Carissimi, siamo lieti di annunciarvi che il 18 luglio 2011 alle ore 19:00, presso la libreria “Doralice”, si svolgerà la premiazione degli elaborati che hanno partecipato al 1° concorso letterario promosso dalla nostra associazione per la città di Messina e dal titolo “Messina non ha che la sua bellezza per difendersi”( citazione tratta dall’opera teatrale ” Non c’è domani” di Julien Green).
Non potevamo terminare le attività di questo anno sociale prima del tempo estivo, in un modo migliore: un altro passo avanti nell’obiettivo di promuovere l’arte per l’amicizia e l’amicizia per l’arte. Sponsor di questa premiazione sono la libreria ” Doralice” e l’azienda di produzione della “Moleskine”.
Alla premiazione sarà presente una nostra associata che, utilizzando la LIS (lingua italiana dei segni), “segnerà” per i non udenti.
Non mancate a questo speciale appuntamento.
I Terremoti di Carta
luglio 14th,2011
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Son sincera
non mi brigo se c’è l’eco nel mio frigo
e nemmeno un po’ mi dolgo se nel dirlo vi sconvolgo.
Cucinare non mi piace,
non ci provo, non mi arrangio,
non mi sforzo d’imparare,
ma mangiare, si che mangio.
Se ad un pranzo mi s’invita sono un’ospite gradita
io non faccio complimenti
se ho del cibo in mezzo ai denti.
Che sia rosso, verde o giallo
che sia bianco oppur marrone
l’importante è che sia buono e mi arrivi nel pancione.
Una cosa da gustare è un piacere sopraffino
che si scioglie nella bocca
poi mi esplode nella gola:
mi tormenta, mi delizia un boccone che mi appaga
mi solleva e un po’ mi sfizia ciò che posso immaginare o sognare di azzannare.
Per me il cibo è una passione
un piacere intenso e vivo
che mi scende dritto al cuore
dolce sia oppure amaro sento solo il suo sapore
e non voglio farne a meno se mi prende con languore.
Non è solo “ben mangiare”,
non si pensi, è un grande inganno
chi si accosta alla cucina non lo fa solo a suo danno.
Quanto amore
che poesia puoi trovare dentro a un piatto
c’è la cura e l’armonia della mano che l’ha fatto
per donare ai commensali un momento di bellezza
perché stare attorno a un desco è accoglienza, è tenerezza.
È nutrire, è consolare
è godere di qualcosa che qualcuno ha preparato
e puoi dire ch’è un peccato
solo s’è troppo salato.
Chi si mette tra i fornelli sente l’anima che vola
quando il tempo passa lento
sol sbattendo un paio d’uova.
Cosa grande è, l’assicuro,
e un bel giorno imparerò
entrerò in una cucina
e danzante ne uscirò.
maggio 18th,2011
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Carissimi Terremoti, sulla Gazzetta del Sud di oggi, alla pag.17, pagina della cultura, c’è un articolo di Chiara Gentile sul nostro concorso letterario. Vi invitiamo a leggerlo e a condividerlo. Potete anche trovarlo al seguente link:
http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=65133&Edizione=27&A=20110506
a presto
Nancy
maggio 6th,2011
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Mi ci sono voluti un po’ di tempo e un po’ di esperienze – non dico il tempo di tutta una vita e le esperienze di un giramondo – ma una ragionevole quantità dell’uno e delle altre, per scoprire, alla non più giovanile età di quarantasei anni, quali sono le occupazioni e le preoccupazioni più frequenti delle donne di ogni epoca e di ogni dove. La prima, il lamentarsi del freddo. La seconda, il bisogno di parlare (di cosa non importa o comunque è secondario). La terza (non per rilevanza): la costante paura d’ingrassare.
Nel momento in cui queste verità universali mi si sono manifestate, nella loro nuda e adamantina chiarezza, non ne ho ricercato subito i motivi, né ho desiderato che le cose stessero diversamente. E non perché la scoperta appena fatta avesse sconvolto le mie facoltà intellettuali e volitive – o almeno così mi è parso – ma proprio perché essa le aveva massimamente appagate.
Non altrimenti ci si avvede per la prima volta di qualcosa che in precedenza ci era sfuggito, allorché la vita ci fa dono di un varco inatteso nell’apparente e ingannevole regolarità dei fenomeni. E’ questo l’attimo magico che, nell’uomo di scienza, preluderà forse alla formulazione di una nuova e rivoluzionaria teoria, ma che, per l’intanto, di essa costituisce la condizione preliminare e necessaria, come quando si accese una luce nella mente di Newton al cader della mela e in quella di Archimede al debordare dell’acqua nella vasca.
Quanti e quali casi particolari mi fosse occorso di considerare, sarebbe prezioso il saperlo, qualora si potesse far piena luce sul lavorio mentale che presiede al sorgere dei ricordi, alla formulazione delle ipotesi, all’intuizione dei principi. Certo è che gli esempi concreti, dei quali son riuscito a divenir consapevole, non sono copiosi, né remoti nel tempo, ancorché è verosimile che in essi siano contenuti un valore e una pertinenza derivanti da numerosi e analoghi esempi, rimasti opachi alla rievocazione mnestica, di cui devo pur aver ottenuto nozione. Non diversamente è accaduto, nella storia della psicoanalisi, nel caso di quell’unico sogno, cosiddetto della “iniezione di Irma”, grazie al quale Freud ha illustrato, ancor prima a se stesso che al resto del mondo, i principali meccanismi sottostanti alla formazione del fenomeno onirico.
Ebbene si, deluderò il lettore arretrando di fronte al compito di spiegare la natura e le cause della triplice correlazione di sintomi da me rilevati, ma lascerò che l’impresa sia tentata da ben più alti ingegni, augurando loro la fortuna di cui presumo che abbiano bisogno.
Nondimeno, talora mi solletica la tentazione di ricercare, se non altro, qualche semplice nesso tra gli elementi della psicologia femminile, a prescindere da cimenti di più ampio respiro. Per esempio, non potrebbe vedersi, nell’eloquenza muliebre, la conseguenza di uno sbilancio termico, come a voler trasporre un potenziale batter di denti in un sovraordinato schema cognitivo e motorio di tipo verbale, nell’ambito dell’organizzazione neurologica gerarchica di jacksoniana memoria?
Può anche darsi, però, che le cose stiano diversamente, e che l’ottica più appropriata non sia quella organicista. Partendo dalla constatazione che i miei sono stati, fin qui, i pensieri di un uomo, e per di più non immuni da una venatura di maschilismo, potrebbe tornare opportuna qualche considerazione a proposito del rapporto tra i sessi, non disgiunta da un’assunzione di responsabilità da parte degli appartenenti al genere maschile. Se a rendere le donne loquaci è una sensazione di freddo, non potrebbe, quest’ultima, essere di origine affettiva? Al riguardo una mia personale rêverie mi suggerisce che, rivolgendoci tante parole, è come se le donne volessero ricordarci e ammonirci (finché siamo in tempo) circa i gravi pericoli cui è esposta la loro anima gentile, quando il legittimo bisogno di tenerezza e di calore viene frustrato da uomini indegni e senza cuore, che troppo spesso feriscono i sentimenti delle compagne, relegandole nel vuoto siderale della solitudine e condannandole a un’eterna e masochisticamente inconsapevole insoddisfazione nei confronti di se stesse.
