quel freddo mare dentro
Antonio, quella mattina decise che era giunta l’ora.
Antonio, quella mattina, decise che anche l’università per un giorno poteva non avere alcuna importanza.
Decise, anche, che neanche la colazione al bar coi colleghi, la telefonata del buongiorno fatta a Silvia ancora da sotto le coperte, le litigate con la sorella dietro la porta del bagno perchè si sbrigasse a liberarlo, i via vai tra lo specchio e l’armadio per decidere in quale veste apparire quel giorno, avessero, quella mattina, alcuna importanza.
Era strano, però, per Antonio. Era strano perchè era dannatamente legato ai suoi rituali, ai suoi stupidissimi rituali e più stupidi erano e più sviscetatamente ci si legava, come il suo modo di girare il cucchiaino nel caffè: due giri verso destra e uno verso sinistra, poi ancora due verso destra e di nuovo uno verso sinistra. Il bello, però, era che lui il caffè lo beveva amaro.
Io glielo ripetevo di continuo che le sue erano solo manie, modi come altri per riempirsi la giornata e svuotarsi di pensieri.
Quella mattina, Antonio aprì gli occhi e scese al mare. Il sole non aveva ancora finito di rischiarare il cielo e faceva freddo come in quella notte. Si avvicinò al vecchio vicino alla spadara e gli disse: “mi sà che ora è”. Il vecchio che da sempre come me gli ripeteva in continuo: “non fu il mare ad ucciderlo, la sua stupidità fu”, quella mattina non disse nulla e si limitò ad annuire facendo appena un cenno con la testa.
Quella mattina il cielo era chiaro e il mare calmo. Antonio guardava l’acqua, la guardava con astio, con amarezza, freddezza ma ne sentiva come un richiamo: gli parve che l’acqua lo invitasse a un dialogo. D’improvviso immerse in acqua la mano.
Era fredda ma fu quello l’inizio. Continuò a tastare l’acqua e pian piano la sentiva intiepidirsi, man mano sempre più calda. Era come se tra loro qualcosa cominciasse a risolversi.
