Il VALORE E IL COSTO DELLA VERITA’: DA IVAN Il’IČ AL GABBIANO JONATHAN
Il gabbiano Jonathan si distingue dai suoi alati compagni per l’ inesausta ricerca della perfezione, che è anche la conquista e l’ attuazione della sua più intima natura. In tal senso, egli è alla ricerca della sua più profonda verità, il cui raggiungimento, tristemente ma significativamente, si compie con la morte.
Un’ altra grande apologia della verità è contenuta nel racconto di Tolstoj La morte di Ivan Il’ič, il cui protagonista, affetto da un male incurabile che nessun medico riesce a diagnosticare con esattezza, comprende di esser prossimo alla morte. Inizialmente rifiuta la realtà, ma, spinto da una necessità interiore, si inoltra in un cammino di ripensamento critico della propria vita che lo conduce a importanti consapevolezze e a non temere più la morte, anzi ad accoglierla con gioia.
Ma perché comprenda l’ importanza della verità, è necessario che Ivan Il’ ič riconosca le false certezze accumulate nel corso del tempo.
<<Egli cominciò a passare in rassegna i minuti migliori della sua piacevole vita. Ma stranamente quei minuti ora non gli apparivano più tali. Nessuno, tranne i primi ricordi dell’ infanzia. Proprio lì, nell’ infanzia, c’ era qualcosa di davvero piacevole con cui avrebbe potuto vivere, se solo fosse tornato indietro. Ma dell’ uomo che aveva provato quei sentimenti piacevoli non c’ era più traccia, sembravano i ricordi di un’ altra persona.
Non appena cominciava a svilupparsi quel processo che aveva come risultato l’ Ivan ili’č di oggi, tutte le cose che gli erano sembrate in passato delle gioie si scioglievano e diventavano qualcosa di insignificante e perfino di ripugnante.
E più si allontanava dall’ infanzia per avvicinarsi al presente, più quelle gioie si facevano vacue e dubbiose. A partire dall’ istituto di giurisprudenza. Lì c’ era ancora dell’ allegria, c’ erano amicizie e speranze. Ma già nelle classi superiori quei momenti buoni diventavano più rari. Poi, durante il primo impiego, quello presso il governatore, di nuovo aveva avuto qualche momento buono: erano i ricordi legati all’ amore per una donna. Poi tutto si confondeva e i buoni momenti erano sempre meno. Più ci si allontanava e più diventavano rari.
Il matrimonio…come per caso, e la delusione, il profumo della bocca della moglie, la sensualità, l’ inganno! E quel lavoro morto, le preoccupazioni finanziarie, un anno due, dieci, venti, sempre uguale. E più si andava avanti, più tutto era morto. Come se fosse disceso, lentamente, da una montagna, immaginandosi di salirla. Così era stato. Nell’ opinione generale saliva, mentre la vita, di pari passo, se ne andava via da lui…E ora era finita, doveva morire!>> (Op. cit. , cap. IX).
<<Gli venne in mente ciò che fino ad allora gli era parsa una totale assurdità, quella di aver vissuto la vita in modo sbagliato. Vide che questa poteva essere la verità. Gli venne in mente che i suoi timidissimi tentativi di ribellione contro ciò che la gente dell’ alta società considerava buono, tentativi appena abbozzati, che egli si era sempre affrettato a reprimere, potevano essere quelli autentici, e tutto il resto, errore.>> (Cap. XI).
La svolta, consistente nella scoperta del valore liberatorio della verità, giunge inaspettata, insieme alla conclusione.
<<In quei tre giorni per lui senza tempo, si dimenò in quel sacco nero, dove l’ aveva ficcato una forza invisibile e invincibile. Si dibatteva, come si dibatte nelle mani del carnefice il condannato a morte, quando sa di non potersi salvare; e di minuto in minuto sentiva che, malgrado tutti i suoi sforzi per resistere, si avvicinava irrimediabilmente a ciò che più lo riempiva di orrore. Sentiva che il suo tormento era nell’ essere risucchiato dentro quel buco nero e, ancor più, nel non riuscire a entrarvi. Gli impediva di entrare l’ idea che la sua vita era stata buona. Era proprio questa giustificazione della sua vita a tenerlo legato, a non permettergli di proseguire, a farlo soffrire più di qualunque cosa.