Ma a questo punto sarà opportuno imprimere una diversa impostazione al discorso, per non scontentare la numerosa categoria di coloro che non hanno in simpatia le ipotesi di marca psicoanalitica e preferiscono il più solido terreno delle certezze scientifiche. Sapete, per tornare al punto di partenza, di che cosa ho arricchito, di recente, il bagaglio di saggezza da me allestito nel corso degli anni? Si tratta, niente meno, che della scoperta, fatta da un’èquipe di valenti psicologi sperimentali, dei tre assi portanti della psicologia maschile. Primo: la frequente e spudorata assunzione di un atteggiamento di superiorità nei confronti delle donne. Secondo: la connivenza cameratesca con cui gli uomini si lagnano dei presunti difetti femminili. Terzo: il concomitare delle suddette variabili con i momenti di maggior difficoltà e di più cupo smarrimento nelle strade della vita, non senza una costante correlazione con la mal dissimulata urgenza, che prorompe in tali momenti, di aggrapparsi alle gonne, alla benevolenza e alle conferme, che solo una qualche donna preselezionata può fornire, a un campione rappresentativo di uomini, in misura (mai) bastante e statisticamente significativa.
Francesco
maggio 3rd,2011
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Questo è il titolo della prima edizione del premio di narrativa e poesia e si inserisce tra le occasioni offerte dall’associazione per promuovere le esperienze creative, i tesori storici, culturali e artistici che Messina conserva. Obiettivo primario di questo premio è, dunque, onorare questa città attraverso i ricordi e l’esperienza di chi vi è nato, di chi vi ha vissuto, di chi l’ha vista solo “passando” per caso, di chi ha sentito raccontare della bellezza, delle gioie e dei dolori di questa città, un città che ha bisogno di risvegliarsi e ritrovare la sua dignità e grandezza, ma solo attraverso il contributo di ciascuno di noi. In allegato è possibile scaricare il regolamento ed il bando di concorso.
Nancy
Bando di Concorso
aprile 22nd,2011
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Si è concluso ieri sera un grande evento per la città di Messina: il primo salone del libro. Il successo di una iniziativa, organizzata in quattro mesi è stato davvero notevole. Ci ha riempito di orgoglio vedere il Palazzo della Cultura gremito di gente comune, incuriosita da tutto ciò che veniva proposto e di quegli “addetti ai lavori”, editori, librai, associazioni che tra di loro hanno avuto modo, non solo di vendere ma soprattutto di incontrarsi, interagire, scambiare indirizzi, idee, progetti. In tutto questo la nostra Associazione ha avuto una grande opportunità. La sala A del Palacultura si è arricchita non solo dei nostri soci ma anche di curiosi che passavano, osservavano, ascoltavano e… rimanevano per partecipare al nostro laboratorio. Due ore intense di officina di scrittura e lettura che ci hanno entusiasmato. I partecipanti ci hanno incoraggiato a proporre altre iniziative come questa perchè a Messina “un’esperienza come la nostra è difficile da trovare” e questo ci ha riempito di grande soddisfazione.
Ringraziamo ancora una volta Raffaele Lindia e Matilde Cannavò per averci permesso di promuovere le nostre officine. Al prossimo salone con nuove scosse!
Nancy
aprile 18th,2011
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Carissimi Terremoti, desidero comunicarvi alcuni eventi che ci vedranno coinvolti o semplicemente invitati tra il 14 e il 17 Aprile 2011. Andiamo per ordine:
- 14-15-16 Aprile: 8°Convegno Nazionale sulla letteratura della Federazione BombaCarta. Si terrà a Reggio Calabria come ogni anno e siamo tutti invitati a parteciparvi. E’ ovvio che ciascuno di noi abbia i suoi impegni e per questo motivo non sia possibile partecipare a tutti e tre i giorni, ma sarebbe opportuno garantire la presenza di uno o due membri dell’Associazione Terremoti di Carta almeno il giovedì e il venerdì. E’ un momento che vede riuniti tutti i rappresentanti delle associazioni, come la nostra, che in questi anni hanno abbracciato il manifesto e lo stile di Bombacarta. In allegato vi riinvio il programma.
-15 aprile: Tavola Rotonda “Il diritto delle persone sorde e il ruolo civico delle forze dell’ordine”, organizzato dall’AAPL, di cui la nostra cara associata Maria Rosa è responsabile, presso il salone delle Bandiere di Palazzo Zanca. Maria Rosa ha già pubblicizzato l’evento e sappiamo che tiene molto alla nostra presenza. Cerchiamo di partecipare anche a questo appuntamento per mostrare la nostra solidarietà a lei, alla AAPL e al preziosissimo servizio che la sua associazione svolge non solo per i non udenti ma per tutti coloro che si avvicinano a questa realtà.
- 17 Aprile: 1° Salone del Libro di Messina. Ebbene si! Terremoti di carta ha avuto la grande possibilità di inserirsi nella programmazione di una tre giorni che avrà inizio il 15 e si concluderà il 17 aprile. Domenica pomeriggio organizzeremo un laboratorio di scrittura aperto a tutti ma i protagonisti sarete voi. Sarà un altro momento ( dopo quello natalizio e quello della notte della cultura del 12 febbraio) in cui si ritroveranno tutti i laboratori riuniti e avremo modo di condividere le nostre esperienze. Il laboratorio è gratuito e si terrà nella Sala A, dalle 17,00 alle 19,00. Data l’importanza dell’evento vi preghiamo di confermare la vostra presenza.
La carne al fuoco è parecchia e di questo possiamo solo essere grati perché i sacrifici di coordina e porta avanti questa realtà, vede con grande orgoglio e soddisfazione che la nostra associazione cresce davvero bene, ma senza la presenza, la corresponsabilità e il senso di appartenenza di ciascuno di voi, l’associazione non avrebbe alcun valore e significato.
Buone scosse a tutti
Nancy
aprile 6th,2011
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L’incontro di venerdì 18 febbraio è stato dedicato al verbo “Ricordare”.
Siamo partiti dall’analisi dell’editoriale di Antonio Spadaro per Bombacarta del mese di Febbraio, il quale critica l’interpretazione del ricordo e della memoria data da Cesare Pavese ne “Il mestiere di vivere”.
Infatti, sostiene Spadaro, se Pavese, da scrittore grande qual è, coglie nel reale una trama che si risveglia nella coscienza dell’uomo e la descrive e la interpreta alla luce di un passato irraggiungibile ma sempre attivo, quello dell’infanzia, tuttavia egli non riesce a comprenderne la portata della sua attualità.
Il passo — decisivo — che egli non riesce a compiere è quello di riconoscere nell’infanzia non solamente una valenza di passato, ma anche una potenza di futuro. Pavese sembra incapace di riconoscere che la condizione aurorale dell’infanzia non è solamente terra a cui far ritorno per capire la realtà e luogo in cui trovare rifugio, ma condizione stessa dell’esperienza del mistero del reale, possibilità di una conoscenza intesa come “prima volta”. Noi ricordiamo le cose che vivono in un modo o in un altro. L’importante è che questa loro vita non appanni la vita, il futuro, il progetto che adesso facciamo della nostra vita, ma li vivifichi con una sovrabbondanza di senso.
