REPORT 7° incontro -Lab di lettura Pickwick

Il tema di ieri sera era quello del MOSTRO, un tema che al di là di ogni previsione ci ha dato la possibilità di parlare tantissimo, affrontando argomenti vari: la follia, la deformità, l’omicidio, la paura del diverso identificato con il nemico, la facilità dei mezzi di comunicazione di creare “mostri”. Più che in altre occasioni abbiamo portato le nostre esperienze personali e abbiamo constatato ancora una volta quanto la lettura collettiva sia fonte di arricchimento reciproco. Le cose dette sono state talmente tante che ho deciso di far parlare i testi o almeno quelli che ho trovato. Spero che gli altri pubblichino i brani mancanti.

Da “L’altra verità – Diario di una diversa” di Alda Merini

Le notti, per noi malati, erano particolarmente dolorose. Grida, invettive, sussulti strani, miagolii, come se si fosse in un connubio di streghe. I farmaci che ci propinavano erano o troppo tenui  o sbagliati, per cui pochissime di noi riuscivano a dormire. D’altra parte, di giorno non facevamo nulla, se la sera si era tentati di rimanere alzati un po’, subito venivamo redarguiti aspramente e mandati a letto con le “fascette”. Che cosa erano le fascette? Nient’altro che delle corde di grossa canapa, dentro le quali ci infilavano i piedi e le mani perché non potessimo scendere dai lettucci. Urlare sì, potevamo; nessuno ce lo impediva, tanto che qualche volta un malato a furia di urlare finiva col ricadere esangue sul proprio letto. Ricordo di una paziente che rimase immersa nelle proprie feci urlando a squarciagola per giorni e giorni finché non venne slegata e rimandata in libertà.

Nel centro del giardino c’era anche un’altra appendice dell’ospedale: il ricovero delle cavie, dove si facevano continue ricerche sul cervello umano. Io mi sono addentrata in quel posto poche volte, quanto basta per provarne un orrore incredibile. Bestie lobotomizzate, castrate e, dappertutto, un senso di innaturale forza malvagia, ridotta al massimo della sua violenza. Certe bestie, sotto i veleni delle medicine, avevano perso del tutto la loro identità. E dei gatti parevano tigri feroci, dei topolini erano presi da sindromi strane che li facevano girare su se stessi senza posa alcuna né alcun senso di conservazione. L’uomo che dirigeva questo brutto traffico era un po’ eguale alle sue bestie, pareva un lobotomizzato; unto e untuoso, cercava di arraffare qualche malata e portarla di sotto per “montarla”, come diceva lui. A me faceva talmente ribrezzo che una volta giunsi a sputargli in faccia. La cosa non me la perdonò più, e ogni volta che passavo di lì mi guardava con aria sempre più torva.

Le facce delle degenti erano a dir poco mostruose. Avevano perso ogni tratto femminile e guardandole (a poco a poco mi ci avvezzai) mi venivano in mente le streghe del Macbeth. Di fatto costoro non facevano altro che borbottare tutto il giorno intorno a degli strani marchingegni dovuti o voluti dalle loro fantasie. Facce con larghe chiazze di vino, unghie adunche, grossi vestaglioni che portavano a mo’ di grembiule, e un ghigno feroce tra le labbra che ti faceva accapponare la pelle. Ma lì di trauma non ce n’era e a me che ero così spaurita non facevano che venire in mente le storielle macabre di Banco. Parevano tutte uscite da un raduno infernale. Ed io, non so, ma mi sono domandata spesso come mai le malate di mente debbano avere volti così brutti e così inauditi e se siano i farmaci a procurare quelle sembianze, della qual cosa sono quasi sicura.

Al principio del ’65, quando ancora le leggi erano molto restrittive, ai malati era consentito così poco che nemmeno gli si dava la libertà nel lavarsi. E’ chiaro che il malato di mente non ha nessuna voglia di rendersi bello proprio perché, essendo stato strappato via dalla società, non ha più voglia di avere contatti con l’esterno. Allora si ricorreva ad un mezzo coercitivo. Venivamo tutti allineati davanti ad un lavello comune, denudati e lavati da pesanti infermiere che ci facevano poi asciugare in un lenzuolo eguale per capienza ad un sudario, e per giunta lercio e puzzolente. Alle più vecchie facevano tremare le flaccide carni e così, nude come erano, facevano veramente ribrezzo. La prima volta che dovetti sottostare a questa rigida disciplina svenni, e per lo schifo e perché ero così indebolita dalla degenza che non mi reggevo più in piedi. Ci allineavano tutte davanti ad un lavello comune con i piedi nudi per terra fissi nelle pozzanghere d’acqua. Poi ci strappavano di dosso i pochi indumenti (il camicione dell’ospedale di lino grezzo eguale per tutti, che aveva dei cordoncini ai lati e che lasciava filtrare aria da tutte le parti). Poi le infermiere passavano ad insaponarci anche nelle parti più intime e ci asciugavano in un comune lenzuolo lercio. Le più vecchie cadevano a terra per il modo maldestro con cui venivano trattate. Alcune scivolavano, altre battevano pesantemente la testa. Io, ogni mattina, davanti a quel lavello e all’odore terribile del luogo, svenivo e venivo ripresa con  male parole e buttata sotto l’acqua diaccia. Si veniva fuori da quello strano inferno già stordite, con la riprova che la nostra demenza rimaneva un fatto inspiegabile e che non avrebbe avuto nessuna verità razionale.

Poi ci allineavano su delle pancacce sordide, accanto a dei finestroni enormi e lì stavamo a guardare per terra come delle colpevoli, ammazzate dalla indifferenza, senza una parola, un sorriso, un dialogo qualunque. Io avevo sete di verità e non capivo come ero potuta capitare in quell’inferno. Disposta naturalmente al razionalismo, avvezza a cercare il perché di tutte le cose, ero spaventata dall’oscenità dell’ignoranza che si adoperava in quei luoghi. Il demente viene considerato “incapace di intendere e di volere”. Eppure sotto la diagnosi serpeggiava quieta la mia anima dolce, rasserenante, un’anima che non era stata mai tanto luminosa e vitale, e a volte, per consolarmi, pensavo che quella brutta vestaglia azzurra fosse il saio di San Francesco e che io di proposito l’avessi scelto per umiliarmi.

