Tavole rotonde, Convegni e… salotti!

Carissimi Terremoti, desidero comunicarvi alcuni eventi che ci vedranno coinvolti o semplicemente invitati tra il 14 e il 17 Aprile 2011. Andiamo per ordine:

– 14-15-16 Aprile: 8°Convegno Nazionale sulla letteratura della Federazione BombaCarta. Si terrà a Reggio Calabria come ogni anno e siamo tutti invitati a parteciparvi. E’ ovvio che ciascuno di noi abbia i suoi impegni e per questo motivo non sia possibile partecipare a tutti e tre i giorni, ma sarebbe opportuno garantire la presenza di uno o due membri dell’Associazione Terremoti di Carta almeno il giovedì e il venerdì. E’ un momento che vede riuniti tutti i rappresentanti delle associazioni, come la nostra, che in questi anni hanno abbracciato il manifesto e lo stile di Bombacarta. In allegato vi riinvio il programma.
-15 aprile: Tavola Rotonda “Il diritto delle persone sorde e il ruolo civico delle forze dell’ordine”, organizzato dall’AAPL, di cui la nostra cara associata Maria Rosa è responsabile, presso il salone delle Bandiere di Palazzo Zanca. Maria Rosa ha già pubblicizzato l’evento e sappiamo che tiene molto alla nostra presenza. Cerchiamo di partecipare anche a questo appuntamento per mostrare la nostra solidarietà a lei, alla AAPL e al preziosissimo servizio che la sua associazione svolge non solo per i non udenti ma per tutti coloro che si avvicinano a questa realtà.
– 17 Aprile: 1° Salone del Libro di Messina. Ebbene si! Terremoti di carta ha avuto la grande possibilità di inserirsi nella programmazione di una tre giorni che avrà inizio il 15 e si concluderà il 17 aprile. Domenica pomeriggio organizzeremo un laboratorio di scrittura aperto a tutti ma i protagonisti sarete voi. Sarà un altro momento ( dopo quello natalizio e quello della notte della cultura del 12 febbraio) in cui si ritroveranno tutti i laboratori riuniti e avremo modo di condividere le nostre esperienze. Il laboratorio è gratuito e si terrà nella Sala A, dalle 17,00 alle 19,00. Data l’importanza dell’evento vi preghiamo di confermare la vostra presenza.

La carne al fuoco è parecchia e di questo possiamo solo essere grati perché i sacrifici di coordina e porta avanti questa realtà, vede con grande orgoglio e soddisfazione che la nostra associazione cresce davvero bene, ma senza la presenza, la corresponsabilità e il senso di appartenenza di ciascuno di voi, l’associazione non avrebbe alcun valore e significato.
Buone scosse a tutti
Nancy

Report laboratorio di lettura consapevole del 18 marzo 2011 – Milazzo

L’incontro di venerdì 18 febbraio è stato dedicato al verbo “Ricordare”.

Siamo partiti dall’analisi dell’editoriale di Antonio Spadaro per Bombacarta del mese di Febbraio, il quale critica l’interpretazione del ricordo e della memoria data da Cesare Pavese ne “Il mestiere di vivere”.
Infatti, sostiene Spadaro, se Pavese, da scrittore grande qual è, coglie nel reale una trama che si risveglia nella coscienza dell’uomo e la descrive e la interpreta alla luce di un passato irraggiungibile ma sempre attivo, quello dell’infanzia, tuttavia egli non riesce a comprenderne la portata della sua attualità.
Il passo — decisivo — che egli non riesce a compiere è quello di riconoscere nell’infanzia non solamente una valenza di passato, ma anche una potenza di futuro. Pavese sembra incapace di riconoscere che la condizione aurorale dell’infanzia non è solamente terra a cui far ritorno per capire la realtà e luogo in cui trovare rifugio, ma condizione stessa dell’esperienza del mistero del reale, possibilità di una conoscenza intesa come “prima volta”. Noi ricordiamo le cose che vivono in un modo o in un altro. L’importante è che questa loro vita non appanni la vita, il futuro, il progetto che adesso facciamo della nostra vita, ma li vivifichi con una sovrabbondanza di senso.

E’ chiaro come una simile interpretazione del ricordare sia fondata sul “rammentare”, “riportare alla mente”. “Ricordare” ha, però, altri significati: “ricordare” come avvertimento (il comandamento biblico “Ricordati di santificare le feste”), “ricordare” come commemorare (“il 17 marzo si ricorda l’Unità d’Italia”), “ricordare” come “rassomigliare” (“Mi ricordi tuo padre…”).
Quale significato di “ricordare” avremo privilegiato nelle nostre scelte letterarie di questa settimana?

Lara compie un breve excursus citando i testi di alcune canzoni: in primo luogo c’è “Ricordare” musicata da Ennio Morricone, nella colonna sonora del film di Giuseppe Tornatore “Una pura formalità”, e che viene anche riascoltata nell’interpretazione dei La Crus:

Ricordare, ricordare
è come un po’ morire
tu adesso lo sai
perché tutto ritorna
anche se non vuoi.

E scordare, e scordare
è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare.

Ricordare, ricordare
come un tuffo in fondo al mare
Ricordare, ricordare
quel che c’è da cancellare.

E scordare e scordare
è che perdi cose care
e scordare e scordare
finiranno gioie rare.

E scordare e scordare
è che perdi cose care.

Ricordare, ricordare
è come un po’ morire
tu adesso lo sai
perché tutto ritorna
anche se non vuoi.

E scordare, e scordare
è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare.

Ricordare, ricordare
come un tuffo in fondo al mare
Ricordare, ricordare
quel che c’è da cancellare.

E scordare e scordare
è che perdi cose care
e scordare e scordare
finiranno gioie rare.

E poi, tra altre canzoni ispirate dal ricordo e dal ricordare, ci sono:“Montagne Verdi” di Marcella (“Mi ricordo montagne verdi, e le corse di una bambina, con l’amico mio più sincero, un coniglio dal muso nero”); “Un anno d’amore” di Mina (“Ricorderai, i tuoi giorni felici, ricorderai, tutti quanti i miei baci, e capirai in un solo momento, cosa vuol dire un anno d’amore”); “Ricordati di me” di Antonello Venditti (“Ricordati di me, questa sera che non hai da fare, e tutta la città è allagata da questo temporale”); “Ed ero contentissimo” di Tiziano Ferro (“In fondo eri contentissima, quando guardando Amsterdam non ti importava della pioggia che cadeva … solo una candela era bellissima e il ricordo del ricordo che ci suggeriva che comunque tardi o prima ti dirò che ero contentissimo ma non te l’ho mai detto che chiedevo Dio ancora”); “Ricordi” dei giovanissimi Finley “Ricordi di un anno momenti che ti lasciano un sorriso. No, non svaniranno mai resteranno sempre i tuoi, [soltanto tuoi]”; “I’ll remember” di Madonna (“And I’ll remember the love that you gave me, Now that I’m standing on my own, I’ll remember the way that you changed me, I’ll remember”). Vengono menzionati anche un aforisma di Vasco Rossi, secondo cui: Dimenticare è facile: basta non ricordare, e un docu-film che vede come protagonista Marcello Mastroianni, poco prima della sua scomparsa, dal titolo “Mi ricordo, si mi ricordo”.

