Ho cessato di essere un uomo da lunghi anni…
Ho cessato di essere un uomo da lunghi anni. Non posso illustrarvi quali luoghi mi ospitarono un tempo. Scrivere è un vezzo che pochi vogliono permettersi perché ormai tutti abbiamo paura di destinare le nostre parole al prossimo. Ricordo solo che vivevo in una piccola casa nell’area nord della città. Montavo sui mezzi tutte le mattine per lavorare presso l’ufficio di poste e telegrafi in via Toledo, e al ritorno camminavo a piedi. Anche se fossi stato svilito o ferito, non avrei mai rinunciato al ricatto della mia ombra: aspettavo la sera per cercare la fedele illusione dell’uomo. La guardavo scivolare sul muro o lungo la strada, riannodava le mie proporzioni sui vicoli e io osservavo questo mio doppio oscuro stagliarsi altissimo e inquietante. Presi a parlare con lui. Ero un uomo solo, insoddisfatto. Proiettare un’ombra rassicurava la mia presenza in quella città caotica, così piena di gente ma vuota di vita. La mia solitudine faceva sì che mi preoccupassi troppo dei posti che attraversavo, li conoscevo come probabilmente voi con la medesima risolutezza conoscete i vostri amici, i vostri figli…voi stessi. Io per capirmi avevo bisogno di percorrere quella maledetta città e proiettare ovunque la mia ombra. A chiunque avesse mostrato un’adeguata sensibilità nei miei riguardi, volgendosi di notte verso i luoghi che io percorrevo avrei dedicato un lungometraggio della mia esistenza, ma così non è mai stato. Fino a quando accadde qualcosa di molto singolare. Una sera non riuscì a concentrarmi sulla mia stupida attività di compilazione e affastellamento di cartacce. Fu l’unico istante in cui mi accorsi che stavo lavorando, che quel lavoro mi ripugnava, e che volevo alzare la testa. Credetemi signori, il mio contegno mi abbandonò in un lampo, ed ebbi a stento la lucidità di temere che quella forza volesse suggerirmi il suicidio. Ma mi affacciai sulla città con la lingua asciutta, e i miei occhi si nutrirono di uno spettacolo grandioso. Miliardi di ombre di chissà chi e chissà cosa si urtavano, incrociavano, picchiavano, facevano l’amore, conversavano, spostavano, cadevano, si declinavano in ogni direzione. Corsi fuori, e non vidi nessuno, o finalmente riconobbi qualcuno, o non saprei…gli uomini erano diventati ombre impalpabili che affettavano palazzi, muri, strade, case! La città era come disegnata da linee umane regolate dalla luce, silenziosa, spaziosa…io mi ricongiunsi al mio più caro amico e finalmente ne conobbi altri, solo che…la città non resse il peso delle nostre ombre…e tutto cominciò a crollare.
Laura