E’ chiaro come una simile interpretazione del ricordare sia fondata sul “rammentare”, “riportare alla mente”. “Ricordare” ha, però, altri significati: “ricordare” come avvertimento (il comandamento biblico “Ricordati di santificare le feste”), “ricordare” come commemorare (“il 17 marzo si ricorda l’Unità d’Italia”), “ricordare” come “rassomigliare” (“Mi ricordi tuo padre…”).
Quale significato di “ricordare” avremo privilegiato nelle nostre scelte letterarie di questa settimana?
Lara compie un breve excursus citando i testi di alcune canzoni: in primo luogo c’è “Ricordare” musicata da Ennio Morricone, nella colonna sonora del film di Giuseppe Tornatore “Una pura formalità”, e che viene anche riascoltata nell’interpretazione dei La Crus:
Ricordare, ricordare
è come un po’ morire
tu adesso lo sai
perché tutto ritorna
anche se non vuoi.
E scordare, e scordare
è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare.
Ricordare, ricordare
come un tuffo in fondo al mare
Ricordare, ricordare
quel che c’è da cancellare.
E scordare e scordare
è che perdi cose care
e scordare e scordare
finiranno gioie rare.
E scordare e scordare
è che perdi cose care.
Ricordare, ricordare
è come un po’ morire
tu adesso lo sai
perché tutto ritorna
anche se non vuoi.
E scordare, e scordare
è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare.
Ricordare, ricordare
come un tuffo in fondo al mare
Ricordare, ricordare
quel che c’è da cancellare.
E scordare e scordare
è che perdi cose care
e scordare e scordare
finiranno gioie rare.
E poi, tra altre canzoni ispirate dal ricordo e dal ricordare, ci sono:“Montagne Verdi” di Marcella (“Mi ricordo montagne verdi, e le corse di una bambina, con l’amico mio più sincero, un coniglio dal muso nero”); “Un anno d’amore” di Mina (“Ricorderai, i tuoi giorni felici, ricorderai, tutti quanti i miei baci, e capirai in un solo momento, cosa vuol dire un anno d’amore”); “Ricordati di me” di Antonello Venditti (“Ricordati di me, questa sera che non hai da fare, e tutta la città è allagata da questo temporale”); “Ed ero contentissimo” di Tiziano Ferro (“In fondo eri contentissima, quando guardando Amsterdam non ti importava della pioggia che cadeva … solo una candela era bellissima e il ricordo del ricordo che ci suggeriva che comunque tardi o prima ti dirò che ero contentissimo ma non te l’ho mai detto che chiedevo Dio ancora”); “Ricordi” dei giovanissimi Finley “Ricordi di un anno momenti che ti lasciano un sorriso. No, non svaniranno mai resteranno sempre i tuoi, [soltanto tuoi]”; “I’ll remember” di Madonna (“And I’ll remember the love that you gave me, Now that I’m standing on my own, I’ll remember the way that you changed me, I’ll remember”). Vengono menzionati anche un aforisma di Vasco Rossi, secondo cui: Dimenticare è facile: basta non ricordare, e un docu-film che vede come protagonista Marcello Mastroianni, poco prima della sua scomparsa, dal titolo “Mi ricordo, si mi ricordo”.
Da ultimo, la citazione letteraria è per “Le ricordanze” di Leopardi; vengono proposti i versi che rientrano nella seconda parte dell’elegia, dedicata al passato e alla giovinezza dell’autore:
Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per sé; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
E’ il “suon dell’ora” a richiamare l’insieme delle immagini ora interiorizzate e rivissute. La memoria agisce enfatizzando l’intensità dei ricordi, riproducendoli nitidi e circondati di tutta la ricchezza di emozioni che sono capaci ancora di condensare attorno a loro. Il ricordo è dunque dolce per sé ma “con dolor sottentra il pensier del presente”. Se luoghi e situazioni, oggetto della percezione, sono capaci di rievocare il passato, la ragione agisce anch’essa in profondità ed impedisce di rivivere l’incanto dell’illusione giovanile. Emerge drammatico il contrasto tra passato e presente, soprattutto come contrasto tra forme psicologiche e disposizioni fondamentali dell’animo, tra loro irriducibili.
Rosina, evidenzia come il ricordare comporti inevitabilmente sofferenza e il dover ripercorrere un vissuto emozionale che può essere non facile. Ci menziona, però, le canzoni di Fabio Concato “Ti ricordo ancora”, e di Roberto Soffici, “Dimenticare”, quale antitesi a “ricordare”.
“Ricordare” ha anche un significato positivo: in “Conversazioni con Dio”, di Neale Donald Walsh si dice che noi ci ricordiamo ciò che siamo, poiché siamo esseri divini, “pezzetti di Dio che camminano”. Ogni cosa che compiamo è il ricordo di ciò che abbiamo già sperimentato.
Infine, Rosina cita una frase dal film “Voglia di tenerezza”: “10 anni dopo ricordò quegli occhi verdi e per tutto il pomeriggio fu assillato dalla sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, sbagliato, sbagliato”. Ancora una volta, il ricordo è sofferenza.
Cettina afferma che il ricordo provoca nostalgia. Più che proporre dei testi che abbiano ad oggetto il ricordare, ci propone dei libri che le hanno suscitato dei ricordi:
1) “La bocca più di tutto mi piaceva” di Nadia Fusini (studiosa di teatro elisabettiano, scrittrice e traduttrice) narra di una “bambina selvatica”, profondamente affezionata al padre, che si trova a fare i conti con gravi difficoltà. I ricordi personali sono inframmezzati alla storia della protagonista.
2) “La lettera d’amore” di Cathleen Schine, viene proposto alla nostra attenzione per l’impressione positiva che suscitò al momento della lettura e che Cettina ricorda tuttora. Una libraia riceve una lettera. “Stanotte ho buttato il libro dalla finestra, ho provato a dimenticare”, dice la missiva. Chi l’ha scritta? Il finale sarà a sorpresa per un libro che ha i toni del giallo
3) In “Aveva piovuto tutta la domenica” di Philippe Delerm (autore del celebre “La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita”), vi è la descrizione di Parigi da parte del protagonista. Dalla lettura di un brano si evince la nostalgia e la solitudine dello stesso, che decide di acquistare un telefonino (attraverso cui avviene “Una magia: non si dà importanza, si dà esistenza”) per chiamare, alla fine il servizio meteorologico!
Gioacchina legge un brano da “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery in cui Paloma, la piccola protagonista racconta il giorno in cui la nonna venne condotta all’ospizio. “La nonna mi sembra sistemata bene. Per il resto affrettiamoci a dimenticare tutto velocemente” dice Colombe, la sorella di Paloma. E invece no. In antitesi con quanto appena detto, Paloma sottolinea che “Non bisogna dimenticare i vecchi […]. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici ti dimenticano […]”. La vita passa in fretta: ricordare, in questo caso è un antidoto, un ammonimento a noi che temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente.
Antonella cita la poesia “Alla luna” di Leopardi
O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!
e le ultime pagine del romanzo “Il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli, già vincitore del Premio Strega nel 2004 In cui si descrive lo stato d’animo di Annina, che ripensa alla sua vita mentre intorno a lei si svolge il trambusto della famiglia. La circondano le tombe in cui riposano i familiari di cui non ricorda nemmeno il nome. “L’Annina all’improvviso ricordò e la forza di quella rivelazione la colpì così intensamente che dovette appoggiarsi …. L’Annina ricordava con chiarezza di avere vissuto”. Da questo breve inciso è chiaro come i ricordi facciano parte della vita, e la vita stessa è vissuta in funzione del ricordo.