Da ultimo, la citazione letteraria è per “Le ricordanze” di Leopardi; vengono proposti i versi che rientrano nella seconda parte dell’elegia, dedicata al passato e alla giovinezza dell’autore:

Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per sé; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

E’ il “suon dell’ora” a richiamare l’insieme delle immagini ora interiorizzate e rivissute. La memoria agisce enfatizzando l’intensità dei ricordi, riproducendoli nitidi e circondati di tutta la ricchezza di emozioni che sono capaci ancora di condensare attorno a loro. Il ricordo è dunque dolce per sé ma “con dolor sottentra il pensier del presente”. Se luoghi e situazioni, oggetto della percezione, sono capaci di rievocare il passato, la ragione agisce anch’essa in profondità ed impedisce di rivivere l’incanto dell’illusione giovanile. Emerge drammatico il contrasto tra passato e presente, soprattutto come contrasto tra forme psicologiche e disposizioni fondamentali dell’animo, tra loro irriducibili.

Rosina, evidenzia come il ricordare comporti inevitabilmente sofferenza e il dover ripercorrere un vissuto emozionale che può essere non facile. Ci menziona, però, le canzoni di Fabio Concato “Ti ricordo ancora”, e di Roberto Soffici, “Dimenticare”, quale antitesi a “ricordare”.
“Ricordare” ha anche un significato positivo: in “Conversazioni con Dio”, di Neale Donald Walsh si dice che noi ci ricordiamo ciò che siamo, poiché siamo esseri divini, “pezzetti di Dio che camminano”. Ogni cosa che compiamo è il ricordo di ciò che abbiamo già sperimentato.
Infine, Rosina cita una frase dal film “Voglia di tenerezza”: “10 anni dopo ricordò quegli occhi verdi e per tutto il pomeriggio fu assillato dalla sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, sbagliato, sbagliato”. Ancora una volta, il ricordo è sofferenza.

Cettina afferma che il ricordo provoca nostalgia. Più che proporre dei testi che abbiano ad oggetto il ricordare, ci propone dei libri che le hanno suscitato dei ricordi:
1) “La bocca più di tutto mi piaceva” di Nadia Fusini (studiosa di teatro elisabettiano, scrittrice e traduttrice) narra di una “bambina selvatica”, profondamente affezionata al padre, che si trova a fare i conti con gravi difficoltà. I ricordi personali sono inframmezzati alla storia della protagonista.
2) “La lettera d’amore” di Cathleen Schine, viene proposto alla nostra attenzione per l’impressione positiva che suscitò al momento della lettura e che Cettina ricorda tuttora. Una libraia riceve una lettera. “Stanotte ho buttato il libro dalla finestra, ho provato a dimenticare”, dice la missiva. Chi l’ha scritta? Il finale sarà a sorpresa per un libro che ha i toni del giallo
3) In “Aveva piovuto tutta la domenica” di Philippe Delerm (autore del celebre “La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita”), vi è la descrizione di Parigi da parte del protagonista. Dalla lettura di un brano si evince la nostalgia e la solitudine dello stesso, che decide di acquistare un telefonino (attraverso cui avviene “Una magia: non si dà importanza, si dà esistenza”) per chiamare, alla fine il servizio meteorologico!

Gioacchina legge un brano da “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery in cui Paloma, la piccola protagonista racconta il giorno in cui la nonna venne condotta all’ospizio. “La nonna mi sembra sistemata bene. Per il resto affrettiamoci a dimenticare tutto velocemente” dice Colombe, la sorella di Paloma. E invece no. In antitesi con quanto appena detto, Paloma sottolinea che “Non bisogna dimenticare i vecchi […]. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici ti dimenticano […]”. La vita passa in fretta: ricordare, in questo caso è un antidoto, un ammonimento a noi che temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente.

Antonella cita la poesia “Alla luna” di Leopardi

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

e le ultime pagine del romanzo “Il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli, già vincitore del Premio Strega nel 2004 In cui si descrive lo stato d’animo di Annina, che ripensa alla sua vita mentre intorno a lei si svolge il trambusto della famiglia. La circondano le tombe in cui riposano i familiari di cui non ricorda nemmeno il nome. “L’Annina all’improvviso ricordò e la forza di quella rivelazione la colpì così intensamente che dovette appoggiarsi …. L’Annina ricordava con chiarezza di avere vissuto”. Da questo breve inciso è chiaro come i ricordi facciano parte della vita, e la vita stessa è vissuta in funzione del ricordo.
“Il dolore perfetto” è un romanzo dalla ricca trama emozionale e in cui la densità dei personaggi e delle loro storie ben si accompagna ad un’altra saga familiare proposta da Rosa: “Cent’anni di solitudine” Gabriel Garcia Marquez.
Nella lettura Rosa contrappone l’inizio e la fine del romanzo. All’inizio, di fronte al plotone di esecuzione, Aureliano Buendia ricorda e inizia la lunga narrazione relativa alla saga della famiglia, fino alla poderosa ed epica conclusione del romanzo in cui Aureliano “ dimentica…”.
Il ricordo, nel contributo proposto viene inteso come memoria e mezzo per tramandare il passato alle future generazioni.
Alessandro avanza un paragone con un altro celebre romanzo familiare, “I Buddenbrook” di Thomas Mann.
La tematica del ricordo e della memoria come chiave per interpretare i legami familiari è alla base di un altro intervento di Cettina, che cita Daniella Conti e “Le costellazioni familiari”: gli avi trasmettono ai discendenti parte delle proprie caratteristiche e della propria energia. Ecco perché ricordare gli episodi gravi di una famiglia è importante, perché le cose non dette prima o poi riemergono. Ricordare, perciò, deve intendersi come un processo di trasmissione, per scoprire ciò che è avvenuto secoli addietro nella famiglia e che fa parte della sua storia.

Alessandro propone il racconto “I linguaggi del bosco” tratto da “Le pietre di Pantalica” di Vincenzo Consolo. Il protagonista osserva due fotografie del 1938 e risale con la memoria al periodo della sua infanzia in cui, convalescente, viene condotto al Bosco della Miraglia. E’ in questo periodo che egli conosce due sorelle: Eleonora e Amalia: la prima è ordinata e precisa; la seconda energica, selvatica e solitaria, viene scelta come compagna di giochi dal protagonista. È lei a dare nomi a luoghi, elementi; conosceva linguaggi del bosco con cui comunicava con gli animali, dialetti diversi per parlare con le persone, ed è proprio Amalia a lasciare impressa nella memoria del protagonista la sua faccia al momento del congedo.
“Terra matta” di Vincenzo Rabito, è un libro dalla storia peculiare, definito una sorta di “Gattopardo popolare”. Scritto da un semianalfabeta con una vecchia macchina da scrivere nel corso di 7 anni (ben 1127 pagine ad interlinea 0, ritrovate da uno dei figli a distanza di anni dalla morte del padre), in esso è contenuto uno spaccato della storia d’Italia nel corso di più di mezzo secolo.

Per concludere, Loredana cita delle liriche (“A Silvia” di Leopardi, sul tema della rimembranza, e “Daffodils” di Wordsworth, in cui il ricordo dei narcisi accompagna la meditazione del poeta) e propone due contributi in prosa.
In “Viaggio in Sicilia” di Goethe c’è la descrizione dell’arrivo a Palermo, della memoria gioiosa ed allegra del viaggio. Si racconta di un colpo d’occhio felice della città, l’accoglienza riservata dall’albergatore, la descrizione della passeggiata a mare alla sera, la vita notturna e viene effettuato un confronto con Napoli.
Anche in “Bagheria” di Dacia Maraini c’è il ricordo della città di Palermo, osservata per la prima volta dal mare, nel 1947. La commozione del viaggio ritorna nei ricordi dell’autrice a distanza di tanti anni: perché non ne ha scritto prima, è il suo interrogativo? E’ curioso come i ricordi investano anche il cibo (ed è un tripudio di sarde a beccafico, melanzane alla quaglia, gelatina di pistacchio, minne di Sant’Agata…).