D’ improvviso una forza sconosciuta lo colpì al petto, al fianco, gli bloccò con impeto il respiro ed egli sprofondò nel buco. Là, in fondo al buco, s’ illuminò qualcosa. Gli successe qualcosa di simile a chi viaggia nel vagone d’ un treno, crede di andare avanti e invece va indietro, poi, d’ improvviso, riconosce la giusta direzione. (…)
Di colpo gli fu chiaro che ciò che lo tormentava senza lasciarlo libero si era improvvisamente staccato, da due parti, da dieci, da tutte. Provava pietà per loro [i familiari], voleva fare in modo che non soffrissero. Doveva liberarli e liberare se stesso da quelle sofferenze,
Si mise in ascolto.
E la morte, dov’ è?
Cercò la sua solita paura della morte, ma non la trovò. Dov’ era? Quale morte? Non aveva alcuna paura, perché non c’ era alcuna morte.
Al suo posto, la luce.
-Ah! – esclamò d’ un tratto a voce alta. – che gioia!
Avvenne tutto in un attimo e il significato di quell’ attimo non cambiò più. Per i familiari la sua agonia durò ancora due ore. Qualcosa gorgogliava nel suo petto; il corpo sfinito sussultava. Poi il gorgoglio e il rantolo si fecero più rari.
-E’ finita! – pronunciò qualcuno sopra di lui.
Egli udì quelle parole e le ripetè nel proprio animo.
<Finita la morte – disse a se stesso – non c’ è più>
Trasse un respiro, si fermò a meta, si distese e morì. >> (Cap XII).
Un elemento peculiare della tecnica narrativa adottata nell’ Ivan Il’ič, che differenzia il racconto da quello del gabbiano Jonathan, consiste nel modo in cui il messaggio è affidato al lettore. L’ autore del Gabbiano Jonathan assegna la funzione di mediare tra il proprio messaggio e il destinatario alle esplicite esortazioni che il protagonista rivolge ai suoi simili affinché, come lui, vadano alla ricerca di se stessi attraverso il perfezionamento della difficile arte del volo. L’ autore russo attua, a mio parere, un procedimento più complesso, che coinvolge il personaggio su cui si focalizza la narrazione nel primo capitolo del racconto. E’ costui un collega e conoscente del protagonista, anzi un suo amico , anche se solo nel senso più ampio e generico del termine. Insieme ad altri magistrati, durante una pausa dal lavoro, egli apprende dal giornale la notizia della morte di Ivan Il’ič. Ognuno reagisce a suo modo: c’ è chi pensa alle implicazioni che questo evento avrà per la propria carriera, chi anticipa le incombenze legate allo svolgimento delle esequie, chi rimane in prevalenza indifferente. Una reazione comune a molti è il segreto compiacimento nell’ apprendere che qualcun altro è morto e che quindi, per il momento, questa sorte non tocca a sé. Ma il protagonista del capitolo iniziale, di nome Pëtr Ivanoviĉ, si immedesima più di tutti. Egli si recherà premurosamente in visita di esequie presso la famiglia del defunto, aiuterà la moglie di Ivan Il’ič nel disbrigo di alcune difficili procedure burocratiche e, soprattutto, si interesserà alla vita dello scomparso, cercando di comprendere il senso della sua vicenda terrena e della sua dipartita.
Sorprendentemente dal secondo capitolo in poi comincerà la narrazione della vita di Ivan Il’ič, e del generoso Pëtr Ivanoviĉ non si farà più alcuna menzione. Il lettore è costretto a rinunciare all’ identificazione che si era stabilita tra lui e il personaggio. Lo spazio che il tal modo si crea tra Pëtr Ivanoviĉ, spettatore privilegiato, e l’ insieme della vicenda, si presta pertanto a rappresentare quell’ altro personaggio, dotato di uno statuto affatto particolare, nel quale e per il quale l’ opera esiste, e nel quale il seme che l’ opera getta produrrà sviluppi ignoti e imprevedibili, dalla totale indifferenza ai rivolgimenti più ampi e impensabili, unicamente affidati alla sua capacità di ascolto e alla sua inalienabile responsabilità: il lettore che noi siamo e che l’ autore ha segretamente messo al centro dell’ universo creativo del racconto.
Francesco
