la stanza
Da qualche tempo le estati sembrano sempre più calde e si parla tanto di surriscaldamento del globo. Ovviamente è difficile per noi fare un confronto oggettivo con gli anni passati. Talvolta però ci sono eventi particolari che aiutano la memoria. L’estate del ’93 per esempio, sono sicura che fosse molto calda, perché ho la precisa immagine di me che studiavo matematica, con il ventilatore puntato addosso. Lo scherzetto del professore Lavino, che aveva rimandato due terzi della classe, mi era costato tanti pianti ma soprattutto un mese di lezioni a casa di un professore amico di mia zia: un’esperienza che non potrò più scordare.
Il primo giorno, appena entrata a casa del professore, fui investita da un odore particolare che impregnava tutta la casa. All’inizio non capii cosa fosse ma sapevo di averne già sentito uno simile.
Mi bastarono pochi minuti per tornare alla mia infanzia e all’odore che sentivo a casa della prozia Antonia. Una casa buia, in campagna, dove per raggiungere il primo piano bisognava “scalare” i gradini aggrappandosi saldamente al passamano. Da bambina odiavo andare nelle case delle persone anziane, c’era sempre puzza di aglio, di chiuso, di stantìo, in una sola parola: di vecchio. Era come se le cose e le persone che abitavano la casa, avessero fuso i loro odori in uno solo.
Era quello stesso odore che sentii quel pomeriggio quando quell’uomo mi aprì la porta. Pochi capelli raggruppati in due ciuffi spuntavano da dietro le orecchie. Degli occhiali spessi e unti gli coprivano un terzo della piccola faccia che faceva capolino sopra un corpo filiforme, come quello di un insetto stecco. Il professore Gullì, che aveva frequentato l’università con mia zia, doveva avere circa quarant’anni, eppure ne dimostrava più di 60: sembrava un vecchio. Anche la casa era come lui: vecchia.
In realtà si trattava di un palazzo degli anni ‘70. Carino, pulito, ben tenuto. Ma appena superata la soglia della sua porta era tutta un’altra cosa. Un corridoio buio e vuoto portava alla stanza in cui mi impartiva le lezioni. L’arredamento era dimesso: un tavolo, quattro sedie e una piccola vetrina che conteneva solo libri di scuola. Si trattava di mobili abbastanza vecchi ma non tanto da potersi definire antichi, quei mobili che non servono più a nessuno e che, per non buttarli, si regalano al primo che capita. Mi accomodai su una sedia che cigolò sotto il mio peso, temevo potesse rompersi da un momento all’altro. Le lezioni si susseguirono senza sosta con buoni risultati, Gullì conosceva la materia e sapeva spiegarla con chiarezza.
Un giorno, in uno dei rari momenti di assenza del professore, notai un piccolo acquario in un angolo. Mi avvicinai, ma con mia grande sorpresa scoprii che non c’era neppure l’ombra di un pesce: solo piante acquatiche. Una voce alle mie spalle rispose alla mia tacita domanda facendomi trasalire: “Sono invertebrati: sembrano delle piante, ma se guardi bene vedrai che respirano. Come certe persone…”.
Il suo sguardo di allora non lo dimenticherò mai, non ebbi il coraggio di chiedergli altro, né mi alzai mai più da quella sedia. I nostri incontri proseguirono senza distrazioni fino alla fine di agosto.
Non seppi mai cosa ci fosse nelle altre stanze, ma una sola volta, l’ultimo giorno, vidi una porta socchiusa e riuscii a sbirciare dentro prima che lui la richiudesse prontamente. C’era una persona a letto, di spalle, non capii se fosse un uomo o una donna e forse, per via delle dimensioni, avrebbe potuto essere anche un bambino. Era un essere scheletrico, a giudicare da ciò che si intravedeva da sotto le coperte.
Non seppi più nulla del professore Gullì perché fortunatamente non fui più rimandata in matematica e chissà se la paura di tornare in quella casa non mi stimolò a studiare di più…

Con sapienti pennellate il brano evoca un’ atmosfera fatta di fascinosa magia e inquietanti allusioni. La narrazione è scorrevole e chiara , l’ effetto sul lettore fortemente suggestivo
grazie. non pensavo ti fosse piaciuto.
:-)