Alla fine ci si interroga sul significato che ci sentiamo di attribuire al verbo ricordare: memoria o spinta per il futuro? Sembreremmo tutti concordi sul fatto che i ricordi fanno parte di noi e non se ne vanno… ma c’è ancora Montale a dire l’ultima parola, con dei versi tratti dalla poesia “La casa dei doganieri”, da“Le occasioni”:

….la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana….

Arrivederci alla prossima settimana con “pregare”. 

Lara

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Spero che funzioni… ;-)
Francesca

Il regno delle donne

di Alda Merini
C’è un regno tutto tuo
che abito la notte
e le donne che stanno lì con te
son tante, amica mia,
sono enigmi di dolore
…che noi uomini non scioglieremo mai.
Come bruciano le lacrime
come sembrano infinite
nessuno vede le ferite
che portate dentro voi.
Nella pioggia di Dio
qualche volta si annega
ma si puliscono i ricordi
prima che sia troppo tardi.

Guarda il sole quando scende
ed accende d’oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole.
E se passa il temporale
siete giunchi ed il vento vi piega
ancor più forti voi delle querce e poi
anche il male non può farvi del male.

Una stampella d’oro
per arrivare al cielo
le donne inseguono l’amore.
Qualche volta, amica mia,
ti sembra quasi di volare
ma gli uomini non sono angeli.
Voi piangete al loro posto
per questo vi hanno scelto
e nascondete il volto
perché il dolore splende.
Un mistero che mai
riusciremo a capire
se nella vita ci si perde
non finirà la musica.

Guarda il sole quando scende
ed accende d’oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole
dopo il buio ancora il sole.
E se passa il temporale
siete prime a ritrovare la voce
sempre regine voi
luce e inferno e poi
anche il male non può farvi del male.

Report laboratorio di lettura consapevole del 18 febbraio 2011 – Milazzo

Il laboratorio di lettura consapevole del giorno 18 febbraio 2011 è stato dedicato al verbo “aprire”.
Una breve introduzione da parte di Lara richiama vari significati di “aprire” e dell’aggettivo/participio “aperto” in diversi ambiti.
Innanzitutto nel gioco: negli scacchi, il termine apertura indica la prima fase della partita, quando tutti i pezzi sono presenti sulla scacchiera ed i guadagni di spazio, posizione e pezzi determineranno in maniera significativa lo sviluppo del gioco e lo svolgimento della partita nel suo complesso.
Poi, in musica classica, dove con ouverture si intende un brano musicale che introduce un’opera lirica, o, più in generale, una qualunque composizione musicale non legata ad alcun programma. Le ouvertures sono costituite da un movimento veloce, frequentemente senza una sezione di sviluppo, ma alcune volte sostituendo ad essa un episodio melodico in tempo lento: viene proposto l’ascolto dell’ouverture da “La forza del destino” di Giuseppe Verdi.
Parlando di musica leggera, si rende omaggio al Festival di Sanremo, in corso di svolgimento, proponendo le note della canzone scritta da Pichi e Panzuti che trionfò nel 1956, “Aprite le finestre”, nell’interpretazione di Claudio Villa: “Aprite le finestre al nuovo sole, è primavera, è primavera. Lasciate entrare un poco d’aria pura con il profumo dei giardini e i prati in fior. Aprite le finestre ai nuovi sogni, bambine belle, innamorate. E forse il più bel sogno che sognate, sarà domani la felicita! Aprite le finestre al nuovo sole è primavera festa dell’amor. Aprite le finestre al nuovo sol!”. Ad un messaggio così gioioso e speranzoso si contrappone il fatalismo di Max Gazzè, in un brano più recente, “Se piove”: “ma soprattutto se piove non aprire l’ombrello, aspetta il tuo giorno di sole non puoi fare di meglio”; aprire l’ombrello è il rimedio ai piccoli grandi guai, ma l’invito è quello di lasciar stare ed accettare le contrarietà.
Nel cinema, “aprire” assume diverse connotazioni: all’imperativo, l’espressione “Non aprite quella porta” è presaga di sventure nel terrificante horror che narra del massacro di cinque ragazzi texani a colpi di sega elettrica ad opera del mostro Leatherface (e dire che, nella versione originale, il titolo, molto più cronachistico, del film è “The Texas Chainsaw Massacre”); Apri gli occhi, film di Alejandro Amenabar, che pochi anni dopo la sua uscita vide un remake hollywoodiano dal titoli Vanilla Sky, è l’invito ad uscire dalla dimensione onirica in cui il protagonista vive a sua insaputa. Infine Roma città aperta, film che celebra la liberazione e annuncia un’epoca impegnativa di ristrettezze e ricostruzione.
In letteratura, sono frequenti i testi che invitano all’apertura e al rinnovamento: ad esempio, il libro del Dalai Lama “La via dell’amore. Aprire il cuore e la mente per raggiungere la saggezza e l’illuminazione”, in cui si suggerisce come tradurre l’energia che ognuno di noi dedica a se stesso in una forma di compassione, gentilezza e amore rivolti agli altri. “Le persone stupide ed egoiste pensano sempre a sé, e la conseguenza è immancabilmente negativa” afferma il Dalai Lama “Le persone sagge, invece, pensano agli altri, aiutandoli il più possibile, e la conseguenza è la felicità. Se sei gentile con gli altri, la tua mente e il tuo cuore si apriranno alla pace”. E’ un libro che, riproponendo le parole della presentazione, avvicina il nostro cuore e la nostra mente all’esperienza di un amore illimitato, trasformando tutte le relazioni di cui è fatta la nostra esistenza, e che guida verso la saggezza e l’illuminazione.
La valenza negativa di “aprire” risalta, però, quando si pensa ad una piaga, ad una ferita aperta. “Una ferita aperta” è il titolo del libro di Renzo Rocca e Giorgio Stendoro, che narra l’abuso infantile con lessico crudo ed emozionante. Nella presentazione del volume, si afferma che leggere questo romanzo sia come “aprire il vaso di Pandora”: si aprono gli occhi su problemi per molto tempo rimasti nascosti, che non è possibile tornare a celare; ma, come nel mito greco, sul fondo del vaso rimane la Speranza.
Altri significati di “aprire”, e del participio passato/aggettivo “aperto” lasciati alla riflessione individuale sono “aprire un’attività commerciale”, “aprire le danze”, “aprire il dibattito”, “aprire una discussione”, “lasciare uno spiraglio aperto”, “aprire un pacco”, “aprire il vaso di Pandora”, “un carattere aperto”, “a viso aperto”, “aprire il cuore a qualcuno”. Su questa ultima citazione, le note di “Open your heart” di Madonna chiudono l’introduzione.

