NEL GIARDINO DELLA MIA INFANZIA, IN UN POMERIGGIO ASSOLATO, LASCIO CADERE QUALCOSA IN UN POZZO

Nel pomeriggio avanzato, ma ancora colmo di luce, ho il sole di fronte. Mi abbaglia. Chiudo gli occhi e ne avverto il tepore sulla pelle, che mi avvolge, mi immerge, mi sospende nel pulviscolo dorato.
Mi lascio ondeggiare senza peso, libero e leggero, scoprendo che adesso tutto mi giunge chiaro, ma come da lontano, come se rumori, pensieri e ricordi si fossero mutati in tocchi lievi e iridati sulle pareti della mia mente.
È naturale, allora, che le mie dita si distendano e che i palmi, schiudendosi, lascino cadere in una pozza d’acqua, di fronte a me, alcuni sassolini di ghiaia appena raccolti – come a rendere anche a loro la libertà – dando il via a tanti piccoli tonfi, preludio umile e insieme solenne alla discesa, nel fondo dell’acqua, di quei pezzetti di materia dalla levigatura gentile.
Scenderanno nell’umido abbraccio fino a posarsi sul nuovo letto, adagiandovisi pacati come monaci sapienti e silenziosi. Fino a quando, allorché le gocce della pioggia faranno vibrare il loro universo, trarranno alimento dal nuovo evento per le loro meditazioni senza fine.

Francesco

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