posto, trova il suo incastro. Leggendo si ha la sensazione  di aprire la scatola di un puzzle per procedere alla composizione di un  bel cartellone da cantastorie, episodi spezzettati  in tanti quadri che illustrano in sintesi tutta la storia raccontata pian piano, quasi a puntate. Ciò  che colpisce prima di tutto  è  proprio la tecnica di narrazione,  la struttura del libro. Il racconto procede  grazie a  Sigvaldi padre di Asta,  la madre Helga, l’amata balia , il tenebroso e indimenticabile Josef  e poi Kristin, Arni e anche per la metanarrazione dell’autore, il quale si riserva alcune frazioni di libro dove parla un po’  di sé e delle difficoltà  che affronta nel tracciare  la storia in cui ci immerge, perdendo argutamente il filo e ammaliando.  La realtà si confonde con la finzione, il narratore cambia in ogni capitolo, ma  parlare  di capitoli è  improprio, sono più  scene.  Sembra di essere a teatro quando si accende l’occhio  di bue su un solo personaggio tra i tanti , gli altri ci sono, immobili , non sentono cosa dice e poi, a turno, tocca a tutti .

È  una biografia che non può essere raccontata se non toccando : “..anche le vite che la circondano,  l’atmosfera che sostiene il cielo”. Una saga familiare che scorre tra i Fiordi Occidentali che assomigliano più ad un brano musicale che a un paesaggio,  quindi impossibili da descrivere. E poi Reykjavik, Vienna come  in un  caleidoscopio. Chi da bambino ha posseduto un caleidoscopio può  comprendere. Nel tubo magico si vedono immagini che si sovrappongono,  si intersecano,  si uniscono  cambiando di continuo  colori,   forme,  luci e ogni volta è  qualcosa di nuovo. Tutto si mescola,  si aggroviglia, varia imprevedibilmente e tu resti lì stupito e trascinato. L’unica cosa che accomuna tutti i personaggi,  oltre al fatto di aver camminato assieme per un tratto più o meno lungo, è  il sentimento in tutte le sue forme : l’amore,  spesso difficile  da riconoscere  e vivere, la malinconia, il ricordo, lo smarrimento e l’impotenza di fronte alla vita. Nulla è  lineare,  passato e presente si intrecciano,  coesistono, a dimostrazione che ciò che  siamo è  dato da ciò  che siamo stati. Il passato è un bagaglio che ci trasciniamo  e che ci trasforma nel futuro per poi svanire nel nulla. Comprendiamo allora che l’esistenza  di ognuno di noi: “sembra cosi immensa da sostenere da sola il cielo,  in fin dei conti non è  altro che un topo che sfreccia sul pavimento della cucina in un giorno di ottobre e poi chi la vede più?”.