Rosina prende la parola proponendo il ritornello di una canzone di Ron, “apri le braccia e poi vola …”, e leggendoci un brano tratto dalla seconda parte de “La storia infinita” di Michael Ende. Nel passo selezionato, Bastiano arriva a Fantasia e incontra Graograman, la morte multicolore sotto le spoglie di un leone. Il personaggio è catapultato nel labirinto delle mille porte, da cui si può uscire solo se si è guidati da un grande desiderio. Bastiano trova dinanzi a sé, una dietro l’altra, una sequela di porte. Ogni porta che si apre, dietro di sé cela almeno due altre porte, di forma, dimensioni e materiali diversi. Le parole di Graograman guidano il protagonista: se è vero che si esce dal labirinto solo se guidati dal proprio desiderio, è quest’ultimo che occorre saper riconoscere e seguire. Bastiano ammette a se stesso che il suo desiderio è rivedere Atreju: il suo percorso, e la scelta delle porte da aprire volta per volta sarà guidata dagli elementi che richiamano Atreju (il cuoio marrone dello zaino dell’amico guerriero, il verde della foresta dove vive, etc.). Alla fine, Bastiano apre l’ultima porta e si ritrova all’aperto, fuori dal labirinto, da cui è uscito grazie alla guida ricevuta dal suo desiderio: è sintomatico come, in un brano che è centrato su un continuo aprirsi di porte come passaggio da una fase all’altra, il verbo aprire compaia solo alla fine.

Loredana propone un brano tratto da “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll. Dopo la caduta, Alice rincorre il Bianconiglio e finisce con il trovarsi dinanzi a tante porte. Come fare per uscire all’aperto, dato che dispone di una sola chiavetta d’oro che apre la porta più piccola, dalla quale non riesce certamente a passare? È la magia ad aiutare Alice che beve una pozione e diviene piccola piccola, in modo tale da poter proseguire il suo cammino.
Loredana propone anche un suggestivo verso dalla poesia di Giovanni Pascoli “La mia sera”: “che pace la sera, si devono aprire le stelle nel cielo sì tenero e vivo”.

Alessandro menziona la fiaba di Charles Perrault “Barbablù”, e l’imperativo categorico a “non aprire quella porta” (un richiamo cinematografico alle brutte sorprese e gli spaventosi segreti celati dietro una porta, per cui l’apertura ha valenza negativa?).
Riporta, poi, un insolito racconto di Primo Levi, dal titolo “Cara mamma”, in cui si narra dell’apertura di un pacco. Un soldato romano, originario della Val di Susa, e di stanza nel Vallo di Adriano scrive una lettera alla madre. Il pacco in cui si trova la lettera viene aperto dopo 2000 anni, rivelando un mondo intero. La lettera descrive usi e costumi del luogo in cui si trova il soldato, la sua vita quotidiana, le sue aspettative: tutti noi presenti concordiamo sull’eccezionale attualità del messaggio anche a distanza di duemila anni dal suo invio.

Cettina ci propone una lettura metaforica del verbo “aprire”: “aprire” significa “iniziare”, intraprendere una strada nuova, e cita due libri che, seppur diversamente, tragicamente il primo, e con bonomia il secondo, descrivono l’inizio di una fase di rinnovamento della vita.
In “Creatura di sabbia” di Tahar Ben Jelloun si narra della vita e del destino della settima figlia di una famiglia orientale tradizionalista: alla fanciulla, nata dopo che le attese erano per un figlio maschio, viene imposta un’identità maschile, tenuta segreta alle altre sorelle. La ragazza accumula rabbia e frustrazione, e prevarica le altre sorelle, che non sospettano della sua identità femminile finché, venute a conoscenza dell’inganno, la rinchiudono in un carcere privato, la torturano e la sottopongono alla mutilazione genitale. La tragedia incombente sulla protagonista è rivelata dall’apertura della porta della prigione dove è rinchiusa: non è l’annuncio di una libertà riconquistata, ma il preludio di qualcosa di terribile.
In “Una quasi eternità” di Antonella Moscati, booklet filosofico e spassoso sulla menopausa, si descrivono diversi crolli nella vita di una donna, all’età di 40 e 45 anni, e si lancia l’invito a ricominciare, rinnovarsi, aprire il cuore e la mente a nuove fasi della vita.
Cettina, infine, cita un altro libro, “Prendi la vita nelle tue mani” di Wayne W. Dyer, esperto in counselling educativo e speaker in materia di sviluppo personale, il cui sottotitolo è “come crearsi il proprio destino senza farsi influenzare da nessuno”, libro da cui possono trarsi suggerimenti per aprire la vita ad un rinnovamento. Come dice l’autore, “La vita di ogni uomo è un bene a sé stante e irripetibile. E siccome è l’unica vita di cui disponiamo, ne consegue che è troppo preziosa per consentire che altri ce la sciupino a proprio vantaggio.”

Graziella legge una poesia di Giuseppe Ungaretti dal titolo “ Nascita d’aurora”, tratta da “Sentimento del tempo”, raccolta del 1925. Lo stile è elegante e squisito, e così in antitesi con i versi scabri del poeta della guerra e della distruzione.

Nel suo docile manto e nell’aureola,
Dal seno, fuggitiva,
Deridendo, e pare inviti,
Un fiore di pallida brave
Si toglie e getta, la nubile notte.

E’ l’ora che disgiunge il primo chiaro
Dall’ultimo tremore.

Dal cielo all’orlo, il gorgo livida apre.

Con dita smeraldine
Ambigui moti tessono
Un lino.

E d’oro le ombre, tacitando alacri
Inconsapevoli sospiri,
I solchi mutano in labili rivi.

Sempre Graziella suggerisce un’altra poesia di Ungaretti, dal titolo “Aprile”:

E’ oggi la prima volta
Che le può aprire gli occhi,
L’adolescente.
Esiti, sole?
Con brama schiva la bendi d’affanni.

Patrizia non propone un brano di letteratura, musica o teatro, ma una semplice espressione: “aprire il sipario”. Una volta che l’incanto si è realizzato gli attori possono donare il mistero dell’affabulazione e il pubblico può riceverlo. In una lettura più ampia, che rinvia al teatro greco, si apre la trasmissione della conoscenza tra attori e spettatori discenti.

Antonella condivide una miscellanea di poesie: tra queste vi sono la poesia di Pascoli “La mia sera” già menzionata da Loredana e la poesia “Io non vorrei” di Giorgio Colli, in cui spicca il verso “cuore aperto per consolare ogni fratello triste”.

Un incontro aperto dalle note dell’ouverture di Verdi, con diverse citazioni alla musica leggera e all’armonia dei versi, non può che chiudersi con un altro brano musicale: è Rosa a farci ascoltare “Apri il cuore” di Adriano Celentano, in cui l’apertura del cuore è un invito alla sincerità.

A quali conclusioni siamo giunti dopo l’incontro? Contrariamente alle diverse chiavi di lettura proposte per il verbo “aprire”, l’orientamento del gruppo è stato per una interpretazione del verbo “aprire” nel suo significato più emozionale, di rinnovamento e rinascita: salvo poche eccezioni, abbiamo osservato lo stupore della Natura quando si apre il giorno, con l’Aurora, e quando scende la Sera e compaiono, “si aprono” le prime stelle in cielo. Aprire le porte rappresenta una sfida da vincere con intuito e perspicacia, avendo chiari in mente gli obiettivi.

