REPORT 5° incontro Milazzo-Lab di scrittura

Per questo laboratorio di scrittura abbiamo puntato l’attenzione sull’uso del “dialogo” e per farlo abbiamo cercato ispirazione nella cronaca e, nella fattispecie, in una curiosa notizia del dicembre scorso: “Libraio chiacchierone, rapinatore si sente male e desiste”.
Nonostante i soliti tempi stretti il tema è riuscito a scatenare la fantasia di quasi tutti i partecipanti che hanno dato vita a racconti davvero esilaranti.
Invito ancora una volta i più “timidi” a condividere i loro lavori sul sito, mi sono divertita molto ad ascoltarli e credo che anche gli altri soci apprezzerebbero. Per esperienza personale, ritengo che “far sorridere gli altri” sia uno dei risultati più soddisfacenti della scrittura.

Ho mandato a tutti l’esercizio per la prossima volta via e-mail, se qualcuno non l’avesse ricevuto mi contatti.
A presto,
Francesca

La Pesante Ricchezza di un Ricco Ignorante..*

l’Ignoranza spesso..o sempre..è il male peggiore che un uomo possa avere addosso a sè..
è il Cancro più Deleterio e Corrosivo che si possa diffondere in una qual si voglia Personalità..
neanche il Denaro…Bene cosi ricercato,  Divinità così Osannata e Amata e Cura tanto Decantata..posson mandar via una Bestia
dalla così Divina Grandezza e dalla Umana Cecità..
Arriverà l’Ignorante a voler comprare un Dipinto..Bello , Famoso , Degno di Nota, CostosO.
Arriverà ad appenderlo sulle pareti della
sua Pregiata Dimora..arricchita di così tanta sconosciuta Cultura…
verrà posta una domanda al Ricco Furbetto..arriverà il Silenzio di un Povero Inetto..

Writer Angel

Bilancio… per così dire!

Carissimi Terremoti, penso che ciascuno di voi in questi giorni stia usando espressioni come “che anno di…”, “non vedo l’ora che questo anno se ne vada”, “speriamo che il prossimo sia migliore”, ” per il prossimo anno vorrei che …”. E’ una riflessione spontanea che tocca anche a noi di Terremoti di Carta: fare il punto della situazione.

Cosa abbiamo portato avanti e soprattutto in che modo?
– Abbiamo assistito all’avviamento e concretizzazione di tre laboratori, di cui uno tradizionale, uno più avanzato e, la cosa più bella, un terzo è nato nella provincia di Messina, nel comune di Milazzo. Alcune persone, che in anni passati avevano partecipato alle nostre Officine, hanno espresso la volontà di avviarne uno nel luogo di loro residenza. Così i Terremoti hanno comimciato ad allargare il loro raggio d’azione.
– Abbiamo cominciato l’esperienza di un tipo di animazione ludico -culturale per i bambini, che puntasse al gioco come strumento di attrazione verso la narrazione.
– Abbiamo avviato un tipo di laboratorio di scrittura on-line per tutti coloro che, pur avendo il desiderio di partecipare alle nostre officine, erano impossibilitati per motivi di luogo ed orari.
– I coordinatori e i collaboratori dei nostri laboratori sono aumentati e di conseguenza anche la possibilità di avviare più iniziative e ottimizzare i tempi.

Cosa ci è mancato?
– ci sono mancati (una mancanza sofferta e per certi versi mista a delusione) quei terremoti che negli anni precedenti partecipavano in maniera entusiasta, proponendo sempre nuove iniziative ed attività.
– ci è mancata la disponibilità di gran parte di quei centri che si definiscono ritrovi e punti di riferimento culturali, come le librerie, le quali pur conoscendo la nostra esistenza e consapevoli che solo noi, Terremoti di carta, in questa città siamo in grado di effettuare laboratori di scrittura, ormai di moda dappertutto, rimangono ancorate ad una politica di guadagni economici, che non investe sulla cultura e sulla possibilità di dare nuove prospettive a Messina e, di conseguenza, al proprio servizio commerciale e culturale.

Cosa intendiamo portare avanti nel prossimo anno?

– nuovi laboratori di scrittura e lettura per ragazzi di scuola media e scuola superiore e per adulti.

-animazione ludico-culturale per bambini

– laboratori di conversazione in lingua straniera attraverso opere letterarie, cinematografiche ed artistiche.

– laboratori di teatro per bambini

-seminari e conferenze

– un concorso letterario

Concludiamo augurandovi un 2011 pieno sicuramente di buone intenzioni, che si concretizzino in impegno e attività nuove e stimolanti e tante grandi soddisfazioni.

Felice Anno Nuovo

L’Associazione Culturale Terremoti di Carta

Scosse di Auguri

Cari Terremoti ci auguriamo un Natale ” a modo nostro”, con questa poesia scritta in dialetto da Maria Rosa e condivisa con tutti noi in prossimità di questo Natale:

KÁOS
DEDICATO AL BAMBINELLO GESÙ

: – OGNI COSA A SUO POSTO! –
DISSI U GRAN CAPO DOPO CA L’UNIVERSO AVìA COMPOSTO.
E MENTRI CU IRITU FACìA, NTA LU MENZU DI LO KAOS, STU CUMANNU,
TUCCAU, SENZA VULIRI, NU PUNTINU CA STAVA DIVENTANNU STU MUNNU.

LI MUNTAGNI, A NIVI, LI CIUMI, LI MARI!..
OGNI COSA BELLA DI GUARDARI.
LU CIELU, LI STIDDI, LU SULI E LA LUNA!..
OGNI COSA PARIA NA FORTUNA.
L’ARBULI, LI CIURI E NTA LU MENZU L’ANIMALI!..
OGNI COSA ERA VERAMENTI SPECIALI.