Recensione a “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

A cura di Rosalia Mollica
“Con dolore partorirai figli” ecco la prima condanna inflitta ad una donna per la colpa commessa e a partire dal libro della Genesi  l’elenco è  senza fine.
Margaret Atwood nel romanzo “Il racconto dell’ancella” immagina alla fine del ventesimo secolo la Repubblica di Galaad, una società dominata da uomini ma anche da donne carceriere, secondo regole tipiche di un regime totalitario, con mansioni ben precise e con una rigida gerarchia, in uno scenario che trae le sue origini dal vecchio testamento.  Qui le donne, fasciate da abiti che le classificano per i ruoli  loro assegnati svolgono attività diverse in un clima di paura  e di inganno: le Zie, le Mogli dei Comandanti, le Marte, le Nondonne, le Economogli e infine le Ancelle, donne vestite di rosso destinate alla procreazione, secondo il passo biblico che narra di come Rachele, non potendo procreare, fece fecondare da Giacobbe la sua serva. Una società distopica, descritta nei suoi particolari grotteschi e ridicoli, a partire dai nomi dati alle cose (Rigenerazione,  Precivaganza, Partomobile, Occhio, Custodi, Angeli, Nonbambino, Nondonne) che descrivono una struttura fittizia e paradossale tipica di ogni regime totalitario e appare a chi legge  angosciosamente realistica, così  come “1984”di Orwell.
La scrittura è scorrevole, la trama avvincente, il racconto dell’ancella Difred balza dal presente al passato con continui flashback, indotti  dal desiderio di ricordare la vita precedente per  ricavarne coraggio e salute psicofisica. Il ricordo, l’amicizia, la natura, i fiori sono elementi salvifici. La solidarietà ancora esistente tra tanti inganni  e nonostante la paura del tradimento, della delazione è una delle armi per non soccombere all’espropriazione dell’identità.  Anche l’ironia,  ove possibile, svolge questo ruolo, attraverso il distacco da ciò che altrimenti sarebbe insopportabile. “Nolite te bastardes  carborundorum”,  non consentire che i bastardi ti annientino è la frase trovata da Difred incisa nell’armadio,  forse l’ultimo grido beffardo dell’ancella che l’aveva  preceduta e  che decide di darsi la morte per tornare libera. E poi la forza purificatrice del perdono perché: “non sarai mai soggetto alla tentazione del perdono, tu uomo, come lo sarà una donna”. Ciò conduce alla consapevolezza che anche il perdono è  una forza  delle donne, chiederlo è potere ma negarlo o concederlo è un potere  forse più  grande. La ricerca spasmodica delle letture, anche di una squallida rivista patinata, disprezzata, snobbata in tempi normali  sono  un ricordo della vecchia libertà, sono un altro appiglio agognato che: “se fossero un genere commestibile  queste letture smorzerebbero l’ingordigia dell’affamato”. Quanta forza nelle donne, anche quando la storia le assoggetta, le irregimenta, le fa diventare oggetto, illudendole che sia un atto in loro difesa, per liberarle da schiavitù senza fine come se ancora dovessero espiare la colpa di aver tentato l’uomo e avergli fatto perdere il paradiso. Le donne che per il Comandante non sanno l’aritmetica, per loro uno più uno più  uno più  uno non fa quattro, fa semplicemente uno più uno più uno più uno che non è  uguale a quattro,  ciascun uno resta unico, non c’è modo di unirli né  è  possibile scambiarli l’uno con l’altro, né  sostituirli l’uno all’altro, perché conta per le donne la forza dell’individualità,  l’unicità,  il nome dato ad ogni cosa  o persona che ne rivela la sua singolarità e che è uno dei principi fondamentali del suo essere madre . Donna fonte di vita, vitale quindi,  ma proprio per questo  strumento di riproduzione tanto esaltato da renderla schiava, usata, “ protetta” solo  per questa sua imprescindibile prerogativa, una fusione di dolore e acciaio, sua condanna, sua forza.
Difred, la protagonista porta, come le sue consorelle, un patronimico di preposizione con valore possessivo seguito dal nome del Comandante al quale è stata assegnata. Perdono il loro nome originale per diventare oggetto posseduto, disumanizzate anche in ciò che c’è di più personale, il nome, poiché viene negato loro anche “ il trascurabile “.
In questo scenario apocalittico, mostruoso, angoscioso si percepiscono piccole ventate di speranza che la disumanizzazione totale non sia mai possibile, anche il Comandante, forse stanco e disilluso del mondo  che lui stesso assieme ai vertici dell’organizzazione ha creato, aspira ad un momento di umanità quando chiede solo un bacio che sia desiderato,  non è  amore poiché è  estorto con il ricatto, ma è  l’illusione di ciò che dovrebbe essere, poiché  ciò che è  normale è diventato incredibilmente impossibile. “La normalità, diceva Zia Lydia, significa  ciò  cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrarvi normale al momento, dopo un po’ di tempo lo sarà. Diventerà normale”. Questa è  la paura più grande, abituarsi al peggio perché non si vede o non si vuol vedere . Questo romanzo rappresenta  per paradossi  ciò che potrebbe accadere o degenerare in ogni campo, come, ahinoi! la storia ci ha più  volte insegnato.  Tutto sembra da principio  apparentemente normale : “Vivevamo di abitudini. Come tutti la più parte del tempo [..] vivevamo, come al solito,  ignorando. Ignorare non è  come non sapere,  ti ci devi mettere di buona volontà”.
Ma ciò che più fa tremare ed è  di  monito a tutti è che : “ Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente,  moriresti bollito senza nemmeno accorgertene”.

