Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato che tutti aspettavamo

«Dove eri andato, se non sono indiscreto?» domanda Thorin Scudodiquercia a Gandalf lo stregone e questi gli risponde: «A guardare avanti». «E che cosa ti ha portato indietro all’ultimo minuto?» indaga l’ostinato Re dei nani. «L’aver guardato indietro», replica ambiguo il mago grigio. Con questa bellissima e ambivalente immagine del guardare in avanti per recuperare ciò che sta indietro e del guardare a ritroso per spingersi in avanti (tema che fa da sfondo all’intera storia),  sembra doveroso aprire il sipario sulla recente fatica di Peter Jackson, il regista che ha tradotto in immagini cinematografiche le splendide pagine di Tolkien.

Lo Hobbit, dunque, è finalmente approdato al cinema, tra mille peripezie che hanno coinvolto, non solo il protagonista di questo capitolo delle avventure tolkeniane, ma la stessa produzione del progetto, rallentata e messa a rischio da difficoltà di carattere finanziario e organizzativo. Jackson alla fine ce l’ha fatta, non ha abbandonato l’impresa e dopo circa dieci anni dall’ultimo capitolo de Il Signore degli anelli ritorna nella Terra di Mezzo, trasferendo in video il viaggio inaspettato del mezzuomo Bilbo Baggins e offrendoci così l’opportunità di visionare sul grande schermo l’antefatto che anticipa gli eventi di quel mondo mitologico che, cinefili e appassionati dell’epica tolkeniana, avevano pregustato nella precedente trilogia.

E di trilogia si tratta anche in questo caso. Legata a logiche di mercato e strategie di guadagno o meno, hobbit e nani ci accompagneranno per tre stagioni, così da farci rivivere le atmosfere e le sospensioni che hanno seguito la Compagnia dell’anello. Jackson ha deciso, infatti, di ampliare la trama aggiungendo elementi di altre opere di Tolkien e personaggi (come Frodo) non presenti nella narrazione originale, per creare quei punti di contatto che potessero fare da ponte con il precedente lavoro. Discutibile, perché lo Hobbit in realtà si regge anche da solo e i continui  rimandi utilizzati come espediente per creare un raccordo appaiono spesso superflui, come la comparsa un po’ forzata del giovane Frodo, nelle prime battute del film, che nulla aggiunge all’economia di una storia che anticipa di parecchi anni la vicenda del nipote di Bilbo. La scelta di scomporre in tre parti le avventure contenute in un romanzo più breve, lineare e strutturalmente meno complesso rispetto alla compagine narrativa de Il Signore degli anelli lascia aperta qualche perplessità. Spetterà ai prossimi episodi fugare qualsiasi dubbio o confermare i timori.

Considerata nel suo insieme, la trasposizione cinematografica, fin qui, non ha deluso le aspettative di chi attendeva trepidante l’arrivo nelle sale dell’ultimo lavoro del regista e sceneggiatore neozelandese. E se nella prima trilogia l’elemento teleologico è chiaramente rappresentato dall’intento di sbarazzarsi di qualcosa, piuttosto che di guadagnarlo, in un capovolgimento atipico delle vicende epiche (la Compagnia vuole infatti liberarsi dell’oggetto della contesa: l’anello del potere che corrompe e getta nel caos i popoli), il prequel ha invece il sapore della ricerca e della riconquista di un luogo perduto. Un luogo chiamato casa.