“Il dolore perfetto” è un romanzo dalla ricca trama emozionale e in cui la densità dei personaggi e delle loro storie ben si accompagna ad un’altra saga familiare proposta da Rosa: “Cent’anni di solitudine” Gabriel Garcia Marquez.
Nella lettura Rosa contrappone l’inizio e la fine del romanzo. All’inizio, di fronte al plotone di esecuzione, Aureliano Buendia ricorda e inizia la lunga narrazione relativa alla saga della famiglia, fino alla poderosa ed epica conclusione del romanzo in cui Aureliano “ dimentica…”.
Il ricordo, nel contributo proposto viene inteso come memoria e mezzo per tramandare il passato alle future generazioni.
Alessandro avanza un paragone con un altro celebre romanzo familiare, “I Buddenbrook” di Thomas Mann.
La tematica del ricordo e della memoria come chiave per interpretare i legami familiari è alla base di un altro intervento di Cettina, che cita Daniella Conti e “Le costellazioni familiari”: gli avi trasmettono ai discendenti parte delle proprie caratteristiche e della propria energia. Ecco perché ricordare gli episodi gravi di una famiglia è importante, perché le cose non dette prima o poi riemergono. Ricordare, perciò, deve intendersi come un processo di trasmissione, per scoprire ciò che è avvenuto secoli addietro nella famiglia e che fa parte della sua storia.
Alessandro propone il racconto “I linguaggi del bosco” tratto da “Le pietre di Pantalica” di Vincenzo Consolo. Il protagonista osserva due fotografie del 1938 e risale con la memoria al periodo della sua infanzia in cui, convalescente, viene condotto al Bosco della Miraglia. E’ in questo periodo che egli conosce due sorelle: Eleonora e Amalia: la prima è ordinata e precisa; la seconda energica, selvatica e solitaria, viene scelta come compagna di giochi dal protagonista. È lei a dare nomi a luoghi, elementi; conosceva linguaggi del bosco con cui comunicava con gli animali, dialetti diversi per parlare con le persone, ed è proprio Amalia a lasciare impressa nella memoria del protagonista la sua faccia al momento del congedo.
“Terra matta” di Vincenzo Rabito, è un libro dalla storia peculiare, definito una sorta di “Gattopardo popolare”. Scritto da un semianalfabeta con una vecchia macchina da scrivere nel corso di 7 anni (ben 1127 pagine ad interlinea 0, ritrovate da uno dei figli a distanza di anni dalla morte del padre), in esso è contenuto uno spaccato della storia d’Italia nel corso di più di mezzo secolo.
Per concludere, Loredana cita delle liriche (“A Silvia” di Leopardi, sul tema della rimembranza, e “Daffodils” di Wordsworth, in cui il ricordo dei narcisi accompagna la meditazione del poeta) e propone due contributi in prosa.
In “Viaggio in Sicilia” di Goethe c’è la descrizione dell’arrivo a Palermo, della memoria gioiosa ed allegra del viaggio. Si racconta di un colpo d’occhio felice della città, l’accoglienza riservata dall’albergatore, la descrizione della passeggiata a mare alla sera, la vita notturna e viene effettuato un confronto con Napoli.
Anche in “Bagheria” di Dacia Maraini c’è il ricordo della città di Palermo, osservata per la prima volta dal mare, nel 1947. La commozione del viaggio ritorna nei ricordi dell’autrice a distanza di tanti anni: perché non ne ha scritto prima, è il suo interrogativo? E’ curioso come i ricordi investano anche il cibo (ed è un tripudio di sarde a beccafico, melanzane alla quaglia, gelatina di pistacchio, minne di Sant’Agata…).
Alla fine ci si interroga sul significato che ci sentiamo di attribuire al verbo ricordare: memoria o spinta per il futuro? Sembreremmo tutti concordi sul fatto che i ricordi fanno parte di noi e non se ne vanno… ma c’è ancora Montale a dire l’ultima parola, con dei versi tratti dalla poesia “La casa dei doganieri”, da“Le occasioni”:
….la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana….
Arrivederci alla prossima settimana con “pregare”.
Lara
marzo 20th,2011
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Se volete inserire i vostri lavori sul sito dovete:
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Spero che funzioni… ;-)
Francesca
marzo 15th,2011
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di Alda Merini
C’è un regno tutto tuo
che abito la notte
e le donne che stanno lì con te
son tante, amica mia,
sono enigmi di dolore
…che noi uomini non scioglieremo mai.
Come bruciano le lacrime
come sembrano infinite
nessuno vede le ferite
che portate dentro voi.
Nella pioggia di Dio
qualche volta si annega
ma si puliscono i ricordi
prima che sia troppo tardi.
Guarda il sole quando scende
ed accende d’oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole.
E se passa il temporale
siete giunchi ed il vento vi piega
ancor più forti voi delle querce e poi
anche il male non può farvi del male.
Una stampella d’oro
per arrivare al cielo
le donne inseguono l’amore.
Qualche volta, amica mia,
ti sembra quasi di volare
ma gli uomini non sono angeli.
Voi piangete al loro posto
per questo vi hanno scelto
e nascondete il volto
perché il dolore splende.
Un mistero che mai
riusciremo a capire
se nella vita ci si perde
non finirà la musica.
Guarda il sole quando scende
ed accende d’oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole
dopo il buio ancora il sole.
E se passa il temporale
siete prime a ritrovare la voce
sempre regine voi
luce e inferno e poi
anche il male non può farvi del male.
marzo 8th,2011
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donne |
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Il laboratorio di lettura consapevole del giorno 18 febbraio 2011 è stato dedicato al verbo “aprire”.
Una breve introduzione da parte di Lara richiama vari significati di “aprire” e dell’aggettivo/participio “aperto” in diversi ambiti.
Innanzitutto nel gioco: negli scacchi, il termine apertura indica la prima fase della partita, quando tutti i pezzi sono presenti sulla scacchiera ed i guadagni di spazio, posizione e pezzi determineranno in maniera significativa lo sviluppo del gioco e lo svolgimento della partita nel suo complesso.
Poi, in musica classica, dove con ouverture si intende un brano musicale che introduce un’opera lirica, o, più in generale, una qualunque composizione musicale non legata ad alcun programma. Le ouvertures sono costituite da un movimento veloce, frequentemente senza una sezione di sviluppo, ma alcune volte sostituendo ad essa un episodio melodico in tempo lento: viene proposto l’ascolto dell’ouverture da “La forza del destino” di Giuseppe Verdi.
Parlando di musica leggera, si rende omaggio al Festival di Sanremo, in corso di svolgimento, proponendo le note della canzone scritta da Pichi e Panzuti che trionfò nel 1956, “Aprite le finestre”, nell’interpretazione di Claudio Villa: “Aprite le finestre al nuovo sole, è primavera, è primavera. Lasciate entrare un poco d’aria pura con il profumo dei giardini e i prati in fior. Aprite le finestre ai nuovi sogni, bambine belle, innamorate. E forse il più bel sogno che sognate, sarà domani la felicita! Aprite le finestre al nuovo sole è primavera festa dell’amor. Aprite le finestre al nuovo sol!”. Ad un messaggio così gioioso e speranzoso si contrappone il fatalismo di Max Gazzè, in un brano più recente, “Se piove”: “ma soprattutto se piove non aprire l’ombrello, aspetta il tuo giorno di sole non puoi fare di meglio”; aprire l’ombrello è il rimedio ai piccoli grandi guai, ma l’invito è quello di lasciar stare ed accettare le contrarietà.