Recensione a “Gli Innamoramenti “ di Javier Marias

Recensione a “Gli innamoramenti “ di Javier Marias

a cura di Rosalia Mollica

E capita di fare come con le ciliegie, una tira l’altra, letto il primo si prosegue. Si approfondisce la conoscenza, come quando incontri qualcuno d’intrigante e vuoi andare a fondo, cerchi  di capire di più, non ti fermi a giudicare alla grossa, specialmente quando il primo incontro è  stato” gustoso” .
“Gli innamoramenti” di Javier Marias  è  la storia di Luisa e Miguel, la coppia perfetta, osservata tutte le mattine da Maria nel caffè di Madrid  dove si ritrovano a fare colazione. Maria vede nella coppia l’esempio di ciò  che dovrebbe essere la felicità, assiste ad una breve scena di vita familiare tutti giorni e i suoi protagonisti le danno la forza di affrontare la giornata, sono il doppio caffè della colazione, sono i suoi sogni in carne ed ossa,  l’”incentivo mattutino“, lo stimolo. Un giorno però  Miguel muore tragicamente e Maria decide di avvicinarsi alla vedova . Conosce inoltre  il migliore amico di Miguel,  Javier  e con lui intreccia una relazione che le farà vivere momenti inaspettati.
La scelta del titolo non è  casuale naturalmente,  “ Gli innamoramenti “ potrebbe dirsi  infatti un saggio sull’amore,  una disamina di ciò  che anche qui appare inspiegabile,  di ciò  che nessuno conosce veramente pur avendone fatto esperienza. C’è  tutto , l’amore impossibile, la gelosia, la memoria di un amore perduto “(..)che di tanto in tanto torna indietro e spesso si maschera da rifugio,  nel passare per una strada o nell’annusare una colonia o nel sentire una melodia(.. )” e l’amore unilaterale che a volte è  spinto da “ragioni idiote” che suonano stonate a chi non ha provato nulla di simile, “ manifestazioni di fede” che vivono di attimi che non chiedono nulla di più che essere vissuti  desiderando che la persona amata: “(..)  stia ancora entro il nostro orizzonte e non sparisca del tutto (..)”.
E poi ancora la parola innamoramento,  una parola sconosciuta in tutte le lingue e usata solo in italiano, Marias fa un distinguo anche con l’amore : “Ci attirano molto alcune persone, ci divertono, ci incantano…ci trascinano, riescono a renderci pazzi momentaneamente..può sostituire l’amore..; ma non l’innamoramento …quel che è  molto raro è  provare debolezza,  una vera debolezza per qualcuno, o che costui la produca in noi, che ci renda deboli. Questa è la cosa determinante, che ci impedisce di essere oggettivi e ci disarmi in eterno e ci faccia arrendere in tutte le contese..” l’innamoramento è  ciò  che tutto muove allora!
Ogni pagina sembra uno specchio in cui riflettersi, l’idea  della morte ( she should have died hereafter- tomorrow,  tomorrow,  tomorrow… ) perché il più avanti su cui tutti contiamo cessa di esistere  quando  non può esserci più tolto nulla. Non finisce più nulla per noi se siamo già  finiti e  il lutto che avverte chi resta è  un vuoto- pieno che rivela mille contraddizioni ( There  would have been a time for such a word) e chi meglio di Shakespeare   può aiutarlo a comprendere .
 La trama è un pretesto,  una cornice  per guidarci in una sarabanda di emozioni , Il destino  ci appartiene perché noi siamo cio’ che viviamo e non potremmo essere altro pur esistendo una  vita vissuta e una pensata ma : ”La forza dei fatti   è  talmente spaventosa che chiunque finisce per essere  più o meno rassegnato alla propria storia, a quanto gli è  accaduto  e a ciò che ha fatto o  ha smesso  di fare anche se può credere di no o non lo riconosce”,  perché  l’unica vita che abbiamo  è  quella che è  sparita tra la vera e l’immaginata.
 Tante le debolezze, mille i moti dell’anima, i sentimenti,  le attenuanti che gli uomini si inventano per giustificare le proprie azioni nefande e  spesso  inanellano scuse per giustificarsi poiché  la mistificazione ci appartiene,  siamo vittime di raggiri e raggiriamo noi stessi prima che gli altri.
 Ad ogni pagina capita di  pensare: ecco, sono io!.. sospiri quasi quando ti riconosci, sembra che Marias ti legga dentro. La voce narrante è  l’alter ego di Marias, Maria guarda caso, la narrazione procede oltre che per dialoghi anche attraverso l’immaginazione della protagonista, lei immagina, in un “ gioco” empatico sempre puntuale,  tutto ciò che gli altri sentono, specialmente  il suo amore Javier ( guarda caso Javier anche lui). Marias si è  impossessato  del corpo della donna per parlare attraverso lei, lui, il ventriloquo, lei il pupazzo.  In realtà,  chi legge sente di essere mosso dallo scrittore,  “parlato” dallo scrittore,  come se conoscesse ogni piega della sua anima e dell’umanità intera. Ti denuda, ti  scopre, sei colto in castagna, beccato, ti psicanalizza, ti ipnotizza con la sua scrittura incalzante . Ma amore e morte sono i temi principali. Quante verità  sul lutto, sulla vita, sull’amore… da brividi! È un indovino,  svela l’arcano, senza frasi sibilline,  pane al pane, dritto al cuore, dentro l’anima  come un grimaldello.
Non manca Marias di elogiare il potere, la forza della letteratura, quella antica, quella di Balzac col suo  colonnello Chabert che accompagna tutto il libro con continui richiami, ed ecco Shakespeare che incalza col Macbeth e poi Dumas con i suoi Tre moschettieri. Ancora una volta in questo romanzo l’autore sembra tessere la tela intorno a delle frasi chieste in prestito ai grandi delle lettere, come un filo conduttore, un mutuo soccorso fra colossi perché i romanzi ci mostrano ciò che non conosciamo e ciò che non accade ma  che potrebbe accadere perché ci riconosciamo nei personaggi  e “(..) le cose interessanti  sono le possibilità  e le idee che si inoculano e ci portano attraverso i loro casi immaginari, rimangono in noi con maggiore nitidezza dei fatti reali e li teniamo in maggiore considerazione (..)”..e poi tanto tanto altro .
Insomma una storia che intreccia  amore e morte, due esperienze fondamentali e inevitabili dell’uomo  che a volte seguono lo stesso andamento con la vana speranza del “ hereafter “  e chi prova amore “alone and palely loitering” o il dolore di una perdita comprende che : “la vita è  solo un’ombra che cammina: un povero attore che incede e si agita sul palcoscenico e poi non lo si sente più : è  una storia raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia, che non significa niente”.(W Shakespeare )

