Il racconto del ballerino e della mela
Sono una mela.
Lui mi ha detto questo.
Una piccola, bella mela.
Sto graziosamente appesa al mio ramo, ignara o forse furba.
Ho la buccia lucida e levigata e mi faccio baciare dal sole; non sono tanto piccola in verità, ma lui mi chiama piccolina ed in effetti lui è così grande, è tanto più grande di me. Tanto grande che non capisco come abbia fatto a vedermi, nascosta tra il fogliame. Non sono piccola: sono su questo ramo da abbastanza tempo per essere già stata beccata da passerotti e tordi di passaggio, qualche verme ha già attentato alla mia polpa succosa e i fertilizzanti mi hanno già fatto lacrimare…
Ma ciò nonostante rimango appesa al mio ramoscello con amabile caparbietà, vezzosa presunzione e leggiadra incoscienza.
Lui.
Si è avvicinato al mio albero a passo di danza, sulle note di una musica che non conoscevo. Ha scrutato con occhi attenti tra i rami, ha annusato la linfa e la rugiada, ha scostato con delicatezza i ramoscelli più bassi in cerca di un frutto con cui placare la fame.
Poi mi ha vista.
E io ho visto lui.
Io sto su un ramo in alto, nascosta tra le foglie, ostinatamente attaccata al mio ramo.
Quell’uomo vorrebbe cogliermi.
Ha fame. Lo so che ha fame, lo capisco da come mi guarda.
Forse dovrebbe farmi paura, forse dovrebbe intimidirmi eppure non sento alcun turbamento.
Mi lascio guardare senza timore, nonostante so che vorrebbe cogliermi, nonostante so della sua fame.
Non solo mi lascio guardare ma mi strofino contro le foglie che mi attorniano, in modo da lucidarmi la buccia e togliere un po’ di polvere: dopo le scosto un po’, per permettere al sole di rendere i miei colori brillanti. Mi lascio guardare e mi metto in tiro, pur sapendo che potrei solo farmi del male.
Ma non mi lascio solo guardare e desiderare. Oh si, perché anche da quassù so che lui mi desidera. Lo guardo a mia volta.
Balla, sta ballando, sta ballando per me. È un piano quello che sento adesso, poi è un violino che piange le sue note, è una voce che soffre le sue parole, è un bandoneòn che tormenta i suoi passi.
È un ballo triste il suo, i suoi passi sono lenti, cadenzati, sospirati: come il suo sguardo. Non ha luce, non ha sorriso. Balla intorno al mio albero con sfumata amarezza.
Prima di vedermi. Ha fame. La vita non lo ha nutrito e cerca ancora cibo, cerca ancora Amore.
D’un tratto cambia qualcosa: balla, balla ancora ma questa volta guarda su, guarda il cielo, guarda verso di me, guarda me…le sue labbra si increspano in una piega che sembra un sorriso, no aspetta…è un sorriso. Gli occhi si socchiudono per un attimo, forse non sono abituati a guardare verso il sole. Si mette una mano davanti cerca di farsi ombra. Per un attimo la sua danza si ferma, un passo sospeso, spezzato, infranto. Ma è solo un attimo.
Da quassù io vedo tutto. Vedo i fili grigi tra il nero dei suoi capelli, vedo i segni del tempo sulla pelle del suo viso…è così grande per me, è così alto, anche da quassù sembra alto.Vedo la sua danza e ho voglia di ballarla con lui.
Silenziosamente lo invito a salire quassù.
Silenziosamente lui accoglie il mio timido invito e si arrampica, con cautela, con attenzione, verso di me. Lo aspetto.
Lui lo sa. La sua danza tra i rami adesso è più rapida, il piano e il violino gioiscono ogni nota, il ritmo è cadenzato, marcato, deciso, allegro. Arriva fin su, fino al mio ramo, fino a me.
Ha fame, i suoi occhi continuano a dirmelo.
Ma non mi coglie. Mi guarda con dolcezza, adesso sorride, ne sono sicura, l’ho qui davanti a me.
Lascia scorrere le sue dita sulla mia buccia, ne ammira i colori, si dispiace per le piccole ferite lasciate dai tordi e dai pettirossi di passaggio. Ho un brivido, e poi un altro, ma non voglio che lui li veda i miei tremiti, non voglio che lui capisca i miei sussulti, non voglio che lui accolga la mia emozione.
Parla con me, con una piccola mela. Adesso me lo dice che ha fame. Ascolto la sua voce, rauca, incerta, a tratti rotta da non so quale commozione. Vedo da vicino ogni piccola ruga e improvvisamente mi rendo conto che…è talmente vicino che potrebbe, con un sol gesto, staccarmi dal mio ramo e portarmi con sé. Potrebbe mangiarmi e buttare il mio torsolo in strada o potrebbe solo tenermi tra le sue mani.
Vorrei che mi cogliesse e che mi portasse con sé.
Vorrei disperatamente ballare la mia vita con lui. Ma so che una volta staccata dal mio ramo, non vivrei per molto. Avvizzirei tra le sue mani, sfiorirei tra le note della sua danza, che per un po’ sarebbe la nostra ma che alla lunga tornerebbe ad essere solo sua.
Non posso lasciarmi cogliere, voglio vivere qui ancora un po’, voglio lasciarmi beccare e accarezzare dal sole, voglio danzare tra le foglie al ritmo delle note del vento. Lui lo sa.
Ci siamo parlati senza parlare, ci siamo detti tutto tra le note di un tango…
Voglio ancora danzare con lui, voglio vivere su quelle note, voglio respirare la sua stessa cadencia, voglio fare l’amore con lui tenendolo vicino a me con un gancio, voglio accarezzarlo con un voleo e dedicargli ogni adorno della mia piccola vita.
Ma sono così piccola e lui così grande…
Dedicata ad un amore che non può essere vissuto.
Dedicata ad un tango che non può essere ballato.

mi è piaciuta molto questa favola impossibile…
Francesca
Storiella originale e graziosa, basata su una situazione di tipo fiabesco, a cui conferiscono una nota di patos la narrazione in prima persona da parte del personaggio mela, le svolte inattese e il finale triste.
Fa venir voglia di un seguito a lieto fine, magari a distanza di tempo.