Nel cinema, “aprire” assume diverse connotazioni: all’imperativo, l’espressione “Non aprite quella porta” è presaga di sventure nel terrificante horror che narra del massacro di cinque ragazzi texani a colpi di sega elettrica ad opera del mostro Leatherface (e dire che, nella versione originale, il titolo, molto più cronachistico, del film è “The Texas Chainsaw Massacre”); Apri gli occhi, film di Alejandro Amenabar, che pochi anni dopo la sua uscita vide un remake hollywoodiano dal titoli Vanilla Sky, è l’invito ad uscire dalla dimensione onirica in cui il protagonista vive a sua insaputa. Infine Roma città aperta, film che celebra la liberazione e annuncia un’epoca impegnativa di ristrettezze e ricostruzione.
In letteratura, sono frequenti i testi che invitano all’apertura e al rinnovamento: ad esempio, il libro del Dalai Lama “La via dell’amore. Aprire il cuore e la mente per raggiungere la saggezza e l’illuminazione”, in cui si suggerisce come tradurre l’energia che ognuno di noi dedica a se stesso in una forma di compassione, gentilezza e amore rivolti agli altri. “Le persone stupide ed egoiste pensano sempre a sé, e la conseguenza è immancabilmente negativa” afferma il Dalai Lama “Le persone sagge, invece, pensano agli altri, aiutandoli il più possibile, e la conseguenza è la felicità. Se sei gentile con gli altri, la tua mente e il tuo cuore si apriranno alla pace”. E’ un libro che, riproponendo le parole della presentazione, avvicina il nostro cuore e la nostra mente all’esperienza di un amore illimitato, trasformando tutte le relazioni di cui è fatta la nostra esistenza, e che guida verso la saggezza e l’illuminazione.
La valenza negativa di “aprire” risalta, però, quando si pensa ad una piaga, ad una ferita aperta. “Una ferita aperta” è il titolo del libro di Renzo Rocca e Giorgio Stendoro, che narra l’abuso infantile con lessico crudo ed emozionante. Nella presentazione del volume, si afferma che leggere questo romanzo sia come “aprire il vaso di Pandora”: si aprono gli occhi su problemi per molto tempo rimasti nascosti, che non è possibile tornare a celare; ma, come nel mito greco, sul fondo del vaso rimane la Speranza.
Altri significati di “aprire”, e del participio passato/aggettivo “aperto” lasciati alla riflessione individuale sono “aprire un’attività commerciale”, “aprire le danze”, “aprire il dibattito”, “aprire una discussione”, “lasciare uno spiraglio aperto”, “aprire un pacco”, “aprire il vaso di Pandora”, “un carattere aperto”, “a viso aperto”, “aprire il cuore a qualcuno”. Su questa ultima citazione, le note di “Open your heart” di Madonna chiudono l’introduzione.
Rosina prende la parola proponendo il ritornello di una canzone di Ron, “apri le braccia e poi vola …”, e leggendoci un brano tratto dalla seconda parte de “La storia infinita” di Michael Ende. Nel passo selezionato, Bastiano arriva a Fantasia e incontra Graograman, la morte multicolore sotto le spoglie di un leone. Il personaggio è catapultato nel labirinto delle mille porte, da cui si può uscire solo se si è guidati da un grande desiderio. Bastiano trova dinanzi a sé, una dietro l’altra, una sequela di porte. Ogni porta che si apre, dietro di sé cela almeno due altre porte, di forma, dimensioni e materiali diversi. Le parole di Graograman guidano il protagonista: se è vero che si esce dal labirinto solo se guidati dal proprio desiderio, è quest’ultimo che occorre saper riconoscere e seguire. Bastiano ammette a se stesso che il suo desiderio è rivedere Atreju: il suo percorso, e la scelta delle porte da aprire volta per volta sarà guidata dagli elementi che richiamano Atreju (il cuoio marrone dello zaino dell’amico guerriero, il verde della foresta dove vive, etc.). Alla fine, Bastiano apre l’ultima porta e si ritrova all’aperto, fuori dal labirinto, da cui è uscito grazie alla guida ricevuta dal suo desiderio: è sintomatico come, in un brano che è centrato su un continuo aprirsi di porte come passaggio da una fase all’altra, il verbo aprire compaia solo alla fine.
Loredana propone un brano tratto da “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll. Dopo la caduta, Alice rincorre il Bianconiglio e finisce con il trovarsi dinanzi a tante porte. Come fare per uscire all’aperto, dato che dispone di una sola chiavetta d’oro che apre la porta più piccola, dalla quale non riesce certamente a passare? È la magia ad aiutare Alice che beve una pozione e diviene piccola piccola, in modo tale da poter proseguire il suo cammino.
Loredana propone anche un suggestivo verso dalla poesia di Giovanni Pascoli “La mia sera”: “che pace la sera, si devono aprire le stelle nel cielo sì tenero e vivo”.
Alessandro menziona la fiaba di Charles Perrault “Barbablù”, e l’imperativo categorico a “non aprire quella porta” (un richiamo cinematografico alle brutte sorprese e gli spaventosi segreti celati dietro una porta, per cui l’apertura ha valenza negativa?).
Riporta, poi, un insolito racconto di Primo Levi, dal titolo “Cara mamma”, in cui si narra dell’apertura di un pacco. Un soldato romano, originario della Val di Susa, e di stanza nel Vallo di Adriano scrive una lettera alla madre. Il pacco in cui si trova la lettera viene aperto dopo 2000 anni, rivelando un mondo intero. La lettera descrive usi e costumi del luogo in cui si trova il soldato, la sua vita quotidiana, le sue aspettative: tutti noi presenti concordiamo sull’eccezionale attualità del messaggio anche a distanza di duemila anni dal suo invio.
Cettina ci propone una lettura metaforica del verbo “aprire”: “aprire” significa “iniziare”, intraprendere una strada nuova, e cita due libri che, seppur diversamente, tragicamente il primo, e con bonomia il secondo, descrivono l’inizio di una fase di rinnovamento della vita.
In “Creatura di sabbia” di Tahar Ben Jelloun si narra della vita e del destino della settima figlia di una famiglia orientale tradizionalista: alla fanciulla, nata dopo che le attese erano per un figlio maschio, viene imposta un’identità maschile, tenuta segreta alle altre sorelle. La ragazza accumula rabbia e frustrazione, e prevarica le altre sorelle, che non sospettano della sua identità femminile finché, venute a conoscenza dell’inganno, la rinchiudono in un carcere privato, la torturano e la sottopongono alla mutilazione genitale. La tragedia incombente sulla protagonista è rivelata dall’apertura della porta della prigione dove è rinchiusa: non è l’annuncio di una libertà riconquistata, ma il preludio di qualcosa di terribile.
In “Una quasi eternità” di Antonella Moscati, booklet filosofico e spassoso sulla menopausa, si descrivono diversi crolli nella vita di una donna, all’età di 40 e 45 anni, e si lancia l’invito a ricominciare, rinnovarsi, aprire il cuore e la mente a nuove fasi della vita.