Recensione a Javier Marias, “Berta Isla”.

Recensione a “Berta Isla” di Javier Marias, Einaudi Editore

“Per molto tempo non avrebbe saputo se suo marito era suo marito”. Inizia cosi Marias , e poi, ” insieme ma con poca presenza e senza limiti precisi, insieme ma dandosi le spalle”. Con queste due frasi la dice lunga sulla storia, sintetizza tutto ciò che si incontra da lì a poco. Tomas e Berta sono i due protagonisti, si incontrano a Madrid dove vivono lei, madrilena purosangue, lui metà inglese da parte di padre e metà spagnolo da parte di madre. Un amore nato a scuola, si scelgono, e nonostante la lontananza degli anni universitari  lui studierà ad Oxford) e qualche distrazione amorosa frutto dell’emancipazione sessuale della fine degli anni sessanta, si sposeranno nel maggio del 1974. Ma la vita è bizzarra e imprevedibile, ti porta a non poter scegliere ma ad essere scelto “… non esistette finché esisteva e quando cessò di esistere non era esistito”.

Ti cambiano le cose che accadono e anche quelle che non accadono. Tomas ha tanto da nascondere, qualcosa che non potrà mai rivelare “esiste solo quello che viene raccontato, quello che si arriva a raccontare“. La vita è un palcoscenico e quando credi di essere in platea ad assistere ad uno spettacolo in realtà sei sul palco e reciti anche tu una parte che, importante o no che sia, verrà dimenticata, cambierà il corso della storia, sarà solo un ricordo o “polvere sulla giacca di un vecchio”. Durante i suoi anni universitari a Oxford il destino ha deciso di cambiare e manovrare la sua vita e quella di sua moglie trasformando lui in Mattia Pascal e lei in Penelope anglo-madrileni.

I grandi eventi cosi come quelli piccoli sono spesso mossi da fatti che si ignorano, le cose che agiscono nell’ombra che non hanno bisogno di riconoscimenti sono quelli che turbano il mondo.

