IN TEMA DI PSICOLOGIA DELLE DIFFERENZE DI GENERE

Mi ci sono voluti un po’ di tempo e un po’ di esperienze – non dico il tempo di tutta una vita e le esperienze di un giramondo – ma una ragionevole quantità dell’uno e delle altre, per scoprire, alla non più giovanile età di quarantasei anni, quali sono le occupazioni e le preoccupazioni più frequenti delle donne di ogni epoca e di ogni dove. La prima, il lamentarsi del freddo. La seconda, il bisogno di parlare (di cosa non importa o comunque è secondario). La terza (non per rilevanza): la costante paura d’ingrassare.
Nel momento in cui queste verità universali mi si sono manifestate, nella loro nuda e adamantina chiarezza, non ne ho ricercato subito i motivi, né ho desiderato che le cose stessero diversamente. E non perché la scoperta appena fatta avesse sconvolto le mie facoltà intellettuali e volitive – o almeno così mi è parso – ma proprio perché essa le aveva massimamente appagate.
Non altrimenti ci si avvede per la prima volta di qualcosa che in precedenza ci era sfuggito, allorché la vita ci fa dono di un varco inatteso nell’apparente e ingannevole regolarità dei fenomeni. E’ questo l’attimo magico che, nell’uomo di scienza, preluderà forse alla formulazione di una nuova e rivoluzionaria teoria, ma che, per l’intanto, di essa costituisce la condizione preliminare e necessaria, come quando si accese una luce nella mente di Newton al cader della mela e in quella di Archimede al debordare dell’acqua nella vasca.
Quanti e quali casi particolari mi fosse occorso di considerare, sarebbe prezioso il saperlo, qualora si potesse far piena luce sul lavorio mentale che presiede al sorgere dei ricordi, alla formulazione delle ipotesi, all’intuizione dei principi. Certo è che gli esempi concreti, dei quali son riuscito a divenir consapevole, non sono copiosi, né remoti nel tempo, ancorché è verosimile che in essi siano contenuti un valore e una pertinenza derivanti da numerosi e analoghi esempi, rimasti opachi alla rievocazione mnestica, di cui devo pur aver ottenuto nozione. Non diversamente è accaduto, nella storia della psicoanalisi, nel caso di quell’unico sogno, cosiddetto della “iniezione di Irma”, grazie al quale Freud ha illustrato, ancor prima a se stesso che al resto del mondo, i principali meccanismi sottostanti alla formazione del fenomeno onirico.
Ebbene si, deluderò il lettore arretrando di fronte al compito di spiegare la natura e le cause della triplice correlazione di sintomi da me rilevati, ma lascerò che l’impresa sia tentata da ben più alti ingegni, augurando loro la fortuna di cui presumo che abbiano bisogno.
Nondimeno, talora mi solletica la tentazione di ricercare, se non altro, qualche semplice nesso tra gli elementi della psicologia femminile, a prescindere da cimenti di più ampio respiro. Per esempio, non potrebbe vedersi, nell’eloquenza muliebre, la conseguenza di uno sbilancio termico, come a voler trasporre un potenziale batter di denti in un sovraordinato schema cognitivo e motorio di tipo verbale, nell’ambito dell’organizzazione neurologica gerarchica di jacksoniana memoria?
Può anche darsi, però, che le cose stiano diversamente, e che l’ottica più appropriata non sia quella organicista. Partendo dalla constatazione che i miei sono stati, fin qui, i pensieri di un uomo, e per di più non immuni da una venatura di maschilismo, potrebbe tornare opportuna qualche considerazione a proposito del rapporto tra i sessi, non disgiunta da un’assunzione di responsabilità da parte degli appartenenti al genere maschile. Se a rendere le donne loquaci è una sensazione di freddo, non potrebbe, quest’ultima, essere di origine affettiva? Al riguardo una mia personale rêverie mi suggerisce che, rivolgendoci tante parole, è come se le donne volessero ricordarci e ammonirci (finché siamo in tempo) circa i gravi pericoli cui è esposta la loro anima gentile, quando il legittimo bisogno di tenerezza e di calore viene frustrato da uomini indegni e senza cuore, che troppo spesso feriscono i sentimenti delle compagne, relegandole nel vuoto siderale della solitudine e condannandole a un’eterna e masochisticamente inconsapevole insoddisfazione nei confronti di se stesse.
Ma a questo punto sarà opportuno imprimere una diversa impostazione al discorso, per non scontentare la numerosa categoria di coloro che non hanno in simpatia le ipotesi di marca psicoanalitica e preferiscono il più solido terreno delle certezze scientifiche. Sapete, per tornare al punto di partenza, di che cosa ho arricchito, di recente, il bagaglio di saggezza da me allestito nel corso degli anni? Si tratta, niente meno, che della scoperta, fatta da un’èquipe di valenti psicologi sperimentali, dei tre assi portanti della psicologia maschile. Primo: la frequente e spudorata assunzione di un atteggiamento di superiorità nei confronti delle donne. Secondo: la connivenza cameratesca con cui gli uomini si lagnano dei presunti difetti femminili. Terzo: il concomitare delle suddette variabili con i momenti di maggior difficoltà e di più cupo smarrimento nelle strade della vita, non senza una costante correlazione con la mal dissimulata urgenza, che prorompe in tali momenti, di aggrapparsi alle gonne, alla benevolenza e alle conferme, che solo una qualche donna preselezionata può fornire, a un campione rappresentativo di uomini, in misura (mai) bastante e statisticamente significativa.

Francesco

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