Cettina, infine, cita un altro libro, “Prendi la vita nelle tue mani” di Wayne W. Dyer, esperto in counselling educativo e speaker in materia di sviluppo personale, il cui sottotitolo è “come crearsi il proprio destino senza farsi influenzare da nessuno”, libro da cui possono trarsi suggerimenti per aprire la vita ad un rinnovamento. Come dice l’autore, “La vita di ogni uomo è un bene a sé stante e irripetibile. E siccome è l’unica vita di cui disponiamo, ne consegue che è troppo preziosa per consentire che altri ce la sciupino a proprio vantaggio.”
Graziella legge una poesia di Giuseppe Ungaretti dal titolo “ Nascita d’aurora”, tratta da “Sentimento del tempo”, raccolta del 1925. Lo stile è elegante e squisito, e così in antitesi con i versi scabri del poeta della guerra e della distruzione.
Nel suo docile manto e nell’aureola,
Dal seno, fuggitiva,
Deridendo, e pare inviti,
Un fiore di pallida brave
Si toglie e getta, la nubile notte.
E’ l’ora che disgiunge il primo chiaro
Dall’ultimo tremore.
Dal cielo all’orlo, il gorgo livida apre.
Con dita smeraldine
Ambigui moti tessono
Un lino.
E d’oro le ombre, tacitando alacri
Inconsapevoli sospiri,
I solchi mutano in labili rivi.
Sempre Graziella suggerisce un’altra poesia di Ungaretti, dal titolo “Aprile”:
E’ oggi la prima volta
Che le può aprire gli occhi,
L’adolescente.
Esiti, sole?
Con brama schiva la bendi d’affanni.
Patrizia non propone un brano di letteratura, musica o teatro, ma una semplice espressione: “aprire il sipario”. Una volta che l’incanto si è realizzato gli attori possono donare il mistero dell’affabulazione e il pubblico può riceverlo. In una lettura più ampia, che rinvia al teatro greco, si apre la trasmissione della conoscenza tra attori e spettatori discenti.
Antonella condivide una miscellanea di poesie: tra queste vi sono la poesia di Pascoli “La mia sera” già menzionata da Loredana e la poesia “Io non vorrei” di Giorgio Colli, in cui spicca il verso “cuore aperto per consolare ogni fratello triste”.
Un incontro aperto dalle note dell’ouverture di Verdi, con diverse citazioni alla musica leggera e all’armonia dei versi, non può che chiudersi con un altro brano musicale: è Rosa a farci ascoltare “Apri il cuore” di Adriano Celentano, in cui l’apertura del cuore è un invito alla sincerità.
A quali conclusioni siamo giunti dopo l’incontro? Contrariamente alle diverse chiavi di lettura proposte per il verbo “aprire”, l’orientamento del gruppo è stato per una interpretazione del verbo “aprire” nel suo significato più emozionale, di rinnovamento e rinascita: salvo poche eccezioni, abbiamo osservato lo stupore della Natura quando si apre il giorno, con l’Aurora, e quando scende la Sera e compaiono, “si aprono” le prime stelle in cielo. Aprire le porte rappresenta una sfida da vincere con intuito e perspicacia, avendo chiari in mente gli obiettivi.
E anche noi, consapevoli delle nostre possibilità siamo ora aperti a nuovi obiettivi e traguardi: mancano solamente pochi incontri al termine del corso di scrittura.
Perché non aprire il calendario del corso stabilendo di vederci di tanto in tanto per lezioni o seminari di approfondimento e per condividere pensieri e parole?
Perché, poi, grazie alle indicazioni che si traggono nell’ambito degli incontri di lettura consapevole, non creare un “angolo dello scambialibro”, in cui mettere a disposizione, per la settimana successiva all’incontro, i testi che vengono proposti nel corso del laboratorio? Le idee ci sono … e noi siamo aperti ad ogni nuova proposta!
Lara
febbraio 22nd,2011
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Nel corso della giornata era spuntato il sole e la neve si era sciolta in acqua sporca. Rivoletti di acqua scorrevano sulla finestrella bassa che dava sul retro. Le macchine passavano frusciando sulla strada. Si stava facendo buio, dentro e fuori. Lui era in camera da letto e riempiva la valigia di vestiti quando lei apparve sulla soglia. Percorse i pochi metri che la separavano dalla finestra e si piegò sulle ginocchia appoggiandosi allo stretto davanzale, concentrata a guardare l’albero che protendeva verso di lei i rami ancora gocciolanti, pesanti di pioggia. Abbassò il viso e si girò verso di lui. Lo osservò a lungo senza parlare, mentre andava ai cassetti e li svuotava di ogni cosa per non lasciare nulla, assolutamente nulla dietro di sé. Anche lei desiderava che tutto finisse presto, era così stanca, esausta, ma temeva non avrebbe potuto sottrarsi ad un confronto e di quello non aveva nessuna voglia.
Il rumore della cerniera che veniva chiusa la riportò in quella stanza, all’uomo davanti a lei, a quel volto da cui era scomparsa qualsiasi traccia di sorriso, insieme alle parole; era un addio scritto da tanto tempo, ma lei stentava ancora a crederci, e da giorni lottava con uno strano sollievo, profondo e liberatorio. Si odiava per questo, ma allo stesso tempo non poteva fare a meno di provare quello che provava. Cinque anni della sua vita andati in fumo, una bugia dietro l’altra raccontata a se stessa nel disperato tentativo di non ammettere un fallimento così grande, e alla fine la verità alla quale si era arresa, sorpresa, scossa, stordita. Le era costata lacrime e notti in bianco e non le aveva lasciato scelta, stavolta non le era stato possibile ignorarla, ma alla fine era stato meglio così. E lo doveva a lui.
Un lieve sorriso dolceamaro le increspò le labbra al ricordo di quella sera, una delle tante “ a lume di Tv”, desolante e silenziosa come sempre senza un perché, una ragione che spiegasse come mai avevano smesso di parlare, quand’era successo, chi dei due era stato il primo a non voler più. Quante inutili domande dettate solo dal bisogno di aggrapparsi a qualcosa, un filo esilissimo d’illusione che la salvasse dal baratro, dalla paura di perdere tutto, anche se stessa.
Si staccò dalla finestra e si avvicinò al letto, lui stava sollevando la valigia per portarla di sotto insieme alle altre. Lui, il suo compagno, l’uomo che amava: lo amava davvero? Aveva respirato troppo a lungo quel misto di stanchezza e banalità che condiva ogni minuto passato assieme, per troppo tempo aveva smesso di vederlo, di pensare a lui, era diventato ovvio, persino trasparente. Anche per questo lui l’aveva sorpresa, quella sera tra le tante tutte uguali, inchiodandola alla sedia incapace di muoversi, di pensare. Era rimasta a testa bassa per un tempo interminabile, gli occhi affondati nel piatto, il cuore stretto in una morsa. Da quell’istante non era più stato possibile tornare indietro.