Il romanzo è suddiviso in parti, le prime due sono in mano all’autore-narratore onniscente: Marias è protagonista al pari dei suoi personaggi e ne fa cenno con un cameo alla Hitchcock, un’apparizione semicelata, è lui il burattinaio che muove i fili: “Noi siamo come il narratore in terza persona di un romanzo. È lui che decide e racconta, ma nessuno può interpellarlo né mettere in dubbio ciò che dice. Non ha nome e non è un personaggio(…) si ignora quello che sa e perché omette quello che omette(..) come mai ha il potere di determinare il destino di tutte le sue creature(..). Parlo del narratore, attenzione, non dell’autore, che se ne sta in casa sua e non risponde di quello che il suo narratore riferisce; neppure lui può spiegare come mai il narratore sa quello che sa.” Non fa riferimento a se stesso dichiaratamente, una breve apparizione fra le tante che farà tra parentesi dove interviene, giudica, spiega, ammicca al lettore, lo rende partecipe. Sembra di vederli i personaggi, descritti fisicamente in maniera accuratissima, niente scenari, solo sfondi, i particolari fisici sono minuziosi e intessuti come merletti barocchi, ghirigori linguistici e descrittivi che inducono il lettore a vedere i personaggi, proprio davanti a sé, e prova anche le sensazioni che Marias prova, diventa un tutt’ uno col suo sentire. La narrazione è ricca di “ lezioni di vita”, piccole chicche di saggezza( ricevere favori sminuisce, farne ingigantisce) e ancora ( il disprezzo fa già il suo lavoro, scoraggia e mina l’amor proprio). A volte il personaggio prende il timone, fluiscono i suoi pensieri ed è come se il narratore sparisse per un po’. Ma poi ritorna padrone della scena. Dalla parte terza Berta parla in prima persona.  Questi cambi di punti di vista risultano leggeri, morbidi e creano movimento: Marias, Tomas, narratore, Berta. Ma Berta- Penelope dà il titolo, Berta ha maggiore diritto di parola e chiede al suo pubblico: “chi non ha provato questo almeno una volta nella vita?”. Berta è una donna che condurrà una vita fuori dall’ordinario, di riflesso, per la vita imposta al marito, ma prova emozioni, sentimenti comuni a tutte le donne. Marias- Tiresia, riesce ad entrare nell’animo delle donne profondamente , deve conoscerle molto bene per descriverle dal di dentro così come fa. E ancora sfondi storici e politici, citazioni letterarie ( Balzac, Shakespeare, Melville) ma fil rouge di tutto il romanzo sarà la poesia di T.S Eliot:”Nella strada devastata mi lasciò..con un vago commiato and faded on the blowing of the horn”(…)E così non vidi mai la polvere sospesa nell’aria, che secondo Eliot indica il punto in cui finisce una storia”, una storia d’amore fuori dall’ordinario, un legame da annodare ben stretto prima che si possa trovare il coraggio di slegarlo, due anime in lotta contro gli eventi, sconfitti da sempre, ma uniti nella battaglia, perché è questo che avviene alla vita di tutti,  stare in attesa : “We always stand and wait”.

Rosalia Mollica

Nadia… è stata qui!

Nadia Terranova riesce a metterci tutti d’accordo. Tutti siamo orgogliosi di dirlo. Tutti siamo suoi amici, abbiamo una foto con lei, un autografo, un ricordo, organizziamo presentazioni, laboratori o semplicemente tutti facciamo il tifo per lei  e in questi giorni esprimiamo il nostro sostegno dovunque possiamo, soprattutto (ovviamente) sui social network,  perché …già ma perché? Si, perché Nadia è amata e sostenuta così tanto da tutti noi?

In una città come la nostra dove se non organizzi tu un evento e vedi che lo fanno gli altri impieghi energie per criticarlo e smontarne l’importanza. In una città dove “non c’è niente” ma quando sei invitato a far rete con associazioni ed esercenti nel campo dell’arte e della cultura dici “si, però…” perché non riesci proprio a capire che facendo un servizio alla città lo fai a te stesso. In una città dove, tuttavia, non ci si fida a mettersi in rete perché spesso ti ritrovi accanto a realtà cosiddette culturali e artistiche che nascono solo per l’auto-celebrazione del singolo o di pochi approssimativi operatori culturali. In una città dove spesso sembra che il massimo della cultura e dell’arte sia affidata a meteore del successo popolare di turno, che scatenano l’ovazione delle masse di giovani e non, improvvisamente esperte in generi musicali che fino a un minuto prima erano considerati noiosi e antiquati.

Ecco, in una città come questa come ha fatto Nadia Terranova a mettere tutti d’accordo?

Solo i classici lo sanno fare: i classici parlano di noi, suonano le nostre corde emotive, mostrano le nostre ricchezze e virtù ma anche le nostre debolezze e paure, i nostri archetipi con le loro luci e le loro ombre.