LA PACI, L’ESTASI, LE EMOZIONI PER L’OMU, AVìA SUBLIMATU.
EPPURU, QUACCHI COSA PU VERSU GIUSTU NUN AVìA ANNATU.

BU RICORDATI U IRITU DI DIU CHE PU CUMANNU ERA TISU?
PROPRIO A CREATURA SO CHIU’ IMPORTANTI, L’OMU, CI AVìA NTAPPATU U
NTISU!

E ALLURA FU ACCUSSI’, CHE L’UMANITA’, NON POTENNU SENTIRI L’ESISTENZA
DI DIU:
– MIIIIII, CHE BELLU, – DISSI – IE’ TUTTU MIU! –
E COMINCIO’ DI OGNI COSA A FARI RAZZIA,
– CHISTU IE’ TUTTU MIU, PI MMIA! –

U PATRI NOSTRU VADDAVA VERAMENTE ADDOLORATU,
PI LA STRAGI CA STAVANU FACENNU DU SO CRIATU.
MA CHIDDU CA VERAMENTE I BUDEDDA CI ATTORCIGLIAVA,
IE’ CA FU CUPPA SOI, DA SO IRIDATA.

:- COMI FARICI CAPIRI A STI SUDDI SBANDATI
CA SUNNU FIGGHI MEI EPPURU AMATI. –
ECCO LA PAROLA CA ILLUMINO’ IL GRAN CAPU DELL’UNIVERSO,
“FIGGHIU”, E SI DESI SUBUTU DI VERSU.

:- CETTU, SU SUDDI E NON ACCECATI,
MI RIVELERO’ IN CARNE E OSSA A STI SCOMUNICATI. –
E ALLURA, TRA TUTTI LI FIMMINI NI TRUVAU UNA IMMACOLATA
E ALLEGGIU ALLEGIU, NTO SO VENTRI CI DESI NA IRIDATA.
MA STA VOTA, ACCUSSI’ LIEVE, CA A TANTI CI PASSI LU VOLU DI NA PALUMMA
ILLUMINATA.

:- MA NON PO GHIESSIRI! COMU SUCCIDIU?
CHISTU, VERAMENTI E’ U FIGGHIU DI DIU! –
E CCUSSI’, NTA NA STADDA, NELLE PIU’ UMILI CONDIZIONI,
IDDIU MANNA SO FIGGHIU PI SARVARI LA SITUAZIONI.

ORA U VIDIANU U BAMBINEDDU, CA DI GRAZIA E GIOI ERA SFAVILLANTI
TANT’E’ CHE PI SALUTALLU, ACCURRIANU DI TUTTU LU MUNNU LI GENTI!
SICURAMENTI PI L’OMINI NON C’ERA MESSAGERO MIGLIORI
CA CI PUTIA APRIRRI U NTISU E LA STRADA DU CORI!

MA U GRAN CAPU DI L’UNIVERSU GIA’ U SAPIA
CA NON ERA SUFFICIENTE L’ARRIVU DU SO MESSIA.
E, INFATTI, DA ALLURA NTA L’UNIVERSO STU PUNTINU
GIRAU 2004 (-10) VOTI ATTORNO ALLU DIVINU
E AVOGGHIA CA FILOSOFI, SCIENZIATI, RELIGIOSI E QUANT’ALTRO ANCORA,
PARRUNU,DISCUTUNU, SI CSIARIANU E MACARI SI FANNU FORA
PI DIMOSTRARI O NO LA SO ESISTENZA,
IDDIU, N’A ASPETTA A TUTTI DDA, CU LA PACIENZA.

MA INTANTO NUI, CRISTIANU NTA LU CORI,
CONTINUAMU A VADDARI U BAMBINELLU DI L’AMORI.
UN RE, AVVOLTO IN UN MISERO MANTELLU,
IN MENZU ALL’ANIMALI… U BOI E L’ASINELLU.

MARÌA ROSA BIONDO

Scritta il Dicembre del 2004

sfida di lettura

Eccovi un’iniziativa per il 2011.
Amate leggere? La sfida è quella di leggere 12 libri, uno per ogni mese, dedicati al nostro Paese, l’Italia, e di recensirli … in inglese, per un pubblico di lettori internazionale.
Altre informazioni al link qui di seguito, e altre interessanti iniziative:

http://bookafterbook.blogspot.com/2010/12/italy-in-books-reading-challenge-2011.html

Report laboratorio di lettura consapevole, Milazzo 17 dicembre 2010

Le suggestioni indotte dal verbo illuminare hanno connotato il quarto incontro del gruppo di scrittura creativa di Milazzo: in verità, è stato un pomeriggio dalle tante suggestioni, letterarie, poetiche, filosofiche … e scaramantiche, vista la coincidenza del giorno della riunione con il venerdì 17!
Pur senza esserci previamente consultate o coordinate, la scelte dei brani da proporre all’attenzione del gruppo da parte di tutte le partecipanti all’incontro hanno seguito lo stesso fil rouge: l’illuminazione come percorso interiore ed emotivo di chi vive e traduce in parole le proprie sensazioni, trasferendo sugli altri la propria conoscenza acquisita tramite l’esperienza, ed irradiandola, come luce che promana da sé.
L’approssimarsi del Natale richiama immediatamente dei riferimenti alle Scritture: l’illuminazione nei riti della Chiesa è attestata dagli Atti degli Apostoli (20, 9): “Nella sala superiore dove erano riuniti erano accese parecchie lampade”. L’illuminazione, in epoca paleocristiana, infatti, era necessaria perché la celebrazione spesso avveniva durante le ore notturne.
Le moltissime lampade rinvenute nei cimiteri cristiani dimostrano l’uso della luce come simbolo del seguace di Cristo “luce del mondo”; i neobattezzati tenevano una lampada in mano; inoltre, la tradizione apostolica della fine del II secolo prescriveva l’accensione di una lampada all’inizio del rito eucaristico.