« Non possiamo continuare così… »L’aveva detto d’un fiato, quasi temendo che se avesse pronunciato ogni singola parola lei l’avrebbe fermato, negando tutto, facendogli credere ancora che si era sbagliato, che tra loro andava bene, sempre bene. E invece lui lo sapeva che quel silenzio li stava divorando, e l’aveva costretta a riconoscerlo, a farlo risuonare, rimbalzare dall’una all’altra, farsi attraversare dal suo alito gelido. Lei non aveva risposto, e quando aveva sollevato lo sguardo era lontana, mentre gli occhi di lui le erano incollati addosso e scrutavano ogni suo più piccolo movimento. Non aveva risposto, non c’era riuscita, né quella sera né i giorni seguenti, aveva evitato d’incontrarlo, di trovarsi nella stessa stanza con lui anche per un solo instante. Come avrebbe voluto non averlo fatto ora, mentre cercava i suoi bellissimi occhi azzurri che le sfuggivano, consapevole che li stava guardando forse per l’ultima volta, ora che non avrebbe più saputo farne a meno.
- Hai bisogno di una mano con le valigie? -
- No, ti ringrazio, ho l’auto qui fuori, in un attimo avrò sistemato tutto. -
- Ti prego, non farlo. -
- Fare cosa scusa – la guardò quasi risentito – non credo di capire. –
- Chiudermi fuori così, tenermi a distanza. Sei già lontano da qui, non sono più una parte della tua vita ma immagino di doverlo accettare, vero? Dal tuo punto di vista ho sbagliato io, su tutta la linea e non posso essere perdonata né pretendere nulla, neanche cercare di parlarti, di essere ascoltata visto che ho bisogno di dirti…
- Adesso, hai bisogno ADESSO di dirmi qualcosa? Non credi sia un po’ tardi? Sei incredibile – e soffocò un gesto di stizza voltandole le spalle. Non riusciva a guardarla, il suo volto era per lui un’immagine insopportabile.
- Credi che per me sia stato facile, che abbia solo aspettato di vederti andar via per liberarmi finalmente di te? Credi che non m’importi nulla, che in fondo tu m’abbia fatto solo un piacere? Per me non svanirà così quello che provo per te, l’amore che ci tiene ancora insieme. Puoi crederlo se ti fa sentire meglio, se servirà a farti uscire da quella porta senza rimpiangere nulla di ciò che stiamo perdendo, ma finché esisterà la più piccola possibilità di farti capire cosa sono stati questi anni e le ultime settimane per me io la sfrutterò, e farò di tutto perché tu mi ascolti.
Gli occhi di lui erano fissi in quelli di lei, l’espressione immobile, non un solo gesto a sottolineare il valore di quelle frasi, le aveva sentite posarsi piano sul cuore e ne era stato felice, ma le aveva subito cancellate. Se le avesse lasciate lì solo qualche secondo in più ci si sarebbe aggrappato con la forza della disperazione, e non poteva permettersi qualcosa che in passato gli era costata troppo cara. Afferrò saldamente il manico della valigia e uscì dalla stanza diretto verso le scale. Lei emise un sospiro, scosse il capo, sapeva che sarebbe stata dura, ma ora vedeva un muro davanti a sé e non era tanto sicura che tentare di abbatterlo sarebbe servito a qualcosa. Camminava a passi lenti, trascinando i piedi, ma lui non accennava a fermarsi e allora affrettò il passo per raggiungerlo, per trattenerlo in tutti i modi.
- Non farlo, ti prego fermati, aiutami a dare un senso alla nostra storia, non lasciarla finire così come se niente fosse stato.
Lo guardò e nei suoi occhi lesse una preghiera. La stava implorando di lasciarlo andare, di non chiedergli più nulla, di non costringerlo ad assistere ancora, non lo avrebbe sopportato.
- Pensavo sarebbe stato più facile ma mi sta spezzando il cuore. Non riesco a rinunciare così, ascoltami!
- Non ce la faccio, ma perché non riesci a capirlo! Non hai fatto nulla per aiutarmi a difendere quello che avevamo, ti sei arresa senza lottare, hai rinunciato a me senza preoccuparti di ciò che provavo, che provo, di quanto ti amo. Ed ora che sono ad un passo da quella porta mi sento svuotato e solo, ma nemmeno di questo t’importa vero?
- E invece ti sbagli ed è quello che continuo a ripeterti, che m’importa moltissimo di te, del nostro rapporto e di ciò che potremmo ancora avere, e sono qui per dimostrartelo. Lo so che non ti ho dato altra scelta ma non ero in grado di vedere ciò che invece ora so così chiaramente dentro di me. Ora so che stavo per rinunciare a qualcosa di grande che probabilmente non avrei più ritrovato dopo di te, e l’ho fatto per stanchezza, per inseguire un’illusione dalla quale adesso mi sono risvegliata.
- Di quale illusione stai parlando, cos’è che continuavi ad inseguire e ti faceva trascurare me e il nostro rapporto?
- L’illusione che senza di te sarei stata libera di andare a cercare ciò che di meraviglioso aspettava ancora di capitarmi, ciò che voleva essere vissuto, assaporato, goduto pienamente, quasi la certezza che la vera vita non fosse assieme a te. E ne ero talmente convinta da non ascoltare i tuoi richiami, da pensare che nulla di ciò che potessi dirmi o fare fosse abbastanza da fermarmi con me. Se ti avessi parlato di ciò che provavo se fossi stata più sincera con te, forse ora noi…
- Noi cosa – la interruppe brusco – non c’era un “noi”, mi pare evidente che pensavi di essere sola in questo rapporto, e che non mi fossi accorto di nulla, del tuo essere assente o peggio, di quel tuo assurdo far finta di nulla, come se tra noi tutto scorresse tranquillamente, il che rendeva ogni cosa avvilente e triste. Io vedevo ciò che passava nei tuoi occhi, leggevo il tuo cuore e mi sentivo frantumato, combattuto tra l’amore per te e le condizioni che mi avevi imposto. Ho resistito perché speravo che un giorno ti saresti accorta di tutto questo amore, ti saresti risvegliata da quel sonno e lo avresti visto anche tu, che avresti capito che era proprio accanto a te tutto quello che avevi sempre cercato. Perché per nulla al mondo avrei sopportato di perderti se non avessi capito che era ciò che volevi, hai deciso senza tenere conto di ciò che provavo per te, e ora mi vieni a dire che hai capito “finalmente”, che vuoi tutto quello che hai sempre avuto.
Le parole erano esplose dalla sua bocca con una forza che lei non gli aveva mai conosciuto, sentiva che lui voleva strappare quell’esile filo che li teneva ancora insieme, e andarsene senza ripensamenti, senza voltarsi indietro.
Era vero, lei non aveva mai pensato alla sofferenza di lui, era andata a testa bassa convinta che fosse la cosa giusta per entrambi. Ed era lei che per tutto quel tempo si era ripetuta che doveva ancora trovarlo il suo “Vero Amore”, e che a quel punto avrebbe dato un calcio a quelle menzogne e voltato finalmente pagina. Invece l’aveva toccato l’amore, e se l’era lasciato passare accanto. Quell’amore si reggeva su un filo esilissimo che era decisa a tenere ben stretto, non avrebbe più permesso ai suoi dubbi di prendere il sopravvento. Ora che era così pericolosamente vicina dal perdere tutto, ora sapeva cosa fare.
Lo abbracciò ma lui si divincolò scendendo gli ultimi scalini sempre con la valigia stretta in mano, in tutto quel tempo non l’aveva mollata un solo attimo.
- Aspetta, fermati, non puoi andar via così, perdonami, ti prego, torna indietro, lascia che ti parli, che ti dica quello che per anni hai continuato a ripetermi tu, resta con me!