In questi anni oltre a crescere in spessore e qualità narrative Nadia Terranova ha fatto qualcosa di più importante: ha parlato di noi, di ciascuno di noi attraverso le sue storie. Lo ha fatto lungo tutto il suo percorso letterario, attraverso i suoi due romanzi, cosiddetti per adulti e lo ha fatto con i suoi libri cosiddetti per bambini e ragazzi.

“Omero è stato qui” sta in mezzo. Per adesso. Mentre tutti attendiamo una consacrazione nazionale e internazionale che di fatto le abbiamo già conferito con tutto l’affetto di cui siamo capaci esce questo volume che parla dei miti e delle tradizioni così come le raccontavano a noi da bambini, quelle leggende che sotto forma di favola o di proverbio, o meglio ancora di ammonimento arrivavano al momento giusto e ci educavano e formavano.  Lei ci conosce bene perché conosce bene la sua storia e non ha mai dimenticato i miti specificatamente messinesi e li racconta con quel sapore nostalgico ma mai stucchevole e con l’inconsapevole eroicità dei suoi personaggi. Così le sue storie per noi sono tuffi nel nostro passato e consolazione per il nostro presente.

Nadia è diventata proprio questo per noi. Da tempo aspettavamo una scrittrice così…nostra. Noi siamo Nadia e le sue storie. Noi siamo a Capo Peloro, seduti sulla spiaggia ad aspettare Nicola Pesce che venga su un attimo a salutarci. Noi siamo sotto al Campanile del Duomo, a mezzogiorno, insieme a qualche parente o amico venuto a trovarci da un’altra città, a spiegargli con quel piglio “buddace” di orgoglio chi sono quelle due ragazze accanto al gallo che suonano le campane, noi siamo affacciati al balcone di casa nostra oppure, sul lungo mare, in certi giorni dell’anno a osservare quella Calabria così vicina. E siamo ancora noi quelli che portano i propri bambini sotto le statue dei giganti, e fanno loro le foto accanto all’enorme piede di Mata o Grifone. Così Nadia Terranova  ci invita a sederci tutti per terra insieme a lei, come quando eravamo piccoli e ascoltavamo i grandi che ci trasmettevano la storia della nostra Messina. Poi pensiamo ai nostri figli, ai piccoli e decidiamo che non possiamo fare a meno di consegnare a loro la grandezza della nostra storia e ogni volta che lo facciamo ci si illuminano gli occhi. Così accade anche a Nadia Terranova.

Ma non basta. Ci rendiamo conto che come tutti i classici, le nostre storie mitiche hanno attraversato l’Italia e oltrepassato il continente. Le nostre leggende hanno incontrato le leggende degli altri paesi come quella di Re Artù e della sorella Morgana.  Quindi le storie raccontate da Nadia, come tutti i classici non sono solo le nostre ma sono le storie di tutti. Da qui è passato Omero, da qui sono passati eroi ed eroine dell’epica e della mitologia. Da qui dove è stata Nadia e dove stiamo noi! Questo ci piace! Questo ha fatto Nadia Terranova per noi. Ci ha ricordato la nostra grandezza con garbo e determinazione, e quando accade questo ci sentiamo spinti a fare qualcosa per migliorare e dare anche noi il nostro contributo. Sappiamo che è possibile! Ogni volta che Nadia riparte è sempre per ritornare, come nella migliore tradizione omerica.

Ci auguriamo che questa volta la “Piazza del Municipio”, comunque vada si organizzi per accogliere con una grande ovazione chi ha dato già lustro a questa città con fatica e impegno in tutti questi anni. Lei ha già vinto! Tutti in quelle pagine hanno già vinto, conquistato il cuore di tutti noi!

Nancy Antonazzo

Un nome che conquista e libera. Alessandro Zaccuri “Nel Nome”

Recensione a ” Nel Nome ” di Alessandro Zaccuri, NN Editore.

“I nomi non hanno nulla di accidentale. Ai nomi non si sfugge”.

E non si sfugge a questo nuovo piccolo gioiello di Alessandro Zaccuri. Ti attira a sé con naturale delicatezza, quella che, però, non nasconde la sua determinazione: conquistare la tua attenzione e regalarti generosamente la sua stessa esperienza di scrittore. Chi ormai conosce l’autore a questo punto direbbe che non potrebbe essere che così. Il giornalista e scrittore Zaccuri sa perfettamente che scrivere presuppone una responsabilità: “si crede al narratore perché si rispetta la missione di cui si è fatto carico”.

