Cronaca di una morta Annunziata

Quella notte non era stata scelta a caso.

Un’aurora boreale aveva permesso loro di approfittare di una frattura spazio-temporale e di approdare tutti insieme nel 2008.

La missione era stata a lungo attesa e ora si sarebbe semplicemente dovuto scegliere il chi.

Il primo ad entrare fu ovviamente lo sceriffo, con lo sguardo beffardo di chi ha appena rubato ai poveri per dare al suo ricco sovrano; eppure, qualcosa di amaro gli era rimasto in bocca quella giornata, quando quell’insolente predatore della foresta aveva sabotato la sua ennesima incursione al capezzale di un altro plebeo.

Le avrebbe fatto pagare anche quello.

Il secondo a presentarsi fu il conte, il quale era ormai sveglio da qualche ora, da quando l’astro si era eclissato all’orizzonte e lui finalmente aveva potuto lasciare la sua oscura e claustrofobica dimora.

Il suo pallore quasi fluorescente e lo scintillio dei denti aguzzi avevano subito attirato l’attenzione dello sceriffo, il quale gli aveva rivolto un cenno complice di saluto.

Il conte gli piaceva perchè ne condivideva il fine ma doveva ammettere che ogni volta che lo vedeva sentiva come se il suo sangue si arrestasse e cominciasse a defluire fuori dal suo corpo, quasi fosse attratto e sedotto da chi, come il conte, tanto lo bramava e ne faceva incetta.

Ma i suoi pensieri furono distratti dall’arrivo del terzo di loro, il guardiano di quell’albergo di montagna, un tipo assai tetro, con quel sorriso psicotico sempre stampato in faccia e quello sguardo precario e vagabondo.

Con l’eccitazione di chi fosse venuto già per compiere il suo misfatto e la presunzione di chi pretende di essere il prescelto, aveva portato con sé il suo attrezzo, un ascia, cui aveva persino dato un nome assai bizzarro: “Redrum”, l’aveva chiamata.

Senza quasi accorgersi della loro presenza, andò al bancone del bar ormai in disuso e ordinò un whisky, come se qualcuno fosse realmente lì per soddisfare la sua richiesta.

Ed era lì per versare il contenuto di quel fantomatico bicchiere quando quel sozzo ragazzo gli si materializzò innanzi, quasi fosse sbucato dal nulla, riuscendo per qualche secondo a sottrarre all’oblio lo sguardo del guardiano.

Quel ragazzetto insignificante doveva essere stato attratto anche lui dall’aroma di quell’inesistente whisky, capace come era di odorare l’inodorabile, capace forse di carpire persino gli odori creati dalla mente, oltre che quelli creati dai corpi.

Qualche istante dopo, le membra del ragazzo cominciarono a vibrare, come se egli fosse scosso da chissà quale presenza, lontana eppure vicina.

Qualche minuto dopo, infatti, si presentò un uomo dalla presenza scimmiesca e dai vestiti laceri.

Come un cancro che prolifera, invade e sconfina dagli organi in cui si è insidiato, pareva che il corpo di quell’essere avesse oltrepassato i suoi stessi confini muscolari, così umiliando le vesti che fino a poco prima l’avevano dignitosamente coperto.

Esso avanzò imponendosi allo sguardo degli altri, fra l’ammirazione di chi l’avrebbe volentieri arruolato fra le sue guardie, l’indifferenza di chi è rinchiuso nel proprio orrore per essere sensibile all’orrore altrui e il disgusto di chi era sopraffatto dal suo afrore animale.

A questi sguardi si aggiunse quello superbo e condiscendente dello scuro veneziano, l’ultimo arrivato, il quale si fece largo fra di loro con il suo incedere e la sua eleganza con la stessa efficacia con cui il mister inglese si era fatto largo con il suo incutere e la bestialità della sua forza.

Apparentemente privo della passione vendicativa che aveva nutrito la sua nomea, fu con grande distacco che prese per primo la parola, invitando i presenti a sedersi affinchè l’incontro avesse finalmente inizio.

Il principe veneziano li invitò a illustrare come ognuno di loro aveva pensato di compiere il proprio misfatto. Il perchè, invece, era già chiaro a tutti e non era certo oggetto di discussione: quella donna andava eliminata perchè con il suo corso di scrittura creativa aveva creato una generazione di scrittori che avevano irrimediabilmente umiliato e leso la dignità di ogni personaggio letterario creato fino a quel momento dai tempi dei tempi. Per tale motivo, il regno della letteratura aveva deciso di inviare loro, gli assassini più efferati che fossero mai stati concepiti e conosciuti, per recare vendetta e giustizia.

Ancora una volta fu lo sceriffo ad aprire le danze e a proporsi. Argomentò che gli omicidi più riusciti sono quelli che richiedono il minimo sforzo fisico e che ottengono la massima efficacia, e che nulla sarebbe stato meno gravoso e più efficace di una freccia avvelenata piantata nel cuore della donna.

Un grugnire intenso smorzò le ultime parole dello sceriffo di Nottingham e fu la bestia a prendere la parola, o meglio, a prendere in mano una bottiglia, ad afferrarla dal suo collo e a stringerla fino a ridurla in pezzi. A tutti fu chiara la proposta di Mr. Hide, il quale così mostrò loro che, con altrettanto minimo sforzo e massima efficacia, avrebbe puntato al collo della donna invece che al suo cuore.