Riflettere sul verbo “illuminare” ci ha condotto attraverso i secoli, lungo un percorso tra arte (il luminismo caravaggesco), filosofia (l’Illuminismo come emancipazione dell’uomo dalle tenebre ideologiche) e poesia (M’illumino d’immenso di Ungaretti).

Quasi tutte le partecipanti hanno condiviso più di un contributo.
Lara e Cettina hanno menzionato il libro “Ogni cosa è illuminata”, primo romanzo dello scrittore statunitense Jonathan Safran Foer. “Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato … dall’interno guarda l’esterno, come dici tu alla rovescia … in questo modo io sarò sempre lungo il fianco della tua vita e tu sarai sempre lungo il fianco della mia vita.”. E’ la storia di un viaggio alla ricerca delle proprie origini, alla fine del quale ogni elemento, ogni cosa, si saranno rivelati illuminati. L’illuminazione non si riferisce al passato, poiché esso resterà in larga parte inspiegato, quanto, piuttosto, al presente dei personaggi: è la sintesi dell’esperienza, il messaggio che i nostri congiunti ci affidano affinché anche noi possiamo tramandarlo.

Cettina ci legge anche alcuni versi di Alda Merini, un’autrice i cui pensieri, secondo la definizione data da Cettina, sono tradotti in parole:

“L’ora più solare per me
quella che più mi prende il corpo
quella che più mi prende la mente
quella che più mi perdona
è quando tu mi parli”.

L’amore riscalda ed illumina con il suo chiarore solare la vita di chi ama. Così anche in “Folle, folle d’amore per te”, luce e chiarore sussistono finché vive l’amore.

“Io sono folle, folle, folle d’amore per te .
io gemo di tenerezza perché sono folle, folle, folle
perché ti ho perduto .
Stamane il mattino era cosi caldo
che a me dettava quasi confusione
ma io era malata di tormento ero malata di tua perdizione”.

Yehuda Berg e “Il potere della Kabbalah” hanno, invece, illuminato la scelta di Patrizia. L’illuminazione è un percorso nuovo, che rinnova lo spirito e induce alla trasformazione.
Patrizia ci legge i capitoli “Lo specchio” e “Quando tutto è stato detto e fatto” . Nel primo, la frantumazione dello specchio in tanti cristalli crea dei frammenti di luce, riflesso cangiante di noi verso gli altri. Oltretutto, come afferma l’autore, “ogni cosa esiste per dare la possibilità di trasformarsi”, e prosegue narrando l’esperienza di “una luce straordinaria che dall’inizio dei tempi sta cercando di raggiungervi e di darvi tutto ciò che desiderate da sempre”. E’ notevole come un messaggio estrapolato dalla saggezza ebraica, tramandato per migliaia di anni, risulti, al contempo, così impregnato di dottrina cristiana e, per restare in tema con la stagione, così “natalizio”.

Graziella riprende, invece, il tema dell’amore, condividendo i versi da “La Vita Nuova” di Dante:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e gli occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per gli occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova.

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira

La luce, simbolica nei versi danteschi, è quella di cui è pervaso il poeta innamorato. E’ la luce che coglie nei gesti della donna amata, ma è tale proprio perché la luce promana da sé: ed infatti, non è l’amore una proiezione di sé stessi verso l’oggetto del proprio desiderio, da cui ci sembra di trarre luce ed energia?

Vengono da Rosina alcune tra le proposte più emozionanti alla lettura.
In primo luogo alcuni suggerimenti: “La profezia di Celestino” di James Redfield, un racconto che intreccia parabola e avventura per offrire un proprio percorso d’iniziazione, anzi, di illuminazione. La stessa Rosina si autodefinisce perennemente sulla via di Damasco, guidata nel suo percorso da un’illuminazione interiore acquisita dalle conoscenze e suggerita dal cuore. E’ inevitabile anche il secondo suggerimento: “L’Alchimista” di Paulo Coelho, di cui leggiamo un passo tratto dalle ultime pagine del libro, una scena che si svolge di notte di fronte allo scenario delle Piramidi, rischiarate dal chiarore lunare, che “illumina” sul valore del viaggio affrontato per raggiungerle.
Infine, il contributo principale: “La morte è di vitale importanza”, della psicologa-tanatologa Elisabeth Kübler-Ross. Una citazione su tutte: “Non ci viene dato di più di quanto non riusciamo a sopportare”: su queste parole si apre il cammino dell’autrice alla scoperta della sua missione di clinico. Il suo obiettivo è quello di “rischiarare” il percorso dei pazienti terminali suggerendo un modello di accettazione. Il brano proposto parla di una “rinascita indescrivibile”: appare la luce da un fiore di loto, esplode un amore incondizionato e panteistico, mentre il sole, presente sullo sfondo, è meno luminoso dell’estasi descritta dalla protagonista.