Trovandoti di fronte a questo racconto apri il libro perché l’immagine della copertina ti chiama e tu pensi che siano semplicemente i colori delicati e sereni che ti invitano a vedere di cosa parla. Ti fidi, non vai neanche a guardare la quarta di copertina se è il caso. Ti fidi e basta. In realtà è il libro che ti chiama ma tu ancora non lo sai. Le prime pagine ti invitano con l’irrequieta spensieratezza di un ragazzo a entrare nella sua storia per confessarti subito dopo che qualcosa non va, che c’è dell’altro e che quello non è solo un semplice conflitto narrativo.

Ma a quel punto, quando capisci di cosa si tratta, non hai più scampo. Vorresti chiudere quell’incontro lì, immediatamente. La storia sembra triste e parla sicuramente di sofferenza, ma sai benissimo che anche questo non è tutto e che c’è dell’altro. Ecco ormai sei stato convinto, conquistato da una strana ostinata spensieratezza, un desiderio di vita. Ti ritrovi a voler sapere, a sfogliare “un prevedibile album rilegato in cuoio”, ad andare avanti e indietro nei ricordi della sua esistenza e ogni tanto a tirarlo per un braccio perché vuoi tornare lì, sul nome più importante di tutti i nomi, di cui lui ti parla.

Zaccuri, però, decide di non regalarti solo la storia di quel nome perché non è tutto lì. La sua missione sarebbe fallita. La sua storia deve rimanere sul fondo, dove  “preferisce il pudore del sottinteso alla spiegazione puntuale”, per avere, in realtà, la possibilità di raccontarti la storia di tutti, le storie come corde vibranti e la ricchezza di cui “lo scandalo del dolore” può riempirle e soprattutto liberarle.  Ti introduce, così in una fucina di espressioni creative: musica, letteratura, arte, dal particolare all’universale e ritorno. Piccoli viaggi dove ogni storia è un affresco che guardi a testa in su, cercando di non perderti nulla. Il dolore è creativo, ha detto qualcuno: “Per ritrovare la dismisura dell’immensità, l’occhio umano ha sempre bisogno di un ostacolo”.

I personaggi, dunque, sono tanti, sono tutti, il lettore stesso lo è. Ciascuno con il suo nome! Tu vuoi ancora che lo scrittore ti racconti la sua storia e lui ti guarda con il suo immancabile sorriso benevolo e ti dice che lui non ha raccontato nulla, ha solo reso testimonianza a un nome, il nostro.

Sarai ancora amico suo alla fine di questa storia?

Nancy Antonazzo

 

 

Scosse Giugno 2019

Cari Terremoti,

con la pubblicazione del cartone animato “La donna dei gatti” si conclude un anno pieno di esperienze nuove e arricchenti. Siamo felici di aver potuto offrire al territorio messinese nuovi progetti e iniziative. Il cartone presentato all’evento finale del Progetto Cartoon School, al Palacultura di Messina il 22 maggio scorso ci ha visti co-partner e sponsor capofila e questo ci ha permesso di portare per la prima volta in assoluto questo progetto in Sicilia. Il nostro grazie va ancora una volta all’Associazione “Koete”, al Dirigente, ai docenti e ai meravigliosi studenti dell’Istituto Comprensivo “Catalfamo” di Messina.

Il progetto ha destato la curiosità di altre istituzioni scolastiche con le quali siamo già in in contatto per una proficua collaborazione. Potete vedere il cartone facendo un click su questo link:

Le officine straordinarie di scrittura creativa dedicate alla scrittura drammaturgica, di sceneggiatura, biografica e del fumetto ci hanno permesso non solo di fare esperienza di tipi di scrittura specifici, grazie ad esperti nel settore come Mauro Santopietro, Mario Falcone, Nadia Terranova e Lelio Bonaccorso, ma anche di rafforzare un rapporto che ci sta molto a cuore, quello con la Biblioteca Comunale “Cannizzaro”. La rete di rapporti che teniamo a intrecciare con le realtà di identità culturale e artistica serve a favorire l’incontro e l’ascolto attraverso la lettura e la scrittura. Per questo motivo abbiamo deciso di aderire al Patto per la Lettura, promosso proprio dalla Biblioteca e dal comune di Messina.

Lo straordinario si aggiunge all’ordinario e alle sue attività con intervallo settimanale o periodico: dopo gli esami del DELE, questa settimana si concluderà il percorso del Cambridge con gli esami finalizzati a conseguire la certificazione.