Così in questo modo gentile adoperai il silenzio, e mi venne fatto di incontrarvi il mio io, quell’io identico a sé stesso, che non voleva, non poteva morire.

La sentinella di Fredrick Brown

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto.

Lontano 50mila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.

E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.

Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…

Il mostro di S.Bersani

Potete ascoltarla qui: http://www.youtube.com/watch?v=ZHQljsQX_FU&feature=fvw

Ecco spuntare da un mondo lontano l’ultimo mostro peloso e gigante
l’unico esempio rimasto di mostro a sei zampe
Quanto mi piace vederlo passare, cosa farei per poterlo toccare
io cosa farei…
Dicono che sia capace di uccidere un uomo
non per difendersi, solo perché non è buono
Dicono loro che sono scienziati affermati
classe di uomini scelti e di gente sicura
Ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
E’ alla ricerca di un posto lontano dal male
certo una grotta in un bosco sarebbe ideale
ma l’unico posto tranquillo è quel vecchio cortile
l’unico spazio che c’è per un grande animale
Dicono “Siamo in diretta…” lo scoop è servito
“…questa è la tana del mostro, l’abbiamo seguito”
Dicono loro che sono cronisti d’assalto
classe di uomini scelti di gente sicura
Ma l’unica cosa evidente
l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
Basta passare la voce che il mostro è cattivo
poi aspettare un minuto e un esercito arriva
bombe e fucili ci siamo, l’attacco è totale
gruppi speciali circondano il vecchio cortile
Dicono che sono pronti a sparare sul mostro
“Lo prenderemo sia vivo che morto sul posto !”
Dicono loro che sono soldati d’azione
classe di uomini scelti e di gente sicura
ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
Vorrebbe farsi un letargo e prova a chiudere gli occhi
ma lui sa che il letargo viene solo d’inverno
riapre gli occhi sul mondo, questo mondo di mostri
che hanno solo due zampe ma sono molto più mostri
Gli resta solo una cosa
chiamare il suo mondo lontano
lo fa con tutto il suo fiato, ma sempre più piano…
Vorrei poterlo salvare, portarlo via con un treno
lasciarlo dopo la pioggia, là sotto l’arcobaleno..

Un incrocio di F. Kafka (potete ascoltarlo qui: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-2b42d7b0-139f-4ea9-b478-85156dc8ed9a.html)

Il teorema di Almodovar di A.C.Ros

Medea di Euripide (http://www.readme.it/libri/Classici%20Greci/Medea.shtml)

Cuore di cane di M.A. Bulgacov

La casa di Asterione di  J.L. Borges (http://www.terremotidicarta.it/cambiando-la-prospettivaforse-i-mostri-siamo-noi)

REPORT 3° incontro – lab di scrittura di Milazzo

Abbiamo avuto due settimane per trovare il nostro personaggio. Ci siamo guardati in giro e chissà quanta gente ci avrà preso per curiosi, impiccioni o persino “guardoni”!
Ma, nella maggior parte dei casi, i personaggi erano già lì nelle nostre attese in sala d’aspetto, sui treni, nei nostri giri per negozi, erano stati riposti in un angolo della memoria e non vedevano l’ora di popolare i nostri racconti.
Così un collega stravagante e apparentemente assente ci ha finalmente rivolto la parola,
una coppia di turisti dagli occhi a mandorla ci ha fatto venire voglia di visitare Roma e una simpatica bambina ha animato il solito e noioso viaggio di lavoro.
Siamo stati attenti ai particolari e all’abbigliamento tanto da immaginare la vita di una suora esperta magliaia e di un enigmatico ed inquietante cliente di cartoleria…
Siamo stati “travolti” da un assessore/attore che ci ha portato in giro per il suo paese e abbiamo incontrato il sorriso abbagliante del ragazzo del supermercato.
Ma soprattutto ognuno di noi ha ringraziato il cielo di non dover accompagnare in gita giovani adolescenti pronti a tutto e in particolare l’alunno G. … – stava forse per GUAIO?-
Sono state tratteggiate molte figure interessanti, alcune delle quali meriterebbero un approfondimento e, in attesa di conoscere il personaggio di Antonella, vi ricordo cosa faremo la prossima volta:

ESERCIZIO PER CASA: Il tema del prossimo incontro è il verbo ILLUMINARE. In merito all’argomento potete trovare sul sito www.bombacarta.com l’editoriale di A. Spadaro scritto nel mese di ottobre.
Occorre portare un brano di un libro, un racconto breve, una poesia, una canzone, persino una foto o un’opera pittorica, qualcosa che vi faccia pensare al verbo ILLUMINARE.
Buon lavoro!
ci vediamo venerdì 17… ops… non me ne ero accorta….speriamo bene… ;-)
Francesca G.

eccomi al mio primo post …

… e spero che vada a buon fine, dato che non ho per nulla dimestichezza con l’aspetto telematico di Terremoti di Carta.

Questa sera abbiamo parlato dei personaggi. Avremmo dovuto pensare ad un personaggio, da collocare in una dimensione suggeritaci da Francesca. Erroneamente avevo già pensato ad un personaggio ed avevo già scritto il mio contributo, collocando il personaggio in un contesto (tra l’altro, lo stesso contesto dove lo avevo incontrato) nel quale io mi rivolgevo a lui.

Questa sera, invece, Francesca ha proposto uno scenario leggermente diverso: il personaggio è in un contesto tipo, ma si rivolge a noi, ponendoci una domanda.

Ecco entrambi i miei contributi. Nel primo, come ho detto, sono io a rivolgermi al personaggio. Nel secondo l’ambientazione è quasi la stessa, ma il personaggio irrompe sulla scena e si rivolge a me con una domanda, anzi, una richiesta quasi imperiosa!