Gioacchina propone un breve brano tratto da “Se il sole muore” di Oriana Fallaci, in cui si descrive l’incontro con lo scrittore Ray Bradbury. Nessun messaggio ascetico, a differenza di quanto proposto negli altri contributi, quanto, piuttosto, uno sprazzo di vivacità nel tratteggiare il personaggio (un riferimento al tema del precedente incontro?), che scalda e illumina l’ambiente. “Capelli biondi come grano maturo e occhi azzurri come cielo pulito protetti perché non si sporcassero da due spesse lenti da miope. Vederlo scaldava più di un camino acceso”.

Anche Antonella propone più di un contributo. Il primo è un brano tratto dal secondo libro de “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, “Le due torri”, L’atmosfera fantasy del racconto si avvale della luce in contrasto con le tenebre, per rappresentare simbolicamente lotta tra bene e male. “La luce brillava intollerabilmente luminosa” quando viene scorta da uno dei personaggi. La magica fiala stella è una luce nel buio che può aiutare, che incomincia ad ardere facendo rinascere la speranza nei protagonisti.
Il secondo contributo ci riporta al concetto di illuminazione come risveglio del cuore. Emily Dickinson descrive l’amore richiamando, per converso, uno stato di oscurità:

“Non avessi mai visto il Sole
avrei sopportato l’ombra
ma la Luce ha aggiunto
al mio deserto
una desolazione inaudita”.

La poesia commuove con i suoi versi all’apparenza rassegnati. Chi ha visto la luce, chi ha vissuto l’esaltazione che solo un grande amore può dare non può che aspirare ad un quid pluris, e qualunque altra esperienza si rivela scabra e inconsistente al confronto.
Oserei affermare che la luce acceca, e dopo aver contemplato il sole non si può tollerare nulla che non abbia lo stesso chiarore.

Loredana propone una miscellanea di citazioni ispirati a religione, poesia e filosofia.
Cristo come luce del mondo, il significato della veglia pasquale e del rito del fuoco, il contrasto tra luce/vita e tenebre/morte.
Luce e amore sono una cosa sola anche in Dante ne “La Divina Commedia”: “L’amor che muove il Sole e le altre stelle”. La luce è termine di paragone per l’intelletto dell’uomo in Sant’Agostino.
Da ultimo, Ungaretti è citato come termine di raccordo tra poesia, religione e filosofia con il lapidario ed eloquente verso di “Mattino”: “M’illumino d’immenso”.

Rosa chiude le nostre riflessioni richiamando il significato di illuminare in senso religioso, e legge le parole del Salmo 118, versetto 105:

“La tua parola è lampada ai miei passi
Sulla mia strada ci sei tu, Signore:
sei luce immensa con la tua parola,
sei gioia vera, e rimani in me”.

Al termine del nostro percorso di lettura, tra riflessioni storiche, filosofiche, poetiche, ontologiche,
riteniamo che siano proprio queste, illuminate dalla fiducia e dall’affidamento proprio dell’etica cristiana, le parole migliori per sintetizzare i contenuti del nostro incontro e per augurarci, di cuore, un luminoso Natale e un propizio Anno Nuovo.

Arrivederci al 2011.

IL 21 DICEMBRE APPUNTAMENTO CON: Un “dono” di Natale…

Mentre vi state spremendo le meningi per scegliere gli ultimi (o i primi) regali di Natale, vi invitiamo ad uno scambio di “doni” molto economici e soprattutto molto graditi.

Martedì 21 dicembre presso la sede di via Palermo 277 alle ore 19.30 tutti i soci sono invitati ad un Laboratorio di lettura in cui ognuno condividerà un “dono”. Come al solito occorre portare un brano, un racconto,una poesia, un’immagine o una canzone, che si voglia “donare” agli altri attraverso la condivisione. Potete scegliere di seguire o meno il tema natalizio e inoltre chi vuole può condividere un suo scritto.

Speriamo possiate esserci tutti. L’invito è rivolto anche a chi per motivi di lavoro non può partecipare ai laboratori e ai soci di Milazzo che spero riescano a mandare almeno una rappresentanza.

Nell’aria …. il Natale.

Arrivava il Natale e come in tutte le feste il mio posto era lì, a casa della nonna materna.
Mi recavo al paese con il treno, attraversavo la strada e subito di fronte alla stazione ferroviaria c’era la casa. Aperto il pesante portone di legno, un tempo con il battente di ferro a forma di testa di leone, un lieve ma pungente odore di muffa proveniente dall’umido cantinato mi colpiva. Salivo le scale ed ad attendermi c’era lei, con la sua crocchia fatta di trecce, fili bianchi sparsi, i suoi occhi azzurri ad abbracciarmi, le sue mani affaticate dal peso degli anni, dei precoci e pesanti lavori di bambina e di madre. Piccola e curva, ma sempre sorridente.
E iniziavano i giorni di festa.
Il cuore della casa era la cucina dove l’intera famiglia riunita per l’evento preparava pasti che non hanno avuto più da tempo lo stesso sapore.
La vigilia del Natale era un tripudio per i sensi: le crespelle con l’uvetta fritte e poi passate nello zucchero e nella cannella, pitoni ed arancini, caldi e dorati, visti nascere dal nulla e formarsi lentamente, passo dopo passo, facendo ben attenzione che non si sfaldassero in padella; la lasagna impastata e tirata a mano per il pranzo del giorno dopo, il pan di spagna a cinque uova da farcire con la crema alla vaniglia, il sugo da restringere per ore; perfino l’odore pesante del baccalà diventava piacevole. Tra i dolci faceva da padrone il torrone, tanto peso di mandorle e tanto di zucchero, girato di continuo finchè lo zucchero diventa caramello, versato caldo caldo sul piano di marmo oleato per dargli la forma. Aleggiava uno spirito di unione e di condivisione, la leggerezza nei cuori oscurava il peso del lavoro.
La tavola rispecchiava dei cristalli buoni tirati fuori dalla vetrina per l’occasione, come i piatti bianchi con i fiori rossi che ho portato da poco a casa mia; dopo cena la festa raggiungeva il culmine con la tombola, quella con le cartelle di carta e lenticchie e fagioli a fare da segnapunti.
Il giallo braciere d’ottone tentava di scaldare la grande stanza dalle mura spesse e fredde, mentre tutt’intorno si spandeva il vapore profumato delle bucce dei limoni e delle arance buttate nel fuoco dei carboni.
Tutto sapeva di buono sebbene non ci fossero doni da scambiare, né addobbi, né Babbo Natale.
C’eravamo tutti noi, che siamo ormai persi e dispersi qua e là, per le strade del mondo e lassù tra le stelle.