E anche noi, consapevoli delle nostre possibilità siamo ora aperti a nuovi obiettivi e traguardi: mancano solamente pochi incontri al termine del corso di scrittura.
Perché non aprire il calendario del corso stabilendo di vederci di tanto in tanto per lezioni o seminari di approfondimento e per condividere pensieri e parole?
Perché, poi, grazie alle indicazioni che si traggono nell’ambito degli incontri di lettura consapevole, non creare un “angolo dello scambialibro”, in cui mettere a disposizione, per la settimana successiva all’incontro, i testi che vengono proposti nel corso del laboratorio? Le idee ci sono … e noi siamo aperti ad ogni nuova proposta!
Lara

NOTTE DELLA CULTURA

L’istituto scolastico “San Giovanni Bosco”, in occasione della Notte della Cultura, che si terrà a Messina il 12 febbraio 2011 apre i propri locali alla cittadinanza e, in collaborazione con l’Associazione Culturale Terremoti di Carta organizza un Reading di poesie dal titolo

“Illuminiamoci… d’ immenso: la luce nella poesia “:
coloro che vorranno parteciparvi attivamente porteranno con sé una poesia da condividere nella lettura e nel confronto con altri appassionati lettori in un clima informale e familiare proprio del nostro stile.

Il Reading avrà inizio alle ore 21.00 e si concluderà alle ore 23.00

Ospite d’onore ROSA GAZZARA SICILIANO, una delle più grandi poetesse della città di Messina.

Durante la stessa serata l’artista messinese Pasquale Mazzullo esporrà alcune delle sue opere.

Vi aspettiamo

un’iniziativa: pseudo guida turistica sulla città di Milazzo

100 cose da fare, vedere e conoscere … a Milazzo e dintorni

Questa non ha la pretesa di essere una guida turistica “canonica”. Tra le pagine che andremo a scrivere non devono trovare posto nozioni di storia, di archeologia, dettagli geografici, dati demografici.
Noi che abbiamo da sempre o quasi vissuto in questa città possiamo dire di conoscerla veramente bene, anche se magari non ricordiamo in quale anno San Francesco fondò il suo convento, o Sant’Antonio naufragò, o sconosciamo l’estensione del comprensorio milazzese in km2.
Anche coloro che hanno visto Milazzo per una sola estate o per pochi giorni possono dire di conoscerla bene, se vi hanno vissuto momenti di serenità e se la stessa città ha impresso nella loro memoria dei ricordi indelebili.
Il nostro obiettivo deve essere questo: depurare i nostri ricordi e le nostre esperienze legate a Milazzo di ogni patina di nozionismo e raccontarla così come ci suggeriscono la memoria e il cuore: un ricordo legato ad un luogo, una leggenda che abbiamo ascoltato dai nostri nonni, un piatto tipico che abbiamo gustato una volta, magari per caso, un particolare modo di dire …
Gli esempi possono essere tanti e possono testimoniare il legame sottile o forte che ci lega al nostro luogo di origine, di residenza, di villeggiatura, o anche di passaggio!

La guida sarà strutturata in 4 sezioni:
– i luoghi: cosa suggerireste di vedere ad un turista di passaggio a Milazzo? Dove lo portereste? Certo, vengono in mente i monumenti e i luoghi naturalistici più noti, ma provate, invece, a condurlo in un angolino con uno scorcio che nessun altro oltre voi conosce, o a fargli notare dei particolari che solo voi avete colto nel luogo che, magari, è il più frequentato.
– i personaggi: quanti nomi celebri associamo a Milazzo e ai suoi dintorni … Ulisse, Polifemo, Federico II di Svevia, Garibaldi, Luigi Rizzo, ma anche musicisti, come Casalaina, giuristi come Impallomeni, storici come Piaggia … Chi sono i milazzesi o coloro che da Milazzo sono passati, che hanno contribuito a comporre i frammenti di storia della nostra città? Cosa ricordate di loro, o cosa avete sentito dire? Magari siete solo passati per una via o una piazza a loro dedicata!
– i ricordi: siamo stati tutti giovani, e molti di noi lo sono ancora. Perché ricordiamo la nostra città? Perché quel luogo ci è rimasto nel cuore? Facciamo un salto indietro nel passato e raccontiamo a chi viene adesso nel nostro paese una storia vera, bella, assurda o inventata che ha avuto Milazzo come scenario.
– le sensazioni: c’è chi associa Milazzo al gusto di una granita, chi pensa al verde argento degli ulivi del Capo, chi avverte l’odore del mare e del pesce appena pescato nel rione di Vaccarella. Quali esperienze che stimolano i cinque sensi possono essere vissute solo a Milazzo?

La sfida è aperta, cari aspiranti scrittori: tiriamo fuori dai nostri ricordi memorie, sensazioni, impressioni. In fondo, se abitiamo ancora qui a Milazzo, se ci siamo stati una volta in vacanza e vorremmo tornarci, se per la passeggiata del fine settimana scegliamo sempre la città mamertina, una ragione ci sarà … Perché non condividerla?

Lara

esercizio di scrittura per l’incontro del prossimo 4 febbraio…

Ciascuno di noi ha ricevuto l’incipit e la fine di un ipotetico racconto. Dovevamo scrivere ciò che stava “dentro”. Ecco il mio esperimento di scrittura:

INIZIO: “Nel corso della giornata, era spuntato il sole e la neve si era sciolta in acqua sporca.
Rivoletti d’acqua scorrevano sulla finestrella bassa che dava sul retro.
Le macchine passavano frusciando sulla strada. Si stava facendo buio, dentro e fuori.
Lui era in camera da letto e riempiva la valigia di vestiti quando lei apparve sulla soglia.”
“Cosa stai facendo?” domandò, anche se conosceva benissimo la risposta. Un presentimento che aveva preso consistenza dopo l’ultimo litigio, la sera prima. “Qualcuno di noi due deve andarsene”. Le parole di lui avevano posto fine alla discussione. A terra vetri rotti, le dita di lei sanguinavano mentre stringevano ancora quel che rimaneva di un bicchiere frantumato.
L’ipotesi grottesca di dividere tutto, gli oggetti di uso comune, gli ambienti, delimitare gli spazi per sopravvivere insieme aveva raggiunto l’acme. Da alcuni mesi la convivenza era diventata un inferno: era bastata una sera d’estate con lei lontana a scatenare la passione tra lui e Maria, quella stessa Maria, che conosceva a malapena e che non aveva mai considerato minimamente attraente. Poi l’interesse da parte di lei al termine di una cena tra risate e un paio di bicchieri di troppo, la sensazione che sarebbe stata un’occasione sprecata – pur sempre un’occasione, anche se del tutto inutile, come poi anche Maria si era rivelata, inutile, appunto – respingerla nel momento in cui lei gli si era gettata tra le braccia, l’ingenua certezza che Viola non avrebbe mai saputo nulla. E invece no. Era stata proprio Maria a diramare la notizia del tradimento, che per lei equivaleva all’inizio di una relazione con lui. Viola non aveva battuto ciglio. Venuta a conoscenza di quanto accaduto aveva apparentemente assorbito il dolore e perdonato il momento di sbandamento del suo uomo, che, nel frattempo, aveva rapidamente liquidato Maria. Finché il rancore non metabolizzato era riemerso, gradualmente.
Alla fine dell’estate il primo episodio: seduti a tavola, l’uno di fronte all’altra, lei gli porge un vassoio con del pesce e senza attendere che lui lo afferri con entrambe le mani glielo scaglia addosso. Poi una sera, insieme ad altri amici, si parla del più e del meno sorseggiando un drink. Viola serve da bere, ma la caraffa con lo spritz finisce improvvisamente a terra, mentre lei scoppia a ridere istericamente tra il disorientamento generale.
Una mattina, ad autunno inoltrato, lei lo aspetta in bagno: ha ricoperto lo specchio e il lavabo di schiuma da barba ed è di fronte a lui con il rasoio in mano. Lui indietreggia un paio di passi, lei alza la mano con il rasoio, sfiora con il polpastrello dell’indice la lametta e lo depone delicatamente sul lavabo. Senza una parola. Guardandolo con i suoi occhi grandi e tristi, scivolando in cucina e chiamandolo dopo pochi istanti: “Tesoro, la colazione è pronta”.
Poi arriva Natale, e nell’intimità di una vigilia che sembra connotata da una serenità ritrovata – niente di strano accaduto nelle ultime settimane – si scambiano i regali: tante cose per loro due, per la loro casa, soprammobili ad esempio, come il piattino di Limoges visto nella vetrina del negozio di ceramiche, le coppe da cocktail in cristallo, delle candele profumate alla vaniglia, riso venere per una romantica cena a due. E poi, in una busta sigillata con la ceralacca, due biglietti per una crociera, all’inizio della primavera, per scoprire i primi tepori della bella stagione nel Mediterraneo.
Lei sorride, ed è ancora più bella alla luce intermittente dell’albero di Natale. Gli porge un ultimo regalo, ed è lui a trasalire. Apre la scatola, e in un involto sanguinolento trova il cuore trafitto con un coltello da cucina di un bue. “Il macellaio pensava che volessi cucinarlo, ma per il pranzo di domani c’è il roast-beef, non preoccuparti. E anche il riso venere! Tanti auguri, amore!”. E ride, ride allegramente, serenamente, come se avesse commesso una gaia marachella, mentre si avvicina a lui per abbracciarlo e baciarlo. Lui avverte un fiotto di nausea alla bocca dello stomaco. Non ha mai avuto paura, fino ad ora, dei demoni di Viola, del fatto che lei potesse essere veramente pericolosa, ma ora si. Si divincola da lei, calpesta scatole, involti di carta velina, inciampa nel tappeto e si rialza, afferra il cappotto, apre la porta e corre via giù per le scale, raggiunge la sua auto, e guida, guida nella notte più che può, corre a casa di Maria e la sveglia.
Lei è con l’ennesimo amante, si sente un russare profondo nel suo appartamento. Gli apre la porta titubante ed è assonnata, discinta, volgare, brutta. Come ha fatto ad incantarmi quella sera, si chiede lui, e subito l’aggredisce: “Hai parlato con lei”. “Come? Che vuoi dire?”. Lo stupore di Maria è vero: lei Viola non la vede da mesi, da quando aveva incassato la delusione della storia con lui, e si era defilata con l’ennesimo marito fedifrago incontrato una sera a cena.
Non sa che fare: tornare a casa e vedere Viola impazzire lentamente, far finta di niente mentre un demone le cresce nel buio dell’anima, oppure sparire.
Oppure affrontare la questione con lei, ragionare, farla rinsavire, aiutarla a gettar fuori la rabbia.
Torna da lei solo dopo Capodanno. Durante quella settimana non la chiama, non si informa su cosa stia facendo. Prende una stanza in un bed & breakfast in un paese vicino, dove non conosce nessuno, e trascorre le giornate passeggiando, leggendo, meditando. La mattina del 2 di Gennaio si presenta alla porta con un fascio enorme di rose: lei apre, più pallida e smagrita, sembra che non sia uscita di casa da una settimana. Lo accoglie con un sorriso enorme. Si può ricominciare, ne è convinto. Ma la sera stessa le rose giacciono a pezzi sul pavimento del corridoio: le spine sono state sapientemente strappate e disposte con ordine sul cuscino di lui. Da quella sera si apre ufficialmente la loro guerra privata: lei ascolta le sue rimostranze e piange, in silenzio. Improvvisamente inizia a gridare, insulti pesanti contro di lui e contro Maria, grida a pieni polmoni, per poi tacere improvvisamente, dopo un paio di minuti. Riprende a parlare dopo due giorni di mutismo. Lui prende appuntamento con una psicologa, sua vecchia amica, ma lei va via a metà della seduta. Contatta uno psichiatra: lo specialista è più persuasivo, cattura l’attenzione di Viola, stimola il dialogo tra i due. D’un tratto parlano di nuovo, lei espone con dettagliata precisione la sensazione di confusione ed assenza da sé dopo la scoperta del tradimento, ed è loquace, motivata, gli chiede perfino scusa per gli atteggiamenti malati degli ultimi mesi.
Sono giorni impegnativi dal punto di vista emotivo: si sforzano entrambi di ritrovare l’equilibrio incrinato, ma è difficile, e Viola adesso, consapevole dello sconcerto creatogli, anziché rivolgere gli scatti di violenza contro di lui ferisce se stessa. Si tagliuzza le dita mentre cucina; appoggia la mano sul coperchio di una pentola che bolle, causandosi un’ustione; per ogni cosa si giustifica invocando una presunta disattenzione.
Inizia anche a delimitare dei confini in casa. La mia cucina, il tuo studio, la mia sedia, il tuo divano. Lui può invadere gli spazi di sua pertinenza solo dopo averle chiesto il permesso. Divide gli oggetti, quelli che appartengono a lui ed a lei separatamente vengono posti in cassetti diversi; gli oggetti comuni li taglia a metà, di netto, con una piccola ascia procuratasi chissà dove.
Alla fine dell’inverno decidono che la storia, nonostante gli sforzi, è giunta all’epilogo: persino i biglietti per la crociera sono stati divisi a metà e sono poi finiti nel cestino della carta straccia.
Un ultima discussione sancisce il proposito radicale da mettere subito in atto: “Uno di noi due deve andarsene da qui”. Fuori piove, o forse è la neve che inizia a sciogliersi. E’ la sera prima dell’epilogo, dell’ultima scena recitata insieme. Le previsioni del tempo, invece, annunciavano il sole per l’indomani.
Ora lui continuava ad aprire armadi e cassetti e gettare alla rinfusa abiti e biancheria nella valigia debordante. Viola lo fissava a braccia conserte: vederlo lì chino sulla valigia, intento a cercare lo spazio per i suoi effetti personali, le dava la segreta soddisfazione della vittoria. “Ha ceduto. Se ne va. Rimango io”. Lo ripetè mentalmente un paio di volte a se stessa, poi lo disse ad alta voce, poi ancora più forte. Lui si girò e si avventò su di lei per tapparle la bocca e non sentire quella voce oscena e storpiata dalla rabbia. “Smettila, smettila! Me ne vado, mi porto via tutto, tutto, tutto quello che è mio tanto hai già fatto le parti tu, non preoccuparti, faccio presto”. Lei pestava i piedi per terra, si contorceva e gridava.
Lui corse in cucina, prese le forbici, e cominciò a dividere in due parti quanto era ancora rimasto integro. I tappeti, le tende. I teli recisi dalle forbici venivano giù come petali di tulipano appassiti; alcuni brandelli rimanevano spettralmente appesi ai binari. Poi guardò il letto e vide la coperta che avevano steso insieme la prima notte che avevano dormito lì, e che avevano gettato allegramente per terra pochi minuti dopo essersi sdraiati. Iniziò a tagliarla meticolosamente, ma la trama era troppo spessa, e le forbici facevano resistenza. Provò a squarciare le fibre con le mani, con i denti, ma fili di lana gli rimanevano in bocca senza che lui progredisse nell’opera distruttiva. Cercò di sfilacciarla ai bordi, e poi a disgregare l’ordito, aprendosi un varco con le unghie. Lei lo scherniva, gli diceva che non sarebbe mai stato in grado di dividerla in due; era come un contenzioso aperto, che lui non avrebbe mai risolto, come sempre. Continuò ad osservarlo ancora alcuni secondi, sudato per lo sforzo e furibondo. Si fece allora avanti e lo spinse a fianco. Afferrò i due capi lacerati della coperta.
FINE: “Tirò con molta forza. In questo modo risolsero la questione”.