Lara

Primo personaggio

La mattina era uggiosa, cielo grigio e nuvole gonfie di pioggia. Attendevo che arrivasse il treno che mi avrebbe catapultato,come ogni giorno, nelle mie quotidiane incombenze. Eccolo, puntuale o quasi, al binario; salgo facendomi largo tra tanti altri pendolari ed entro nel vagone, già pieno di gente. Vedo, in fondo, un ultimo posto libero, mi avvicino a passi rapidi e rivolgo un cenno all’uomo seduto nel posto immediatamente accanto, come a dire: “E’ libero?”.

Non ricevo risposta. Mi accomodo in fretta mentre il treno riparte. Il mio vicino di posto guarda fuori dal finestrino, e fissa l’orizzonte di case e fabbriche, anche se ha l’aria distratta. Chissà a cosa pensa. Osservo il suo profilo, dai lineamenti grossolani, le palpebre pesanti, la fronte vicina al vetro del finestrino; non vedo i suoi occhi, ne scorgo appena il contorno liquido, sempre fissi su un punto lontano. Di tanto in tanto tamburella con le dita di una mano su un ginocchio: sono mani ruvide, sotto le unghie colgo un velo di sudiciume, dovuto alla distrazione di chi non ha tempo per sé e per i piccoli dettagli perché troppo impegnato a concentrarsi su altro.

Il treno a volte sobbalza, si ferma per far scendere dei passeggeri e caricarne altri, poi riparte. Il mio compagno di viaggio rimane impassibile; siamo seduti nell’ultimo posto dell’ultima carrozza del treno: alle nostre spalle si svolge il tramestio di pendolari che salgono, cercano ed occupano i posti a sedere, rumore concitato di voci, commenti, discussioni sommarie, che a lui non interessano minimamente. Il suo atteggiamento mi scoraggia dall’intavolare una discussione su argomenti comuni, come il tempo, le notizie del giornale che ho in mano e a cui ho appena dato una scorsa. Socchiudo gli occhi mentre il treno prosegue il viaggio.

Siamo giunti nella stazione di arrivo, il capolinea. Lui è ancora seduto accanto a me, adesso dovrà sicuramente scendere. Ho un po’ di fretta e mi alzo in piedi prima che il treno arresti la sua marcia. Gli rivolgo un rapido e formale cenno di saluto, che non riceve, come prevedevo, alcuna risposta. Sono in fila tra gli altri pendolari, in attesa di scendere dal treno. Con la coda dell’occhio vedo che lui si alza e si prepara per scendere, esita un attimo come se cercasse qualcosa. Poi si china appoggiandosi al bracciolo del sedile e prende qualcosa che era scivolato a terra. E’ un bastone. Il cieco tasta il pavimento intorno a sé con circospezione, lo sguardo ancora fisso verso un orizzonte indefinito, ed esitante si avvia verso l’uscita.

Secondo personaggio

L’ennesima fermata del treno regionale prima di arrivare a Roma.

Si apre la porta della vettura ed entra lei con un balzo. Due occhietti vispi, una zazzera bionda e degli orecchini a forma di gattino.

“Me la presti una penna e un foglio di carta?” esclama/domanda così, di getto.

Poi, vista la mia titubanza continua, come se volesse persuadermi: “Così ti faccio un disegno, apposta per te!”. E aggiunge un sorriso grandissimo, di quelli che fanno chiudere gli occhi e si impossessano di tutto il viso di chi lo fa. Il tipo di sorriso che sanno fare solo i bambini.

“E tu chi sei?” le domando. Mi sembra un folletto. E’ vestita di rosa, e le sue scarpette da ginnastica luccicano quando salta.

“F-E-D-E-R-I-C-A!!!”, lo dice così, e lo scandisce per bene, dando rilievo ad ogni lettera del suo nome. Intanto saltella da un piede all’altro, fa una piroetta e sbircia dentro la mia borsa. “ E allora, ce l’hai una penna e un foglio di carta?”.

“Federica, stai sempre a disturbare le persone …” dietro di lei c’è la nonna ad accompagnarla, ha l’aria stanca, e prende la nipotina per un braccio, ma lei si divincola e torna a guardarmi e a sorridermi sorniona.

Mi dice che ha quattro anni, che sa andando a prendere la mamma al lavoro, che ha una compagnetta di nome Micaela e un’altra di nome Giulia che le fa i dispetti. Poi, su invito della nonna, decide di farmi ascoltare una canzoncina che ha imparato all’asilo il giorno stesso.

Si posiziona al centro della vettura, tutta compunta, osserva un attimo di concentrazione, e poi inizia a canterellare una filastrocca, accompagnandola con alcuni gesti. Gli altri passeggeri la guardano incantati. Quel folletto ci ha conquistati, e vorrei alzarmi dal mio posto per abbracciarla, tanto è deliziosa.

Ma poi finisce la canzoncina, c’è un lunghissimo istante di silenzio e lei torna seria seria a guardarmi. “Ma una penna e un foglio di carta non ce l’hai davvero?”.

concorsi letterari …

anche se la data ultima per partecipare al concorso è già passata, date egualmente un’occhiata al bando di questo concorso, per chi scrive, fraseggia e verseggia in italiano o esperanto!

http://bosconedelcovic.altervista.org/

AVVISO AI VECCHI “TERREMOTI”…

A TUTTI I TERREMOTI  FUORIUSCITI,  EMIGRATI,  DISORIENTATI,  IN PAUSA SABBATICA, IN “NON VOGLIO ROTTE LE PALLE”, IN “HO COSE PIU’ SERIE DA FARE”…

A TUTTI QUELLI IMPEGNATISSIMI NEL LAVORO, NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI, NEL RUOLO DI GENITORI…

MA DOVE SIETE FINITI????????