Giusi

Lo strano odore della nostalgia

LO STRANO ODORE DELLA NOSTALGIA
Entravo in quella stanza quasi ogni giorno. Sistematicamente vi trovavo quell’aria statica, dimenticata, di orologio con le lancette ferme inesorabilmente sulla stessa ora. Anche fuori da quel luogo, neppure poi così angusto, riuscivo a sentire quell’odore di sandali sporchi misto al sebo, quasi gocciolante, della pelle. Anche quella chitarra, che spessissimo prendevo in prestito da quella stanza, aveva dimenticato l’odore buono del legno cotto e lucidato, per rivestirsi, malvolentieri, di quel terribile opprimente odore. Quelle poche volte che Gianni era fuori per qualche giorno, andavo di nascosto nella sua stanza, aprivo quella finestra sempre maledettamente chiusa, immaginando che l’odore frizzante della brezza proveniente dallo Stretto riuscisse ad avvolgere di freschezza marina quelle mura bianche farcite di grigiore olezzante. Ma niente! Sembrava quasi che l’aria profumata proveniente dall’esterno non ne volesse sapere di respirare quella stagnante sinfonia di odori spenti e marci. Ora che Gianni è altrove; ora che abbiamo ridipinto quelle mura; ora che la finestra si apre entusiasta sull’azzurro dello Stretto; ora … ancora ora quell’odore vive come su un trono reso stabile da ricordi e da un legame che dice nostalgia.
Frate Francesco

REPORT 8° INCONTRO LAB DI SCRITTURA PICKWICK

La descrizione di un ambiente dovrebbe permetterci di immaginarlo non solo visivamente ma solleticando anche altri sensi quali l’udito e l’olfatto. E proprio su quest’ultimo abbiamo puntato la nostra attenzione cercando di pensare a dei luoghi i cui odori sono rimasti nella nostra memoria.

Frate Francesco ha descritto una stanza dall’odore “indimenticabile”  scoprendo, tra le altre cose, la sua vena ironica che, visti i risultati, sarebbe il caso coltivasse.  Marzia ci ha parlato dell’odore della vecchiaia, un odore che l’ha riportata alla sua infanzia e che sta riscoprendo ora che il suo papà è diventato nonno.  Frate Lorenzo ci ha fatto fare un viaggio tra l’erba, i fiori, gli animali e le case di una cittadina della Germania in cui ha vissuto in passato e che ricorda con affetto.   Novella ci ha accompagnato nella sala d’aspetto di un aeroporto facendoci immergere negli odori delle vite di un’umanità di passaggio. Giusi è tornata alla sua infanzia e agli odori del Natale in casa della nonna, dove solo apparentemente c’era “poco”.

Ci sono odori che non si scordano mai e sono legati a persone, ad ambienti, a situazioni. Basta sentirli di nuovo per essere catapultati nel passato e rivivere senzasioni che credevamo perse. Abbiamo riso e ci siamo persino commossi: miracolo degli odori o della musica natalizia strappalacrime della libreria?

ESERCIZIO PER CASA: per il laboratorio di lettura di lunedì ci siamo affidati alla volontà dei partecipanti e alla mano “innocente” di Novella che ha pescato il seguente tema: AZZURRO.
A presto
Francesca G.

REPORT 7° incontro -Lab di lettura Pickwick

Il tema di ieri sera era quello del MOSTRO, un tema che al di là di ogni previsione ci ha dato la possibilità di parlare tantissimo, affrontando argomenti vari: la follia, la deformità, l’omicidio, la paura del diverso identificato con il nemico, la facilità dei mezzi di comunicazione di creare “mostri”. Più che in altre occasioni abbiamo portato le nostre esperienze personali e abbiamo constatato ancora una volta quanto la lettura collettiva sia fonte di arricchimento reciproco. Le cose dette sono state talmente tante che ho deciso di far parlare i testi o almeno quelli che ho trovato. Spero che gli altri pubblichino i brani mancanti.

Da “L’altra verità – Diario di una diversa” di Alda Merini

Le notti, per noi malati, erano particolarmente dolorose. Grida, invettive, sussulti strani, miagolii, come se si fosse in un connubio di streghe. I farmaci che ci propinavano erano o troppo tenui  o sbagliati, per cui pochissime di noi riuscivano a dormire. D’altra parte, di giorno non facevamo nulla, se la sera si era tentati di rimanere alzati un po’, subito venivamo redarguiti aspramente e mandati a letto con le “fascette”. Che cosa erano le fascette? Nient’altro che delle corde di grossa canapa, dentro le quali ci infilavano i piedi e le mani perché non potessimo scendere dai lettucci. Urlare sì, potevamo; nessuno ce lo impediva, tanto che qualche volta un malato a furia di urlare finiva col ricadere esangue sul proprio letto. Ricordo di una paziente che rimase immersa nelle proprie feci urlando a squarciagola per giorni e giorni finché non venne slegata e rimandata in libertà.