Lara

Questa è…questa è…urtna pessima idea!

Il signore desidera?
Il ragazzo era entrato nella libreria deserta di un torrido pomeriggio estivo, e si guardava attorno cercando di capire di dove provenisse la voce che gli aveva appena parlato. Le mani erano affondate nelle tasche della giacca a vento, e portava un berretto nero che gli avvolgeva la testa fin quasi a coprirgli il viso.
Buongiorno signore – ripeté la voce – posso aiutarla? – E da dietro il registratore di cassa qualcosa si mosse. Di lì ad un secondo spuntò un omino di un metro e mezzo scarso, che fissò sul suo viso un paio di occhietti neri allegrissimi.
Cercava qualcosa in particolare?
Si !- fu la risposta decisa.
L’omino s’illuminò. – Ma che bello, finalmente un giovane che dimostra un chiaro interesse alla lettura più che ai videogame e ad internet, non sa che soddisfazione sia per me. Gli unici che entrano nella mia libreria hanno certe facce sa, sono per lo più studenti in cerca dei testi per gli esami, e si capisce benissimo che potendo eviterebbero volentieri di metter piede qui dentro – e gli strinse energicamente la mano.
Ma cosa sta facendo!
Scusi l’entusiasmo sa, ha ragione, è che quando incontro una persona come lei non riesco a controllarmi, sono troppo contento. E mi dica, cosa legge di solito, che genere preferisce, i classici?…Ma no mio Dio, cosa vado dicendo – esclamò nascondendosi il viso tra le mani e ridendo – che stupido sono, lei è ancora un ragazzo, sicuramente leggerà autori moderni, libri gialli o storie di spionaggio. Oppure … – e si fermò un attimo guardandolo intensamente negli occhi.
Il ragazzo pensò che aveva davanti l’essere più strano che avesse mai conosciuto, e che non c’era momento migliore di quello. Strinse forte la mano sul calcio della pistola pronto a tirarla fuori, quando un colpo lo fece sobbalzare. Il piccolo libraio aveva sbattuto forte le mani tra loro in un gesto di esultanza. – Ma certo, i fumetti! Venga venga – disse trascinandolo – Ho un intero scaffale del mio negozio dedicato a questo genere, non le nascondo che sono la mia passione nascosta. Non dovrei dirlo sa, col lavoro che faccio, ma davanti a questi volumi, a queste strip, divento come un bambino in un negozio di giocattoli. Senza parlare degli Hentai giapponesi, mi fanno letteralmente impazzire! – aggiunse maliziosamente strizzandogli l’occhio.
Il ragazzo lo guardava confusissimo, cercava di raccapezzarsi, di pensare cosa fare, di dirlo finalmente «Questa è una rapina!» ma si sentiva ingessato. Iniziò a balbettare e il libraio, vedendolo così rosso in viso, paonazzo per la collera, si avvicinò a lui preoccupato.
Ragazzo mio ma lei non sta bene. Del resto, con una giornata così calda come fa ad andarsene in giro con un berretto così pesante. Si sieda qui – e gli indicò una sedia proprio vicino al registratore di cassa – Le porto un bicchiere d’acqua?
Il ragazzo si divincolò dalla stretta rassicurante dell’omino. – Vuol lasciarmi stare una buona volta!
Scusi tanto sa, lei ha perfettamente ragione, mi spiace. Me lo dicono spesso anche gli amici che sono un po’ invadente e non lascio spazio agli altri. Specialmente quando una cosa mi entusiasma attacco a parlare e non la smetto più. Lo so che è così, mi dico che non lo faccio più, che voglio smettere, imparare a controllarmi, lasciare spazio agli altri ma niente, ci ricado ogni volta. È come una maledizione, una cosa più forte di me. Parlo, parlo parlo e non la smetto più, non c’è cosa che possa fermarmi…
E in quel momento il ragazzo, fuori di sé, tirò fuori la pistola e la puntò contro il viso dell’omino, che superato rapidamente un primo istante di assoluta sorpresa esplose in una fragorosa risata, gettando le mani in avanti nell’impeto e finendo quasi addosso al ragazzo, sempre più confuso ed agitato.
Non m’importa niente di lei e dei suoi amici, e mi tolga le mani di dosso! INSOMMA BASTA! – urlò ormai fuori controllo, provocando il riso ancora più irrefrenabile del libraio. Si sentì mancare e decise che doveva andarsene subito da lì. Si ricacciò la pistola in tasca e si lanciò verso la porta che si richiuse con gran fragore alle sue spalle.
Che strano ragazzo – mormorò il libraio una volta recuperata la calma – chissà perché e scappato via a quel modo. E non m’ha neanche detto cosa stava cercando. Spero che torni, era così simpatico.

TALK LAB

L’associazione culturale Terremoti di carta sta avviando TALK LAB: laboratori di conversazione in lingua straniera (inglese, francese, tedesco, spagnolo).

Si tratta di un’iniziativa nuova nel suo genere. Non è un corso di lingua classico: non si impara
cosa sia il “simple past”o i “phrasal verbs”, niente di tutto ciò! La nostra intenzione è quella di offrire un’opportunità a chi, pur conoscendo l’inglese (o una delle altre lingue proposte), nella vita di tutti i giorni non ha modo di conversare in lingua straniera.

Durante i laboratori i partecipanti potranno dialogare e conversare attorno ad articoli di giornale, brani letterari scelti, materiale multimediale. Ed ancora: commentare modi ed espressioni della lingua parlata, partecipare a dibattiti in merito a tematiche di attualità.

Ogni corso sarà avviato al raggiungimento di un minimo di 8 partecipanti.
INFO: terremotidicarta@gmail.com

Martedì 1 febbraio alle ore 19.30 presso la sede dei nostri laboratori in via palermo 277.

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE
TERREMOTI DI CARTA

SARA’ PARTE ATTIVA DELLA NOTTE DELLA CULTURA SABATO 12 FEBBRAIO 2011

Carissimi,L’istituto scolastico “San Giovanni Bosco”, in occasione della Notte della Cultura, che si terrà a Messina il 12 febbraio 2011 apre i propri locali alla cittadinanza e, in collaborazione con l’Associazione Culturale Terremoti di Carta organizza un Reading di poesie dal titolo

“Illuminiamoci… d’ immenso:
la luce nella poesia “:
coloro che vorranno parteciparvi attivamente porteranno con sé una poesia da condividere nella lettura e nel confronto con altri appassionati lettori in un clima informale e familiare proprio del nostro stile.

Il Reading avrà inizio alle ore 21.30 e si terrà nei locali dell’istituto in Via Brescia n° 7.

Per organizzare insieme al meglio la serata convochiamo associati e amici martedì 1 febbraio alle ore 19.30 presso la sede dei nostri laboratori in via palermo 277. Confermate la vostra presenza alla riunione e la vostra disponibiltà per il 12 febbraio.
Grazie
Nancy

Un curioso personaggio.