SIAMO FELICI DI TROVARE SUL SITO “NUOVE SCOSSE” MA CI FAREBBE PIACERE  OGNI TANTO TROVARE QUALCHE NOME DEL PASSATO…

CI MANCATE…

REPORT 6° incontro Lab di scrittura Circolo Pickwick

Ci siamo chiesti per due settimane che cosa avrebbero fatto i Miller in assenza degli Stone. Stavolta lo stimolo alla scrittura  è venuto da un racconto di Raymond Carver e, sebbene non tutti lo abbiano apprezzato, i risultati dei lavori sono stati davvero ottimi.

Merito del maggior tempo da dedicare alla scrittura o del buon Carver?

Se volessimo sintetizzare potremmo dire che nei racconti di Carver non accade nulla di importante, i personaggi, solitamente gente comune  che conduce una vita normale, vivono nella tensione dell’attesa di qualcosa che spesso non si realizza neppure alla fine. Questa tensione si coglie fin dalle prime righe anche nel racconto intitolato “Vicini”.  I Miller sembrano vivere  un’esistenza  felice o almeno nella misura in cui non la confrontano con quella dei vicini. Il desiderio di vivere non solo “come” gli altri ma addirittura “la vita degli altri” è stata la strada scelta da quasi tutti. I Miller “hanno indossato”  sia materialmente che metaforicamente gli abiti degli Stone per poi non riuscire quasi a privarsene. In un caso questa immedesimazione  è stata portata  all’estremo in una situazione molto pirandelliana.

Qualcuno  ha già deciso di condividere il suo lavoro e così spero facciano anche gli altri.

Francesca G.

Solo qualche ora.

Bill e Arlene Miller erano una coppia felice. Ma ogni tanto avevano come l’impressione di essere i soli, nella loro cerchia, a essere rimasti in qualche modo fuori: Bill, perso nel suo lavoro di ragioniere e Arlene, impegnata nei suoi compiti segretariali. Qualche volta ne discutevano, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Ai Miller pareva che gli Stone conducessero una vita più intensa e brillante della loro. I vicini andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano per tutto il paese in occasione di impegni di lavoro di Jim.
Gli Stone abitavano nell’appartamento di fronte a quello dei Miller. Jim faceva il rappresentante per una ditta che fabbricava pezzi di macchinari e riusciva spesso a combinare le trasferte di lavoro con i viaggi di piacere. Ora, per esempio, si sarebbero assentati per dieci giorni, andando prima a Cheyenne e poi a Saint
Louis, a trovare certi parenti. In loro assenza, i Miller avrebbero badato all’appartamento degli Stone, dato da mangiare a Kitty e annaffiato le piante….
Sebbene fossero dei tipi schivi e non particolarmente brillanti, gli Stone guardavano ai Miller come ad una coppia comunque affidabile e serenamente tranquilla.
Il giorno della partenza, dopo aver caricato la fiammante Station Wagon come se dovessero partire per una lunga vacanza in giro per l’Europa, gli Stone bussarono alla porta dei vicini per il commiato; Harriet raccomandò in particolare la piccola cagnetta Kitty che restava sola senza la sua “mamma”, scambiarono i numeri dei cellulari e, consegnate le chiavi dell’appartamento, partirono allegri e spensierati. Un velo di malinconia mista ad invidia pervase Bill ed Arlene.
Si divisero i compiti: Arlene portava a spasso Kitty al mattino mentre Bill provvedeva per il giro della sera; al ritorno dall’ufficio Bill ritirava la posta dalla cassetta delle lettere ed insieme, prima di cena, attraversavano il lungo pianerottolo che separava i due appartamenti per dare da mangiare al cane, curare le piante e controllare che non ci fossero problemi di sorta. Dopo qualche giorno presero l’abitudine di passare nell’appartamento degli Stone anche dopo cena; il terrazzo della grande sala, arredata con mobili moderni di gusto e indubbiamente molto costosi, dava sul parco del quartiere: di sera le luci dei lampioni irradiavano tutt’intorno un’atmosfera soffusa ed intima e dagli alberi saliva l’odore della resina e delle fronde. Bill ed Arlene, seduti sulle accoglienti poltrone in midollino, fumavano una sigaretta.
Una sera Arlene si trovava in cucina; aveva appena versato la scatoletta di carne nella ciotola di Kitty, quando Bill la cinse per la vita e le mostrò un biglietto.
Ehi! – disse Arlene – come siamo entusiasti questa sera! E questo cos’è?
Un invito per due all’inaugurazione di una mostra di pittura; non conosco l’artista, ma sembra che sia uno molto famoso.
E allora? – chiese Arlene accarezzando per un attimo la schiena della cagnetta che si avvicinava alla sua cena
Allora? E’ per sabato sera, Jim ed Harriet non potrebbero comunque esserci; potremmo andarci noi. Che ne pensi?
Noi? Ma è un invito personale, e poi non so…non saprei cosa mettermi, non conosciamo nessuno, non saprei cosa fare, come comportarmi…non lo so proprio Bill, non mi sembra un’ottima idea.
E invece sì! – ribattè Bill. – Dici spesso che non facciamo mai niente di particolare, che la nostra è una vita ordinaria, siamo felici sì, ma quante volte ci siamo fermati a discutere di quello che fanno i nostri amici e noi no? Dai, cosa vuoi che sia, in fondo si tratta solo di andare ad una mostra, non ci saranno convenevoli particolari, ci intrufoliamo nella folla e ne approfittiamo per una serata diversa. Sarà solo per qualche ora, nessuno scoprirà nulla.
Discussero ancora quella notte, ma il giorno dopo, al mattino, uno sguardo complice fece capire loro che sabato sera sarebbero stati lì.
E così fu. I giorni che precedettero la serata di gala scorsero velocemente, fece loro compagnia una strana eccitazione. Arlene uscì a comprare un abito nuovo, Bill rispolverò un completo che da tempo riposava in un angolo dell’armadio. Arrivò infine la sera dell’inaugurazione; con l’invito degli Stone in tasca, si recarono sul posto dell’evento. Passarono un po’ impacciati l’ingresso , ma poi si lasciarono andare decisi a godersi quell’attimo di vita mondana. Fra cocktail, discorsi e presentazioni il tempo scorse veloce e, nonostante non comprendessero appieno il significato nascosto dietro quelle linee e quelle ombre che venivano ammirate dei presenti, si scoprirono a pensare che forse la loro vita sebbene non fosse così male, poteva essere riempita da nuove emozioni.
Era notte fonda quando lasciarono la festa; in macchina Arlene si sentiva leggera, quasi si fosse ubriacata di musica, luci, chiacchiericci, spumante. Allungò una mano sul ginocchio di Bill che guidava sorridendo; lui si voltò e gli sembrò di vedere sul volto della sua compagna uno sguardo nuovo. E gli piacque molto.
Fu un attimo. Nello stesso istante Arlene urlò:
Bill, attento, quel camion, Bill, sterza.
Nel silenzio della notte lo schianto fu violento. Poi, di nuovo, il silenzio calò intorno a loro.
Per i successivi quattro giorni Jim e Harriet continuarono senza sosta e invano a comporre i numeri di telefono dei loro vicini. Non sapevano darsi una spiegazione e giorno dopo giorno una strana agitazione li prese, loro sempre calmi ed impassibili fremevano per quelle telefonate senza risposta. Il viaggio di ritorno sembrò lunghissimo; infine si ritrovarono finalmente sul viale alberato che portava alla loro casa. Dopo aver parcheggiato, senza neppure prendere le valigie, salirono di corsa le scale. Tutto sembrava tranquillo, avevano notato le imposte regolarmente chiuse, ma suonato il campanello dei Miller nessuno rispose.
Dall’altra parte però Kitty si fece sentire guaiolando leggermente dietro la porta. Harriet si precipitò verso di essa mentre Jim tempestava di calci la porta d’ingresso di casa Miller.
Non trovo le chiavi, non le trovo, Jim! – gridò Harriet istericamente mentre rovistava furiosamente dentro la borsa.
Calmati, Harriet! Calmati. – sbuffò Jim avvicinandosi a lei.
….. Lui provò a girare il pomello. Ma era bloccato. Non girava affatto. Lei era rimasta a bocca aperta e ansimava un po’, in attesa. Lui spalancò le braccia e lei ci si rifugiò.
“Non ti preoccupare”, le disse all’orecchio. “Per l’amor di Dio, non ti preoccupare”.
Rimasero lì. Si tenevano stretti. Si appoggiarono contro la porta, come per ripararsi dal vento, e si fecero forza.