Nel centro del giardino c’era anche un’altra appendice dell’ospedale: il ricovero delle cavie, dove si facevano continue ricerche sul cervello umano. Io mi sono addentrata in quel posto poche volte, quanto basta per provarne un orrore incredibile. Bestie lobotomizzate, castrate e, dappertutto, un senso di innaturale forza malvagia, ridotta al massimo della sua violenza. Certe bestie, sotto i veleni delle medicine, avevano perso del tutto la loro identità. E dei gatti parevano tigri feroci, dei topolini erano presi da sindromi strane che li facevano girare su se stessi senza posa alcuna né alcun senso di conservazione. L’uomo che dirigeva questo brutto traffico era un po’ eguale alle sue bestie, pareva un lobotomizzato; unto e untuoso, cercava di arraffare qualche malata e portarla di sotto per “montarla”, come diceva lui. A me faceva talmente ribrezzo che una volta giunsi a sputargli in faccia. La cosa non me la perdonò più, e ogni volta che passavo di lì mi guardava con aria sempre più torva.

Le facce delle degenti erano a dir poco mostruose. Avevano perso ogni tratto femminile e guardandole (a poco a poco mi ci avvezzai) mi venivano in mente le streghe del Macbeth. Di fatto costoro non facevano altro che borbottare tutto il giorno intorno a degli strani marchingegni dovuti o voluti dalle loro fantasie. Facce con larghe chiazze di vino, unghie adunche, grossi vestaglioni che portavano a mo’ di grembiule, e un ghigno feroce tra le labbra che ti faceva accapponare la pelle. Ma lì di trauma non ce n’era e a me che ero così spaurita non facevano che venire in mente le storielle macabre di Banco. Parevano tutte uscite da un raduno infernale. Ed io, non so, ma mi sono domandata spesso come mai le malate di mente debbano avere volti così brutti e così inauditi e se siano i farmaci a procurare quelle sembianze, della qual cosa sono quasi sicura.

Al principio del ’65, quando ancora le leggi erano molto restrittive, ai malati era consentito così poco che nemmeno gli si dava la libertà nel lavarsi. E’ chiaro che il malato di mente non ha nessuna voglia di rendersi bello proprio perché, essendo stato strappato via dalla società, non ha più voglia di avere contatti con l’esterno. Allora si ricorreva ad un mezzo coercitivo. Venivamo tutti allineati davanti ad un lavello comune, denudati e lavati da pesanti infermiere che ci facevano poi asciugare in un lenzuolo eguale per capienza ad un sudario, e per giunta lercio e puzzolente. Alle più vecchie facevano tremare le flaccide carni e così, nude come erano, facevano veramente ribrezzo. La prima volta che dovetti sottostare a questa rigida disciplina svenni, e per lo schifo e perché ero così indebolita dalla degenza che non mi reggevo più in piedi. Ci allineavano tutte davanti ad un lavello comune con i piedi nudi per terra fissi nelle pozzanghere d’acqua. Poi ci strappavano di dosso i pochi indumenti (il camicione dell’ospedale di lino grezzo eguale per tutti, che aveva dei cordoncini ai lati e che lasciava filtrare aria da tutte le parti). Poi le infermiere passavano ad insaponarci anche nelle parti più intime e ci asciugavano in un comune lenzuolo lercio. Le più vecchie cadevano a terra per il modo maldestro con cui venivano trattate. Alcune scivolavano, altre battevano pesantemente la testa. Io, ogni mattina, davanti a quel lavello e all’odore terribile del luogo, svenivo e venivo ripresa con  male parole e buttata sotto l’acqua diaccia. Si veniva fuori da quello strano inferno già stordite, con la riprova che la nostra demenza rimaneva un fatto inspiegabile e che non avrebbe avuto nessuna verità razionale.

Poi ci allineavano su delle pancacce sordide, accanto a dei finestroni enormi e lì stavamo a guardare per terra come delle colpevoli, ammazzate dalla indifferenza, senza una parola, un sorriso, un dialogo qualunque. Io avevo sete di verità e non capivo come ero potuta capitare in quell’inferno. Disposta naturalmente al razionalismo, avvezza a cercare il perché di tutte le cose, ero spaventata dall’oscenità dell’ignoranza che si adoperava in quei luoghi. Il demente viene considerato “incapace di intendere e di volere”. Eppure sotto la diagnosi serpeggiava quieta la mia anima dolce, rasserenante, un’anima che non era stata mai tanto luminosa e vitale, e a volte, per consolarmi, pensavo che quella brutta vestaglia azzurra fosse il saio di San Francesco e che io di proposito l’avessi scelto per umiliarmi.

Così in questo modo gentile adoperai il silenzio, e mi venne fatto di incontrarvi il mio io, quell’io identico a sé stesso, che non voleva, non poteva morire.

La sentinella di Fredrick Brown

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto.

Lontano 50mila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.

E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.

Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…

Il mostro di S.Bersani

Potete ascoltarla qui: http://www.youtube.com/watch?v=ZHQljsQX_FU&feature=fvw

Ecco spuntare da un mondo lontano l’ultimo mostro peloso e gigante
l’unico esempio rimasto di mostro a sei zampe
Quanto mi piace vederlo passare, cosa farei per poterlo toccare
io cosa farei…
Dicono che sia capace di uccidere un uomo
non per difendersi, solo perché non è buono
Dicono loro che sono scienziati affermati
classe di uomini scelti e di gente sicura
Ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
E’ alla ricerca di un posto lontano dal male
certo una grotta in un bosco sarebbe ideale
ma l’unico posto tranquillo è quel vecchio cortile
l’unico spazio che c’è per un grande animale
Dicono “Siamo in diretta…” lo scoop è servito
“…questa è la tana del mostro, l’abbiamo seguito”
Dicono loro che sono cronisti d’assalto
classe di uomini scelti di gente sicura
Ma l’unica cosa evidente
l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
Basta passare la voce che il mostro è cattivo
poi aspettare un minuto e un esercito arriva
bombe e fucili ci siamo, l’attacco è totale
gruppi speciali circondano il vecchio cortile
Dicono che sono pronti a sparare sul mostro
“Lo prenderemo sia vivo che morto sul posto !”
Dicono loro che sono soldati d’azione
classe di uomini scelti e di gente sicura
ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
Vorrebbe farsi un letargo e prova a chiudere gli occhi
ma lui sa che il letargo viene solo d’inverno
riapre gli occhi sul mondo, questo mondo di mostri
che hanno solo due zampe ma sono molto più mostri
Gli resta solo una cosa
chiamare il suo mondo lontano
lo fa con tutto il suo fiato, ma sempre più piano…
Vorrei poterlo salvare, portarlo via con un treno
lasciarlo dopo la pioggia, là sotto l’arcobaleno..

Un incrocio di F. Kafka (potete ascoltarlo qui: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-2b42d7b0-139f-4ea9-b478-85156dc8ed9a.html)

Il teorema di Almodovar di A.C.Ros

Medea di Euripide (http://www.readme.it/libri/Classici%20Greci/Medea.shtml)

Cuore di cane di M.A. Bulgacov

La casa di Asterione di  J.L. Borges (http://www.terremotidicarta.it/cambiando-la-prospettivaforse-i-mostri-siamo-noi)

REPORT 3° incontro – lab di scrittura di Milazzo

Abbiamo avuto due settimane per trovare il nostro personaggio. Ci siamo guardati in giro e chissà quanta gente ci avrà preso per curiosi, impiccioni o persino “guardoni”!
Ma, nella maggior parte dei casi, i personaggi erano già lì nelle nostre attese in sala d’aspetto, sui treni, nei nostri giri per negozi, erano stati riposti in un angolo della memoria e non vedevano l’ora di popolare i nostri racconti.
Così un collega stravagante e apparentemente assente ci ha finalmente rivolto la parola,
una coppia di turisti dagli occhi a mandorla ci ha fatto venire voglia di visitare Roma e una simpatica bambina ha animato il solito e noioso viaggio di lavoro.
Siamo stati attenti ai particolari e all’abbigliamento tanto da immaginare la vita di una suora esperta magliaia e di un enigmatico ed inquietante cliente di cartoleria…
Siamo stati “travolti” da un assessore/attore che ci ha portato in giro per il suo paese e abbiamo incontrato il sorriso abbagliante del ragazzo del supermercato.
Ma soprattutto ognuno di noi ha ringraziato il cielo di non dover accompagnare in gita giovani adolescenti pronti a tutto e in particolare l’alunno G. … – stava forse per GUAIO?-
Sono state tratteggiate molte figure interessanti, alcune delle quali meriterebbero un approfondimento e, in attesa di conoscere il personaggio di Antonella, vi ricordo cosa faremo la prossima volta:

ESERCIZIO PER CASA: Il tema del prossimo incontro è il verbo ILLUMINARE. In merito all’argomento potete trovare sul sito www.bombacarta.com l’editoriale di A. Spadaro scritto nel mese di ottobre.
Occorre portare un brano di un libro, un racconto breve, una poesia, una canzone, persino una foto o un’opera pittorica, qualcosa che vi faccia pensare al verbo ILLUMINARE.
Buon lavoro!
ci vediamo venerdì 17… ops… non me ne ero accorta….speriamo bene… ;-)
Francesca G.

eccomi al mio primo post …

… e spero che vada a buon fine, dato che non ho per nulla dimestichezza con l’aspetto telematico di Terremoti di Carta.

Questa sera abbiamo parlato dei personaggi. Avremmo dovuto pensare ad un personaggio, da collocare in una dimensione suggeritaci da Francesca. Erroneamente avevo già pensato ad un personaggio ed avevo già scritto il mio contributo, collocando il personaggio in un contesto (tra l’altro, lo stesso contesto dove lo avevo incontrato) nel quale io mi rivolgevo a lui.

Questa sera, invece, Francesca ha proposto uno scenario leggermente diverso: il personaggio è in un contesto tipo, ma si rivolge a noi, ponendoci una domanda.

Ecco entrambi i miei contributi. Nel primo, come ho detto, sono io a rivolgermi al personaggio. Nel secondo l’ambientazione è quasi la stessa, ma il personaggio irrompe sulla scena e si rivolge a me con una domanda, anzi, una richiesta quasi imperiosa!

Lara

Primo personaggio

La mattina era uggiosa, cielo grigio e nuvole gonfie di pioggia. Attendevo che arrivasse il treno che mi avrebbe catapultato,come ogni giorno, nelle mie quotidiane incombenze. Eccolo, puntuale o quasi, al binario; salgo facendomi largo tra tanti altri pendolari ed entro nel vagone, già pieno di gente. Vedo, in fondo, un ultimo posto libero, mi avvicino a passi rapidi e rivolgo un cenno all’uomo seduto nel posto immediatamente accanto, come a dire: “E’ libero?”.