L’incipit cinematografico de Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato ci catapulta immediatamente nella Contea, dove un tranquillo e pacifico Bilbo Baggins trascorre i suoi giorni, immerso nella lettura e nella lenta e serena routine quotidiana, almeno fino a quando Gandalf, lo stregone grigio, seguendo il suo intuito prodigioso e la trame misteriose della sua mente non razionale, marchia con un segnale elfico il verde ingresso della sua dimora, modificando per sempre il destino del mezzuomo. E così tredici nani, guidati dall’ostinato Thorin Scudodiquercia, piombano nella sua tranquilla monotonia e gli sconvolgono i piani. È questo il momento preciso in cui si concretizza la proposta: un’avventura. Titubante ma allettato, il pantofolaio Bilbo verrà inaspettatamente scaraventato in un viaggio verso le Montagne Nebbiose alla riconquista di Erebor, l’antica dimora dei nani, spodestata e tramutata nell’antro oscuro in cui tiranneggia il feroce drago Smaug. Più o meno incurante dei rischi, «Se tornerai, non sarai più lo stesso» ammonisce Gandalf, il pacato hobbit decide di buttarsi a capofitto, di lasciare il noto per l’ignoto, di abbandonare il suo porto sicuro per espandere e ampliare il proprio orizzonte. Deciso al cambiamento, la natura curiosa prevarrà sulla quiete accogliente, non senza rinnegare la nostalgia di casa che ogni tanto lo attanaglia.

E lungo il cammino impervio dei prodi cavalieri (13 nani, un hobbit e un mago più umanizzato e simpaticamente malizioso e ammiccante rispetto a Il signore degli anelli), ritroviamo alcuni volti noti (Galadriel, Elrond, Gollum) e personaggi peculiari come l’incredibile Radagast, il mago sui generis, che dimentico dei propri simili vive in completa simbiosi, in un’antica comunione, con la natura. La prima puntata della saga si è comunque rivelata all’altezza, nonostante alcuni momenti che forse incrinano lievemente la credibilità della storia, punti deboli nell’interpretazione Jacksoniana degli eventi, che vedono i nani e il piccolo hobbit superare, senza ripercussioni, oscillazioni e impatti frontali con giganti di pietra e orchi, rappresentazioni che poco si sposano con le caratteristiche che invece rendono speciali e affascinanti questi piccoli testardi, coraggiosi, simpatici e temerari compagni d’avventura. È pur vero che si tratta di un fantasy e forse per questo potremo perdonare a Jackson, che non disdegna qualche piccola esagerazione stilistica, le licenze interpretative sulla resistenza fisica dei personaggi, come già accaduto per Il Signore degli anelli.

Azzeccata appare invece la scelta di accentuare l’ironia che li caratterizza, senza tuttavia banalizzarli e farli apparire meno “eroici”. La forza del film risiede proprio in questa allegra e cocciuta combriccola che, nonostante orchi, mannari, troll e altri personaggi grotteschi e letali, è in grado di fare sul serio senza prendersi troppo sul serio. Mettendo a confronto i personaggi principali delle due diverse operazioni di trasposizione cinematografica delle cronache di Tolkien, infatti, ci accorgiamo subito che non abbiamo a che fare con dei veri e propri guerrieri, nel senso dello stereotipo a cui le saghe ci hanno abituato; ciò che li spinge più di ogni altra cosa è la motivazione, quella motivazione che rende grande ed eroica anche la più piccola e insignificante delle creature. Non mancano i colpi di scena e quelli di fortuna che fanno trattenere il fiato, ma la semplicità umana del legame fra creature che tentano l’intentato, senza perdere di vista l’attimo che contraddistingue l’esistenza, ha reso questi piacevoli personaggi più umani e coraggiosi dei classici eroi con tutte le carte in regola, quelli avvezzi alle battaglie e agli scontri frontali.

La scena più significativa del film resta il faccia a faccia tra Bilbo e Gollum. A suon di indovinelli, in uno scambio brillante e di alto livello narrativo, due creature si affrontano su un campo di battaglia verbale: da questo incontro lo hobbit ne uscirà mutato, non solo perché si impadronirà dell’anello, ma per la profonda consapevolezza sul valore fondamentale della vita, già profetizzata dalla stregone, che si farà strada nella sua coscienza. Non ci resta che pazientare altri dodici mesi per scoprire, anche per chi la storia la conosce già, come si svilupperà il prossimo episodio riadattato per il cinema.

Giusy Gerace

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