Giusi.

i vicini

Bill e Arlene Miller erano una coppia felice. Ma ogni tanto avevano come l’impressione di essere i soli, nella loro cerchia, a essere rimasti in qualche modo fuori: Bill, perso nel suo lavoro di ragioniere e Arlene, impegnata nei suoi compiti segretariali. Qualche volta ne discutevano, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Ai Miller pareva che gli Stone conducessero una vita più intensa e brillante della loro. I vicini andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano per tutto il paese in occasione di impegni di lavoro di Jim. Gli Stone abitavano nell’appartamento di fronte a quello dei Miller. Jim faceva il rappresentante per una ditta che fabbricava pezzi di macchinari e riusciva spesso a combinare le trasferte di lavoro con i viaggi di piacere. Ora, per esempio, si sarebbero assentati per dieci giorni, andando prima a Cheyenne e poi a Saint Louis, a trovare certi parenti. In loro assenza, i Miller avrebbero badato all’appartamento degli Stone, dato da mangiare a Kitty e annaffiato le piante.
Era ormai abitudine che gli Stone dessero ai Miller in custodia il loro appartamento, ogniqualvolta si assentavano per più giorni. E così, come consueto, Bill e Arlene si recarono all’ora del pranzo nella casa dei vicini per dar da mangiare a Kitty. Stranamente la porta era aperta. Insospettiti e, forse, anche un po’ impauriti i due si catapultarono dentro per accertarsi che tutto fosse a posto. Quale stupore quando Arlene si trovò nella sala da pranzo! Una tavola imbandita di svariate e succulente vivande, roba che mai Arlene aveva visto in vita sua. E non solo il cibo! L’argenteria, i piatti di finissima porcellana, i bicchieri di cristallo, la tovaglia di fiandra bianchissima, e quelle rose rosse che spiccavano al centro della tavola! Arlene penso in quel momento che forse la felicità non era per niente la vita semplice, talvolta monotona, che lei e Bill conducevano da sempre. Provò un senso di oppressione e sentì note di tristezza attraversarle il cuore. Rimase in questo stato alquanto stordito per una manciata di secondi, fino a quando si ricordò di Bill.
«Bill!» gridò Arlene e quel grido sembrò scongelare quel senso di freddo che aveva dentro. «Bill! Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa hanno preparato per noi gli Stone!».
Bill, che si era fermato a guardare i vestiti nell’armadio personale di Jim, ebbe un sussulto e quasi svegliato da un altalenante e piacevole torpore, si recò dalla moglie. Bill non credeva ai suoi occhi, ma a differenza di Arlene tutto quel lusso – sentiva ancora sulle sue mani la delicatezza dei tessuti di cui erano fabbricati i vestiti di Jim – gli creava uno stridente senso di fastidio, un sommesso velo di tristezza misti a un piacevole solletico alla gola.
«Sei sicura» disse Bill ad Arlene «che tutto questo sia per noi?».
Arlene avvicinò la mano a raccogliere un biglietto azzurro posto fra le rose rosse. Sì, era tutto per loro! «Guarda Bill!» disse mostrandogli il biglietto. «“Ai carissimi Bill ed Arlene con immensa gratitudine!” Dai, amore, sediamoci e gustiamoci questo ben di Dio».
Tra entusiasmo, incredulità e diffidenza, Bill accontentò la moglie e sedettero a consumare quel pranzo delizioso e per niente frugale. Bill finì di pranzare pieno di insoddisfazione, non certo perché deluso di tutte le portate assaggiate, ma perché intuiva che tutto quello non gli apparteneva e non lo sentiva così necessario alla sua già felice esistenza. Arlene, invece, non stava nella pelle. Era così allegra, così fremente di gioia, che sembrava quasi un’altra persona.
E, infatti, Bill non la riconobbe più, quando spinta da non so quale insana tentazione, disse: «Bill! Trasferiamoci qui in questi dieci giorni! Voglio respirare tutto di questa casa! Voglio sedere su quei lussuosi divani di pelle, voglio scostare quelle tende di seta, gustare la morbidezza di quelle lenzuola, immergermi in quella vasca così lucente. Voglio scandagliare ogni angolo di questa casa e saziarmi della felicità che sento traspirare da ogni punto di questo posto da favola».
No! Pensò Bill fra sé. Assolutamente no! Questa è follia! E invece disse: «Sì, amore mio! Restiamo qui e fermiamo il tempo». Bill non riuscì a capire quel gelido contrasto tra il suo pensiero e le sue parole. Ebbe paura. Ma non volle pensarci.
Trascorsero così quei dieci giorni, tra la folle felicità di Arlene che non si rendeva conto di quell’esistenza tutta costruita, labile, felicemente infelice e la fredda e vera tristezza di Bill, a cui anche l’acqua dei rubinetti appariva di una consistenza falsa e ingannevole in quel luogo che non era la sua vita monotona, ma realmente felice.
Ma, proprio mentre Arlene sfoggiava sorridente e divertita i numerosi e stravaganti cappelli di Harriet, ecco squillare il cellulare di Bill. Quel suono rimbombò tra le mura di quella casa come la nuda consapevolezza di quel che stava accadendo dentro e fuori di loro. Sembrò quasi restituire Arlene a se stessa. Bill non ebbe dubbi: erano gli Stone che stavano rientrando e loro erano ancora lì a rubare l’intimità di chi, da sempre, aveva donato loro solo trasparente amicizia. Si scagliarono quasi furiosamente contro la porta, pensando di lasciarsi alle spalle quella stupida pazzia, che aveva solo crepato la levigata e candida semplicità e serenità della loro vita. Anche Arlene adesso era lucida e piangeva lacrime di fuoco. Sentivano dentro il rumore della paura e insieme quello della macchina degli Stone che sarebbe passata sulla tranquillità della loro vita e di quella relazione decisamente bella con i vicini. Sospirarono entrambi. Sapevano già cosa sarebbe successo dopo; anche che avrebbero trovato bloccato il pomello della porta e che quella stessa porta, impossibile da aprire, avrebbe creato un muro di acciaio contro un’esistenza ormai difficile da riconquistare. E infatti, lui provò a girare il pomello. Ma era bloccato. Non girava affatto. Lei era rimasta a bocca aperta e ansimava un po’, in attesa. Lui spalancò le braccia e lei ci si rifugiò. «Non ti preoccupare», le disse all’orecchio. «Per l’amor di Dio, non ti preoccupare». Rimasero lì. Si tenevano stretti. Si appoggiarono contro la porta, come per ripararsi dal vento, e si fecero forza.