Un curioso personaggio

«Su fici lei stu maglioni?» . Ho sobbalzato, immersa come al solito nei miei pensieri, poi ho guardato con attenzione l’uomo che mi aveva rivolto quella domanda in tono cosi familiare, colpita dalla sua voce particolare, fortemente nasale, una specie di falsetto che mi ha incuriosita da subito. Al sentirlo sembrava che le frasi fossero fatte solo di aria e mancassero le parole, come se le pronunciasse appena, leggermente sfiorate. Davanti a me un uomo sulla quarantina, capelli brizzolati e una corporatura piuttosto massiccia, da ragazzone troppo cresciuto, sulla quale capeggiava un testone squadrato più grande del corpo, mentre nel viso si affacciavano due occhi acuti e piuttosto vispi che sembrava vedessero e sapessero tutto.
Ero arrivata in quel negozio in cerca di qualcosa che non c’era da nessun’altra parte, e non l’avrei mai trovato se non me l’avessero indicato con esattezza. Un bugigattolo appena visibile dalla strada, si poteva passare da lì e non notarlo assolutamente, un piccolo, confusissimo bazar stracolmo di lane e filati di tutti i colori, le grandezze, gli spessori. E lui lo riempiva quasi completamente, quell’omone gentile, perfettamente a suo agio in mezzo alla serie interminabile di gomitoli e di matasse accatastati un po’ ovunque. Ci si orientava attraverso con la dimestichezza di chi conosce bene il mestiere, avendolo fatto probabilmente per tutta la vita insieme a sua madre, una donnina piccolissima, una palletta dai capelli candidi e l’aria apparentemente svanita, in realtà vigile e sveglissima, e spassosa nelle sue continue liti col figlio. In attesa che mi servisse lo osservavo mentre si occupava delle altre clienti, le ascoltava e le consigliava, a volte dubbioso, altre sicuro sui risultati che avrebbero ottenuto; si muoveva lento ma con ferma sicurezza, spariva per un attimo e ritornava con un gomitolo o due pronto a mettersi all’opera. Le sue mani rotolavano e riavvolgevano, creavano diverse, bellissime combinazioni, e gli occhi curiosi seguivano tutto guizzanti, attraversati da lampi di furbizia, sempre consapevoli di non commettere errori .
Quel giorno ho fatto il mio acquisto, e quando son tornata, di lì a poche settimane, con indosso un bel cappotto nuovo lui mi ha guardata con viva soddisfazione. Ha sorriso di gioia ammirandomi a lungo, orgoglioso che un pò del merito fosse anche suo, della lana che avevo comprato da lui, dei suoi consigli, e prima d’andarmene m’ha detto ammiccante: «A schigghemu nautra lana?»

REPORT 5° incontro Milazzo-Lab di scrittura

Per questo laboratorio di scrittura abbiamo puntato l’attenzione sull’uso del “dialogo” e per farlo abbiamo cercato ispirazione nella cronaca e, nella fattispecie, in una curiosa notizia del dicembre scorso: “Libraio chiacchierone, rapinatore si sente male e desiste”.
Nonostante i soliti tempi stretti il tema è riuscito a scatenare la fantasia di quasi tutti i partecipanti che hanno dato vita a racconti davvero esilaranti.
Invito ancora una volta i più “timidi” a condividere i loro lavori sul sito, mi sono divertita molto ad ascoltarli e credo che anche gli altri soci apprezzerebbero. Per esperienza personale, ritengo che “far sorridere gli altri” sia uno dei risultati più soddisfacenti della scrittura.

Ho mandato a tutti l’esercizio per la prossima volta via e-mail, se qualcuno non l’avesse ricevuto mi contatti.
A presto,
Francesca

La Pesante Ricchezza di un Ricco Ignorante..*

l’Ignoranza spesso..o sempre..è il male peggiore che un uomo possa avere addosso a sè..
è il Cancro più Deleterio e Corrosivo che si possa diffondere in una qual si voglia Personalità..
neanche il Denaro…Bene cosi ricercato,  Divinità così Osannata e Amata e Cura tanto Decantata..posson mandar via una Bestia
dalla così Divina Grandezza e dalla Umana Cecità..
Arriverà l’Ignorante a voler comprare un Dipinto..Bello , Famoso , Degno di Nota, CostosO.
Arriverà ad appenderlo sulle pareti della
sua Pregiata Dimora..arricchita di così tanta sconosciuta Cultura…
verrà posta una domanda al Ricco Furbetto..arriverà il Silenzio di un Povero Inetto..

Writer Angel

Bilancio… per così dire!

Carissimi Terremoti, penso che ciascuno di voi in questi giorni stia usando espressioni come “che anno di…”, “non vedo l’ora che questo anno se ne vada”, “speriamo che il prossimo sia migliore”, ” per il prossimo anno vorrei che …”. E’ una riflessione spontanea che tocca anche a noi di Terremoti di Carta: fare il punto della situazione.

Cosa abbiamo portato avanti e soprattutto in che modo?
– Abbiamo assistito all’avviamento e concretizzazione di tre laboratori, di cui uno tradizionale, uno più avanzato e, la cosa più bella, un terzo è nato nella provincia di Messina, nel comune di Milazzo. Alcune persone, che in anni passati avevano partecipato alle nostre Officine, hanno espresso la volontà di avviarne uno nel luogo di loro residenza. Così i Terremoti hanno comimciato ad allargare il loro raggio d’azione.
– Abbiamo cominciato l’esperienza di un tipo di animazione ludico -culturale per i bambini, che puntasse al gioco come strumento di attrazione verso la narrazione.
– Abbiamo avviato un tipo di laboratorio di scrittura on-line per tutti coloro che, pur avendo il desiderio di partecipare alle nostre officine, erano impossibilitati per motivi di luogo ed orari.
– I coordinatori e i collaboratori dei nostri laboratori sono aumentati e di conseguenza anche la possibilità di avviare più iniziative e ottimizzare i tempi.

Cosa ci è mancato?
– ci sono mancati (una mancanza sofferta e per certi versi mista a delusione) quei terremoti che negli anni precedenti partecipavano in maniera entusiasta, proponendo sempre nuove iniziative ed attività.
– ci è mancata la disponibilità di gran parte di quei centri che si definiscono ritrovi e punti di riferimento culturali, come le librerie, le quali pur conoscendo la nostra esistenza e consapevoli che solo noi, Terremoti di carta, in questa città siamo in grado di effettuare laboratori di scrittura, ormai di moda dappertutto, rimangono ancorate ad una politica di guadagni economici, che non investe sulla cultura e sulla possibilità di dare nuove prospettive a Messina e, di conseguenza, al proprio servizio commerciale e culturale.

Cosa intendiamo portare avanti nel prossimo anno?

– nuovi laboratori di scrittura e lettura per ragazzi di scuola media e scuola superiore e per adulti.

-animazione ludico-culturale per bambini

– laboratori di conversazione in lingua straniera attraverso opere letterarie, cinematografiche ed artistiche.

– laboratori di teatro per bambini

-seminari e conferenze

– un concorso letterario

Concludiamo augurandovi un 2011 pieno sicuramente di buone intenzioni, che si concretizzino in impegno e attività nuove e stimolanti e tante grandi soddisfazioni.

Felice Anno Nuovo

L’Associazione Culturale Terremoti di Carta