Ma le attività non si concludono con il mese di giugno. Prossimamente vi daremo notizia di alcune iniziative a cui aderiremo durante i mesi estivi.

Non resta che darci appuntamento alle prossime scosse!

I Terremoti di Carta

“Dall’idea al fumetto”: resoconto di un viaggio tra immagini e parole

(dagli appunti di Giusy Gerace)

Il fumettista, illustratore e animatore americano Scott Mc Cloud definì il fumetto come una serie di immagini giustapposte nello spazio e il cinema come una serie di immagini giustapposte nel tempo. Così Lelio Bonaccorso, che ha tenuto l’ultimo incontro di quest’anno con l’esperienza della scrittura promossa da “Terremoti di Carta”, ha introdotto il suo laboratorio incentrato sul media del fumetto.

La sua particolarità consiste nell’incontro delle immagini e del testo, contenuto nei balloon. Alle vignette, organizzate nella gabbia che delimita la pagina, spetta la gestione del tempo nello spazio. All’interno di esse, e qui si parla di regia – ha precisato il fumettista messinese –, assumono grande importanza e valore l’inquadratura e la progettazione dei disegni in sequenza che scandiscono il ritmo della storia. Anche la lettura segue un ordine preciso dei balloon che, nell’ambito del fumetto europeo, procede dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra. La modalità di lettura cambia, come la grandezza e lo spessore degli albi, se si fa riferimento ai manga giapponesi le cui pagine si sfogliano da destra verso sinistra. Inoltre, mentre le vignette dei fumetti europei si presentano più rigorose, in Giappone le gabbie di impaginazione sono più dinamiche.

Per quanto riguarda la scelta della storia, anche nel fumetto, l’elemento principale non è l’originalità del tema trattato, quanto il modo in cui lo si racconta attraverso il punto di vista dell’autore. Se si pensa a personaggi come Batman e Superman, ad esempio, vere e proprie icone della cultura pop, si ritrovano nelle loro vicende quegli elementi che riportano immediatamente agli archetipi che regolano da sempre le narrazioni dell’uomo. Tra l’altro – ha ricordato l’autore di Salvezza – nella Germania nazista il personaggio di Superman fu bandito a causa del suo sospetto legame  con la cultura ebraica: non solo i creatori del famoso supereroe, Jerry Siegel e Joe Shuster, erano ebrei – ha raccontato Lelio Bonaccorso – ma anche lo stesso paladino dalla tuta blu e dal mantello rosso si portava addosso i segni di quel mondo. Il nome kryptoniano di Superman è infatti Kalel la cui assonanza con la lingua ebraica dei termini che si traducono “voce di Dio” era innegabile.

Il processo creativo che porta alla realizzazione di un fumetto prevede varie fasi:  la scelta di un soggetto che deve essere fissato in una sintesi; la documentazione che concerne lo studio e la ricerca del materiale utile a rendere credibile una storia; la sceneggiatura che si compone della descrizione della scena, delle inquadrature, dei dialoghi e delle didascalie; lo storyboard che riguarda la struttura delle scene ed è un primo abbozzo della storia così come deve essere organizzata visivamente; la definizione della tavola prima a matita, poi con l’inchiostrazione e, dove richiesto, con la colorazione; il lettering che prevede l’inserimento del testo nei balloon e delle didascalie nei riquadri.

Quando si presenta un progetto a una casa editrice, che è prima di tutto un’impresa che agisce sul mercato,  è fondamentale avere le idee chiare: l’efficacia è il primo criterio da rispettare. E l’efficacia – precisa Lelio Bonaccorso – passa dalla sintesi dell’idea che deve essere spiegata in poche righe, al massimo in una pagina.

Infine, per orientarsi nel vasto mondo delle storie che rispondono alle cinque domande fondamentali (dove? quando? chi? come? perché?), Lelio Bonaccorso consiglia di affidarsi sempre a un diagramma che aiuti lo sviluppo in punti della storia e l’organizzazione dello spazio (pagine da dedicare alle varie parti della narrazione), in modo da non vanificare l’efficacia di ciò che si intende raccontare. La scrittura di una sceneggiatura in una sintesi e l’organizzazione di un diagramma sono stati oggetto dell’esercizio conclusivo proposto dal coordinatore ai partecipanti, che si sono lasciati simpaticamente coinvolgere abbozzando perfino una tavola disegnata delle loro storie.

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