Frate Francesco

REPORT 2° incontro Laboratorio Milazzo

L’incontro di ieri è stato dedicato alla lettura consapevole. Si doveva portare il libro che aveva fatto scoccare l’amore per la lettura.  L’esercizio non è stato facile per tutti: Patrizia ha raccontato che la madre ha sempre avuto l’abitudine di regalare i libri per fare spazio a quelli nuovi, così tra le numerose letture dell’infanzia non è riuscita materialmente a trovarne una in particolare.  A parte Rosina, che ci ha letto una tenera filastrocca del libro de I Quindici, la maggior parte dei partecipanti non è riuscito ad andare tanto a ritroso nel tempo, fermandosi per lo più all’età della prima adolescenza. Graziella ci ha fatto entrare nel salotto delle Piccole donne, un libro che tutti abbiamo annoverato tra le nostre prime letture. Alessandro ha rispolverato Il barone rampante, uno dei primi libri che, sebbene “obbligato” a leggere a scuola, gli sia rimasto nel cuore. Rosa, con un libro della Fallaci e Antonella, con uno di Van der Post, hanno condiviso delle letture un po’ più mature, dove si trova il tema dell’amore ma soprattutto quello degli ideali che ci colpisce tanto in giovane età.  Gioacchina nonostante non sapesse dell’esercizio ci ha fatto fare un tuffo nella sua infanzia e negli anni vissuti in un piccolo centro dell’entroterra messinese, un racconto così vivido che mi ha fatto venire voglia di “leggerlo”…  spero che colga il mio suggerimento!

COMPITO PER CASA: TROVARE DEI PERSONAGGI: osservate le persone che incontrate per strada. Un ottimo luogo di osservazione sono i mezzi di trasporto pubblici (autobus, treni) e i luoghi in cui si aspetta il proprio turno: medici, uffici pubblici, ecc. Concentratevi sui gesti, l’aspetto fisico, qualcosa che vi colpisce, se è il caso prendete degli appunti che saranno utili per il prossimo incontro.

Francesca G.

Un racconto per Natale

Carissimi Terremoti, ricordate la nostra inziativa per i bambini, realizzata nei giorni in cui si festeggiava Halloween? E’ stata davvero un successo e ci siamo divertiti molto. Vogliamo replicare. Molti genitori ce lo hanno chiesto. L’Asilo Junior ci ha messo a disposizione il suo salone. Giorno 12 dicembre alle ore 17,00 siamo tutti invitati a portare un racconto, una favola, una magia da regalare ai nostri bimbi. Inoltre torneranno il nostro giocoliere e il nostro prestigiatore e… chissà che non passi di lì anche Babbo Natale.
Vi aspettiamo? racconto natale messina

Dippold, l’Ottico (da Antologia di Spoon river di E.L.Masters)

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle
Sì. E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, visi gentili.
Provate questa.
Un campo di grano – una città.
Benissimo! E adesso?
Una donna giovane e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E adesso?
Molte donne dagli occhi vivi e labbra schiuse.
Provate queste.
Soltanto un bicchiere sul tavolo.
Oh, capisco! Provate questa lente!
Soltanto uno spazio vuoto, non vedo nulla in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Questa va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono al di là della pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Ottima! E adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.