Una risata fragorosa si alzò nella stanza, andando a frapporsi al rumore acuto dei pezzi di bottiglia in frantumi. Il guardiano sollevò l’ascia e con fare giullaresco sogghignò: “verrà a prendersi la sua purgaaaaa”. Ok, Jack Torrance, messaggio ricevuto.

Fu allora che tutti, quasi avessero pensato all’unisono la stessa cosa, si girarno verso il ragazzetto, con lo sguardo di chi, dopo simili proposte criminali, consideri con condiscendenza il contributo del ragazzo.

Questi allora prese in mano un posacenere trovato sul tavolo e lo scaglio contro la parete opposta alla sua. Dopo qualche secondo di sbigottimento e di interrogazione, gli sguardi degli astanti tornarono a rivolgersi all’indirizzo del ragazzo, ma questi mancava all’appello. Lo trovarono qualche frazione di secondo dopo all’indirizzo del conte il quale, con il proprio cranio scoperchiato, guardava con un misto di terrore e di ammirazione il ragazzo, il quale teneva in mano il suo cuoio capelluto. Poco male, al conte Dracula fra poco si sarebbero rigenerati pelle e capelli, ma intanto il piccolo Grenouille aveva il suo trofeo in mano. E aveva certamente ottenuto la credibilità di carnefice che nessuno gli aveva prima concesso.

Il conte Dracula aveva pensato di fare il suo solito numero di acchiappare qualche piccolo roditore e usarlo per mostrare il suo modus operandi, ma concluse che ormai il suo show era conosciuto ai più e che, dopo la dimostrazione del ragazzo, avrebbe perso di efficacia. Fortuna per il piccolo roditore. Meno per la donna.

Persuaso dalla stessa consapevolezza, anche il principe rinunciò alla sua dimostrazione e si limitò a sventolare sotto gli occhi, e il naso, di tutti un fazzoletto ormai insanguinato. Se la passione, la vendetta e una donna erano gli elementi di quel delitto, allora Otello era l’uomo che faceva per loro, pareva volere dire con quel gesto.

Terminati i gesti dimostrativi, iniziò una lunga ed estenuante discussione per decidere chi avrebbe infine avuto l’onore di quel delitto. E la discussione si concluse appena in tempo perchè il conte potesse tornare a rifugiarsi e che ognuno di loro potesse tornare alla propria dimensione letteraria.

La decisione era stata presa.

Quella mattina del 28 gennaio 2008 la notizia si diffuse in men che non si dica. Si diceva che fosse stato perpetrato il più orribile e diabolico dei delitti, un delitto sul quale, per la sua atrocità, si sarebbe potuto scrivere un romanzo….

La vittima, la signorina Nancy Antonazzo, docente di inglese, conosciuta ai più per avere organizzato un corso di scrittura creativa nella città di Messina, era stata insolitamente assassinata. Agli occhi degli inquirenti, infatti, si presentò la seguente scena: il corpo della donna era accasciato sullo scrittoio. Il collo era stato spezzato con forza animale, non prima però che la sua giugulare venisse profanata e un morso, “quasi vampiresco” avrebbero scritto, la perforasse vistosamente. Il braccio destro della vittima era riverso sullo scrittoio, separato dal resto del corpo, come se fosse stata una ascia o qualcosa di simile a inferire su di esso. La mano, con la minuzia e l’affronto di chi sfila il guanto per sfidare l’avversario, era stata scuoiata e gettata poco più in là, lontana dal foglio su cui stava scrivendo la donna. Poco più distante rispetto alla mano, infine, la penna della donna, accuratamente avvolta e preservata da un fazzoletto dalla trama assai antica.

Tutti i presenti alzarono lo sguardo e si scrutarono fra di loro. Ognuno di loro ebbe la netta sensazione di sentirsi catapultato in qualche romanzo, in qualche classico della letteratura, così surreale eppure così reale.

Vendetta era stata fatta.

I 6 personaggi erano diventati l’autore.

Comments (3)

Zebra1gennaio 31st, 2008 at 09:52

bellissimo! il mio preferito, avvincente, si faceva seguire in maniera spontanea e simpatica. Belli i soggetti, bello l’epilogo. Complimenti trippy, la tua scrittura si fa sempre più simpatica e interessante.
Nico

Proffinagennaio 31st, 2008 at 14:19

grazie chicca, per la qualità e lo stile di questo racconto. c’è sempre la tua ironia, ma anche la tua profondità e la tua competenza narrativa. originale e azzeccata la scelta dei protagonisti che hai lasciato andare nei loro movimenti, favorendo la loro spontaneità ed esaltando il loro ruolo. mi piace molto la struttura e la robustezza di tutto il racconto. non potevo desiderare di meglio per la mia morte!
nancy

Lashergennaio 31st, 2008 at 21:44

Bello bello bello!!!
Da applausi: la dimostrazione che puoi misurarti con stili non per forza “leggeri” e uscirne alla grande (Nanni Moretti, tiè!!!)

P.S. – però con Pennywise veniva meglio…..

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