Non ricevo risposta. Mi accomodo in fretta mentre il treno riparte. Il mio vicino di posto guarda fuori dal finestrino, e fissa l’orizzonte di case e fabbriche, anche se ha l’aria distratta. Chissà a cosa pensa. Osservo il suo profilo, dai lineamenti grossolani, le palpebre pesanti, la fronte vicina al vetro del finestrino; non vedo i suoi occhi, ne scorgo appena il contorno liquido, sempre fissi su un punto lontano. Di tanto in tanto tamburella con le dita di una mano su un ginocchio: sono mani ruvide, sotto le unghie colgo un velo di sudiciume, dovuto alla distrazione di chi non ha tempo per sé e per i piccoli dettagli perché troppo impegnato a concentrarsi su altro.

Il treno a volte sobbalza, si ferma per far scendere dei passeggeri e caricarne altri, poi riparte. Il mio compagno di viaggio rimane impassibile; siamo seduti nell’ultimo posto dell’ultima carrozza del treno: alle nostre spalle si svolge il tramestio di pendolari che salgono, cercano ed occupano i posti a sedere, rumore concitato di voci, commenti, discussioni sommarie, che a lui non interessano minimamente. Il suo atteggiamento mi scoraggia dall’intavolare una discussione su argomenti comuni, come il tempo, le notizie del giornale che ho in mano e a cui ho appena dato una scorsa. Socchiudo gli occhi mentre il treno prosegue il viaggio.

Siamo giunti nella stazione di arrivo, il capolinea. Lui è ancora seduto accanto a me, adesso dovrà sicuramente scendere. Ho un po’ di fretta e mi alzo in piedi prima che il treno arresti la sua marcia. Gli rivolgo un rapido e formale cenno di saluto, che non riceve, come prevedevo, alcuna risposta. Sono in fila tra gli altri pendolari, in attesa di scendere dal treno. Con la coda dell’occhio vedo che lui si alza e si prepara per scendere, esita un attimo come se cercasse qualcosa. Poi si china appoggiandosi al bracciolo del sedile e prende qualcosa che era scivolato a terra. E’ un bastone. Il cieco tasta il pavimento intorno a sé con circospezione, lo sguardo ancora fisso verso un orizzonte indefinito, ed esitante si avvia verso l’uscita.

Secondo personaggio

L’ennesima fermata del treno regionale prima di arrivare a Roma.

Si apre la porta della vettura ed entra lei con un balzo. Due occhietti vispi, una zazzera bionda e degli orecchini a forma di gattino.

“Me la presti una penna e un foglio di carta?” esclama/domanda così, di getto.

Poi, vista la mia titubanza continua, come se volesse persuadermi: “Così ti faccio un disegno, apposta per te!”. E aggiunge un sorriso grandissimo, di quelli che fanno chiudere gli occhi e si impossessano di tutto il viso di chi lo fa. Il tipo di sorriso che sanno fare solo i bambini.

“E tu chi sei?” le domando. Mi sembra un folletto. E’ vestita di rosa, e le sue scarpette da ginnastica luccicano quando salta.

“F-E-D-E-R-I-C-A!!!”, lo dice così, e lo scandisce per bene, dando rilievo ad ogni lettera del suo nome. Intanto saltella da un piede all’altro, fa una piroetta e sbircia dentro la mia borsa. “ E allora, ce l’hai una penna e un foglio di carta?”.

“Federica, stai sempre a disturbare le persone …” dietro di lei c’è la nonna ad accompagnarla, ha l’aria stanca, e prende la nipotina per un braccio, ma lei si divincola e torna a guardarmi e a sorridermi sorniona.

Mi dice che ha quattro anni, che sa andando a prendere la mamma al lavoro, che ha una compagnetta di nome Micaela e un’altra di nome Giulia che le fa i dispetti. Poi, su invito della nonna, decide di farmi ascoltare una canzoncina che ha imparato all’asilo il giorno stesso.

Si posiziona al centro della vettura, tutta compunta, osserva un attimo di concentrazione, e poi inizia a canterellare una filastrocca, accompagnandola con alcuni gesti. Gli altri passeggeri la guardano incantati. Quel folletto ci ha conquistati, e vorrei alzarmi dal mio posto per abbracciarla, tanto è deliziosa.

Ma poi finisce la canzoncina, c’è un lunghissimo istante di silenzio e lei torna seria seria a guardarmi. “Ma una penna e un foglio di carta non ce l’hai davvero?”.

concorsi letterari …

anche se la data ultima per partecipare al concorso è già passata, date egualmente un’occhiata al bando di questo concorso, per chi scrive, fraseggia e verseggia in italiano o esperanto!

http://bosconedelcovic.altervista.org/

AVVISO AI VECCHI “TERREMOTI”…

A TUTTI I TERREMOTI  FUORIUSCITI,  EMIGRATI,  DISORIENTATI,  IN PAUSA SABBATICA, IN “NON VOGLIO ROTTE LE PALLE”, IN “HO COSE PIU’ SERIE DA FARE”…

A TUTTI QUELLI IMPEGNATISSIMI NEL LAVORO, NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI, NEL RUOLO DI GENITORI…

MA DOVE SIETE FINITI????????

SIAMO FELICI DI TROVARE SUL SITO “NUOVE SCOSSE” MA CI FAREBBE PIACERE  OGNI TANTO TROVARE QUALCHE NOME DEL PASSATO…

CI MANCATE…