REPORT 5° incontro Circolo Pickwick- Laboratorio di lettura consapevole

Il laboratorio di stasera è stato ancora una volta occasione per scoprire nuovi autori e far venire voglia di riprendere vecchie letture. Il tema proposto era il verbo del mese di ottobre di Bombacarta: ILLUMINARE.

Questi i brani, poesie e canzoni condivisi:
Paris at night di J.Prevert
Castelli di rabbia di A.Baricco
Un ottico di C.De André
Il custode del faro di J. Winterson
Tifone di J.Conrad
La notte bella e Universo di G.Ungaretti
Se questo è un uomo di P.Levi

Abbiamo parlato della luce e del suo opposto: il buio. La luce di un fiammifero che svela l’amata, delle stelle che si riflettono sul mare in tempesta, di un faro che è guida ma può essere anche inganno. La luce filtrata dai vetri di un palazzo “di cristallo” o da quelli delle lenti da vista di un ottico speciale. La luce dell’universo che fa emergere un soldato da “uno stagno di buio”. E infine la luce della letteratura che rende le nostre vite più luminose e che, persino nei momenti più tragici e impensabili, ci fa sentire uomini e non “bruti”.
Francesca G.

Spinge da ponte suicida indeciso?(finale a sorpresa)

Ma che sta facendo?
Un ragazzo di circa 25 anni attraversava tranquillamente il ponte di pietra che attraversa il paese,su cui ogni giorno si posavano migliaia di piedi.Una donna sulla cinquantina è in piedi su di esso,che si torce convulsamente le mani.
DONNA:”Mi lasci stare,voglio morire”.
RAGAZZO:”Prego faccia pure,non volevo certo disturbarla.Ognuno è libero delle sue scelte.Spero solo lei vada in Paradiso. Addio.”
D:” No aspetti, la prego.Rimanga a a frami compagnia.Non mi va di morire sola”
R:”Signora….come si chiama?”.Il ragazzo è lievemente indispettito.
D:”Maria”
R:” Ecco signora Maria rimarrei volentieri, ma vede ho un appuntamento che attendo da mesi,si faccia coraggio.Un tuffo e via”
D:”Ma l’acqua non sarà troppo fredda?”
R:”Signora siamo in inverno,in un paesino sperduto della Lombardia.Di certo non sarà come farsi un bagno caldo”
D”Certo,hai ragione”
R:”Bene io vado”
Il ragazzo si allontana mentre la signora guarda ancora dubbiosa l’acqua scura.Passano 5 secondi e si sente richiamare.
D:”Scusa, ma perchè sei così tranquillo?Solitamente quando uno vede un suicida,non dovrebbe dire frasi del tipo..No ,non lo faccia,la vita è meravigliosa,sicuramente non tutto è perduto?”
R:”Guarda troppi telefilm evidentemente.Gliel’ho detto,se ha deciso di fare il passo definitivo avrà i suoi motivi.Buona giornata.E quando arriva in cielo metta una buona parola per me.”
D:”Senti ma..non sarà mica brutto morire con un vestito viola?Mi hanno sempre detto che porta male.E poi non mi dona. Non vorrei che chi ritrova il mio cadavere pensi che non ero una persona di stile”
Il ragazzo cominci a innervosirsi.
R:”Sinceramente non penso che la prima cosa che uno guarda in un morto sia se l’abito fosse di Gucci o di Prada.E poi che le importa?Vuole forse tornare a casa a cambiarsiNon credo che in Paradiso all’arrivo facciano un cocktail party.”
D:”IN effetti cambiarsi potrebbe essere un’idea. Però tornando a casa correrei il rischio di ripensarci ,e sapesse quanto tempo ci ho messo per prendere questa decisione!”
Il ragazzo guarda l’orologio. E’ irrimediabilmente in ritardo. Ormai non cambierà nulla 5 minuti i più o in meno.
D:”Maria,ma perchè lo sta facendo?Già che ci siamo..Io sono Gabriele”
Il ragazzo allunga la mano e nel porgerle la sua,la donna vacilla.
R:”Attenzione,non vorrà mica cadere!”
La donna lo guarda con occhi acquosi e interrogativi.Sembra non aver colto l’ironia della frase.
R:”Dunque perchè vuole morire?”Il ragazzo si siede e si accende una sigaretta.”
D:”Nooo!!non lo faccia!”
R:”Che cosa?Che succede??”
D:”Non lo sa che il fumo fa male alla salute?E poi mi dà fastidio l’odore.Non voglio morire attorniata dalla puzza di fumo”. Sempre più indispettito,Gabriele spegne la sigaretta.

D:”Mio marito mi ha tradita.”

R:”E dunque?”

D:”Come e dunque?!?lei è proprio un maleducato!Soprattutto,lei è una sciacquetta 19enne,è una gatta morta,non parla mai.”

R:”Non lo biasimo affatto, vista la logorrea”pensa Gabriele fra sè e sè.”Senta ma le sembra bello spiare suo marito?Soprattutto quand’è con l’amante?Non c’è più rispetto della privacy.”

D:”Ma lei è pazzo!!”

R:”Non è certo nella posizione per potermelo dire.”

D:”Voi uomini siete tutti uguali.Senza cuore,senza sentimenti, vi sentite  in diritto di calpestare il cuore delle vostre povere donne,che tutto il giorno cucinano,lavano pantaloni,stirano,vanno a lavoro,tornano a casa, cucinano di nuovo,contemporaneamnente parlano al telefono,si occupano dei banmbini,ascoltano le vostre lamentele sul cibo,e semmai se è di loro gradimento, il massimo di gratitudine è un rutto e una grattata di pancia.Dopodichè dormite noi puliamo,e ricominciamo da capo..”La donna continua a parlare senza accorgersi che il ragazzo  si è già allontanato e cerca continuamente una via di fuga.

