La città vista dall’ alto

LA CITTA’ VISTA DALL’ ALTO

 

Ogni volta che mi affaccio da questo luogo elevato, che discopre alla vista tanta varietà di immagini e di prospettive, non è senza che sorgano in me aspettative più o meno palesi e segrete.

Si dischiude da qui un’ ampia veduta della città di Messina, tanto da farmi sentire quasi di poter comprendere in un unico insieme quel che mi circonda e mi domina negli altri momenti della vita.

Vedo in lontananza il via vai delle navi che solcano lo stretto, le quali, pur numerose e spedite, appaiono lentissime. Ancora più lontano, l’ opposta sponda di terra risalta sorprendentemente nitida, come se le leggi fisiche fossero abolite. Sopra ogni altra cosa si espande leggera la visione di amplissime nubi, che ricevono, di sera, un ultimo raggio di sole. Rivestite in tal modo di olimpica serenità, la trasfondono, con maestosa munificenza, ad ogni particolare dello scenario circostante.

Come non desiderare che anche l’ animo si liberi dai suoi gravami, che lo spirito si innalzi, che la visione interiore guadagni infine la conoscenza di ciò che realmente siamo e andiamo cercando? Come non riconoscere che in fondo aneliamo a un senso definitivo, che aspiriamo a una pacificazione e a un compimento totali, a trarre un sospiro di sollievo che possa appagarci per sempre?

Preso da cotante meditazioni, finisco per accorgermi che una forma di presunzione è subentrata alla contemplazione distesa di uno spettacolo naturale. L’ inseguimento spasmodico di cose troppo grandi ha menomato la capacità di provare un sentimento di serenità.

Ma per fortuna interviene a distrarmi l’ osservazione di particolari minuti: alcune barche tornano dalla pesca; una voce distinta per magia si fa intendere nonostante la lontananza; il soffio leggero del vento mi accarezza la fronte e mi sussurra alle orecchie il suo misterioso ma amichevole messaggio.

Mentre i raggi del sole declinano ancora e ormai solo le nuvole e le cime più alte ne ricevono un’ ultima porzione, sento che anch’ io devo mollare la presa su ciò che volevo prendermi a piacimento. Comprendo che non posso non lasciare che la vita continui a scorrere come sempre, riportandomi all’ interno di quel flusso ininterrotto del quale io non sono che una componente infinitesima e che non posso mutare.

Forse le due prospettive che mi erano sembrate incompatibili, quella del vedere le cose dall’ alto e a distanza, e quella dello scorgere soltanto, essendone parte, i frammenti di un tutto che mi sorpassa, sono, in realtà, misteriosamente congiunte. Forse è soltanto attribuendo a ognuna di esse il giusto valore che posso ricomporre un insieme dotato di senso.

Ma anche questi pensieri, ai quali riconosco fondatezza e coerenza teoriche, mi riescono di peso. In ultimo, infatti, aderiscono ad essi le sole facoltà intellettuali, mentre il mio essere viene attratto casualmente da ricordi di eventi vicini e lontani. Mi colpiscono strani confronti tra la realtà come oggi mi appare e come invece la percepivo tanto tempo prima. Alberi che conosco fin da bambino son cresciuti fino a superare di molto, con le chiome, l’ altezza della mia testa; facce a me note, senza che distintamente me ne accorgessi, si sono rivestite di rughe sempre più numerose e profonde. E nuove luci, nuovi colori, mi giungono da luoghi della città che ne erano privi.

Mi accorgo infine che l’ aria è imbrunita e che esercita un effetto riposante sugli occhi; che il distacco dai recenti avvenimenti della giornata è stato raggiunto, e che non mi sento più il peso delle preoccupazioni recenti.

Ed ecco che un felino ben conosciuto si inerpica agile per un sentiero sul versante di una collina e con un balzo raggiunge la cima di un muretto per tornare dai suoi piccoli. Ecco che un folto stormo di uccelli all’ improvviso percorre veloce un ampio tratto di cielo, e con loro, finalmente libera e leggera, si allontana in volo anche una parte di me.

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