D:Ma dove va??

R:Signora non solo la sto ascoltando da 3 quarti d’ora con la fretta che avevo.Ma sentirsi anche insultato no!”

D:”Bravo fuggi,fuggi!!Codardo!!Poveretta la sua ragazza”

R:”Non è la mia ragazza.E’ la mia amante.Silenzio,eccola che arriva.”

D:”Chi?Ah,ecco!!lei appartiene proprio alla peggior categoria allora!!Ma aspetta..eccola è lei.L’amante di mio marito.Nascondimi

R:”Ma dove signora??Solo una persona si avvicina.E poi scusi, non passa proprio inosservata in qusto momento.Ma qual’è?”

D:”Quella bionda,alta..è lei non puòi sbagliare”

I due si  guardano negli occhi e arrivano alla stessa consapevolezza. E’ la stessa persona.Sanno esattamente cosa fare.La ragazza si guarda intorno spaventata, ma la donna come una furia la prende e la scaraventa di peso giù dal ponte,senza lasciarle il tempo di spiegare”

“Si,si è compiuta la mia vendetta!!Sapevo che la mia ora non era ancora giunta!!”

R:”Signora ha fatto proprio ciò che avevo intenzione di fare io!!”

D:”Tu zitto.”

In un’impeto sovrumano solleva anche il ragazzo e lo butta giù dal ponte” Ora avete trovato il vostro nido d’amore.Salutatemi l’inferno e mettete una buona parola per mio marito.”

Spinge da ponte suicida indeciso

“Che succede?” Dissi a quel giovane che avevo incontrato prima in farmacia.
Subito, egli si voltò di scatto, girandosi verso di me.
Mi fissò quasi arrabbiato e mi disse: “Che vuoi, chi ti conosce?” Risposi che c’eravamo visti poc’anzi nella farmacia del paese, ma lui mi gridò: “Aiutami, aiutami a fare questo salto. Ho paura! Sono nel panico più totale!”
Mi sembrava di essere uno dei protagonisti di un racconto incompiuto che avevo letto qualche anno fa di Franz Kafka. Me ne uscii dicendogli: “Non posso e non voglio!”
“Vedi, la vita è un dono e se vuoi, puoi farlo.”
Dando un’occhiata, sporgendomi un poco dal ponticello che congiunge le due strade, mi accorsi che il ponte non era poi così alto, anzi affatto. Tirai un sospiro di sollievo e gli dissi sgarbatamente: “Ora sì che posso aiutarti!” Non riuscii nemmeno a terminare la frase che spinsi quell’egocentrico svitato giù dal ponte, il quale in un baleno cadde sul soffice prato verde che stava sotto. Mi affacciai. Il volto del ragazzo non era più arrabbiato. Era sgomento, forse non se lo aspettava; rideva, ma al tempo stesso si lamentava a causa della bella botta che aveva preso il suo fondoschiena.
Feci un mezzo sorriso e me ne andai fischiettando come se nulla fosse accaduto.

Frate Lorenzo Maria

Spinge da ponte suicida indeciso

Davide stava facendo la sua solita passeggiata e, come da tre anni a quella parte, da quando cioè viveva in quella odiata città, stava attraversando quel ponte, da cui amava ascoltare il fragore del fiume che vi scorreva sotto.
Unica nota stonata in quel ripetuto quadro, un uomo – avrà avuto una ottantina d’anni – che evidentemente voleva farla finita. Un fremito attraversa il corpo di Davide e quello stesso fremito diventa parola.
«Ma cosa sta facendo? È impazzito?».
«Mi lasci stare.», risponde l’attempato signore, «Voglio concludere questo mio viaggio nella vita e lasciarmi inghiottire da queste acque fangose».
«La prego, cerchi di ragionare. Ritorni in sé stesso e si allontani da lì. E poi, non le sembra ridicolo? Ha almeno ottant’anni e la morte la sta raggiungendo da sé. Le basta aspettare ancora un po’».
Mentre parlava, Davide si avvicinava a quell’uomo.
«Mi dica. Qual è il suo nome?».
«Matusalemme», rispose il vecchio, «e, appunto, perché tale, di nome e di fatto, voglio farla finita».
«Aspetti ancora un po’! Facciamo due chiacchiere. Magari cambia idea e possiamo andare a prendere un caffè al bar o, se vuole, possiamo metterci a parlare lì, su quel ciglio».
«Due chiacchiere? Nessuno mai mi aveva rivolto un simile piacevole invito. Venga pure, si accomodi qui. Sa, questo ciglio, come lei lo chiama, non è poi così scomodo. Le assicuro che stare a penzoloni nel vuoto è quasi piacevole».
Anche se poco convinto della piacevole comodità di quel posto, Davide si accostò al vecchio e sedette accanto a lui.
Preso da una scivolosa logorrea quell’uomo non la finiva più di parlare, quasi avesse accumulato ottant’anni di silenzi e adesso li vomitasse in ripetuti cigolanti conati.
Erano trascorse già due ore e Davide maledisse il momento in cui non decise di continuare indifferente ed imperterrito la sua consueta passeggiata. In fondo, pensava tra sé, non sarebbe stato così male che quell’uomo desse fine a quella squallida inutile esistenza. Un misto di rabbia, fastidio e insofferenza solleticò, ad un tratto, l’anima di Davide, insieme alla triste consapevolezza di avere di fronte una immagine vivida, tangibile della sua stessa vita. Forse era proprio questo a creargli quel nauseante senso di oppressione allo stomaco.
Improvvisamente Davide si voltò di scatto, guardando il vuoto grigiore dietro la bocca frignante del vecchio Matusalemme e muovendo le labbra in un soddisfatto sogghigno spinse quell’uomo nel vuoto.
Finalmente poteva continuare la sua consueta passeggiata nel vuoto, non poi così differente, della sua vita.

Frate Francesco