Ma lui continuava a sottrarsi al suo abbraccio, non voleva starla a sentire, desiderava solo uscire da quella casa per sempre.
- Non è troppo tardi – insisteva lei – credimi, stavolta sarà diverso, non commettere il mio stesso errore.
Sordo e cieco, insensibile ad ogni supplica lui evitava lo sguardo di lei avvicinandosi alla porta con passo fermo, ma vedendo che nemmeno lei demordeva le si rivolse sferzante:
- Nulla di ciò che dirai mi convincerà a rimanere, non credo più in te, non credo in noi, ho solo voglia di andar via di qui il più presto possibile. – Poi si fermò a guardarla, risoluto e pieno di rabbia. – Ma tutti questi anni, i mesi in cui non ho fatto che parlarti, il vuoto che c’è tra noi, pensavi fosse una delle nostre solite crisi e che tutto sarebbe rientrato come sempre?
- Lo vuoi capire che ero lontana, non solo da te ma anche da me stessa, altrove, non mi rendevo conto che vivevo e mi nutrivo solo della mia fantasia. So che ti sto chiedendo tanto, ma so anche che mi hai amata davvero e mi ami ancora, devi solo ricordartene ed io sarò qui ogni giorno per aiutarti a farlo.
Lui resisteva, non ricambiava il suo sguardo, le sfuggiva, la valigia serrata in mano, nessuna intenzione di metterla giù. Lei cercava di circondarlo con le braccia ma lui continuava a sottrarsi. Scrollò la testa e si avviò verso la porta aprendola.
- Ti prego – ripeté piano lei, piangeva in silenzio, disperata.
Lui la guardò, sorpreso di quelle lacrime che non aveva mai versato prima, non per lui.
- Non ho mai provato per un uomo ciò che provo per te e non mi arrendo, ti voglio, VOGLIO SOLO TE e la nostra bellissima storia d’amore.
- Abbiamo già perso tutto, non vedi ch’è finita? – Glielo disse con infinita dolcezza, senza più odio.
- Lo è solo se tu non mi ami più, e se è così, se hai smesso di amarmi allora ti lascerò partire da me senza cercare più di fermarti.
Lo sguardo di lui divenne carico di tenera nostalgia e di calore. A lei sembrò di rinascere, tra le lacrime lesse in quegli occhi tutto ciò che era sicura di poterci trovare. Gli sorrise timidamente, di gioia, di sollievo, perché ora sapeva che la vita le aveva dato un’altra possibilità, e questa volta non se la sarebbe lasciata sfuggire. Tese la mano verso la valigia, ancora serrata nella mano di lui. Tirò forte, lui non la lasciò andare. Aumentò la presa ma lui continuò a tenerla ben stretta. Lo guardò, si sorrisero, tirò più forte e in questo modo risolsero la questione.
febbraio 7th,2011
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L’istituto scolastico “San Giovanni Bosco”, in occasione della Notte della Cultura, che si terrà a Messina il 12 febbraio 2011 apre i propri locali alla cittadinanza e, in collaborazione con l’Associazione Culturale Terremoti di Carta organizza un Reading di poesie dal titolo
“Illuminiamoci… d’ immenso: la luce nella poesia “:
coloro che vorranno parteciparvi attivamente porteranno con sé una poesia da condividere nella lettura e nel confronto con altri appassionati lettori in un clima informale e familiare proprio del nostro stile.
Il Reading avrà inizio alle ore 21.00 e si concluderà alle ore 23.00
Ospite d’onore ROSA GAZZARA SICILIANO, una delle più grandi poetesse della città di Messina.
Durante la stessa serata l’artista messinese Pasquale Mazzullo esporrà alcune delle sue opere.
Vi aspettiamo
febbraio 2nd,2011
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100 cose da fare, vedere e conoscere … a Milazzo e dintorni
Questa non ha la pretesa di essere una guida turistica “canonica”. Tra le pagine che andremo a scrivere non devono trovare posto nozioni di storia, di archeologia, dettagli geografici, dati demografici.
Noi che abbiamo da sempre o quasi vissuto in questa città possiamo dire di conoscerla veramente bene, anche se magari non ricordiamo in quale anno San Francesco fondò il suo convento, o Sant’Antonio naufragò, o sconosciamo l’estensione del comprensorio milazzese in km2.
Anche coloro che hanno visto Milazzo per una sola estate o per pochi giorni possono dire di conoscerla bene, se vi hanno vissuto momenti di serenità e se la stessa città ha impresso nella loro memoria dei ricordi indelebili.
Il nostro obiettivo deve essere questo: depurare i nostri ricordi e le nostre esperienze legate a Milazzo di ogni patina di nozionismo e raccontarla così come ci suggeriscono la memoria e il cuore: un ricordo legato ad un luogo, una leggenda che abbiamo ascoltato dai nostri nonni, un piatto tipico che abbiamo gustato una volta, magari per caso, un particolare modo di dire …
Gli esempi possono essere tanti e possono testimoniare il legame sottile o forte che ci lega al nostro luogo di origine, di residenza, di villeggiatura, o anche di passaggio!
La guida sarà strutturata in 4 sezioni:
- i luoghi: cosa suggerireste di vedere ad un turista di passaggio a Milazzo? Dove lo portereste? Certo, vengono in mente i monumenti e i luoghi naturalistici più noti, ma provate, invece, a condurlo in un angolino con uno scorcio che nessun altro oltre voi conosce, o a fargli notare dei particolari che solo voi avete colto nel luogo che, magari, è il più frequentato.
- i personaggi: quanti nomi celebri associamo a Milazzo e ai suoi dintorni … Ulisse, Polifemo, Federico II di Svevia, Garibaldi, Luigi Rizzo, ma anche musicisti, come Casalaina, giuristi come Impallomeni, storici come Piaggia … Chi sono i milazzesi o coloro che da Milazzo sono passati, che hanno contribuito a comporre i frammenti di storia della nostra città? Cosa ricordate di loro, o cosa avete sentito dire? Magari siete solo passati per una via o una piazza a loro dedicata!
- i ricordi: siamo stati tutti giovani, e molti di noi lo sono ancora. Perché ricordiamo la nostra città? Perché quel luogo ci è rimasto nel cuore? Facciamo un salto indietro nel passato e raccontiamo a chi viene adesso nel nostro paese una storia vera, bella, assurda o inventata che ha avuto Milazzo come scenario.
- le sensazioni: c’è chi associa Milazzo al gusto di una granita, chi pensa al verde argento degli ulivi del Capo, chi avverte l’odore del mare e del pesce appena pescato nel rione di Vaccarella. Quali esperienze che stimolano i cinque sensi possono essere vissute solo a Milazzo?
La sfida è aperta, cari aspiranti scrittori: tiriamo fuori dai nostri ricordi memorie, sensazioni, impressioni. In fondo, se abitiamo ancora qui a Milazzo, se ci siamo stati una volta in vacanza e vorremmo tornarci, se per la passeggiata del fine settimana scegliamo sempre la città mamertina, una ragione ci sarà … Perché non condividerla?
Lara
febbraio 1st,2011
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Ciascuno di noi ha ricevuto l’incipit e la fine di un ipotetico racconto. Dovevamo scrivere ciò che stava “dentro”. Ecco il mio esperimento di scrittura:
INIZIO: “Nel corso della giornata, era spuntato il sole e la neve si era sciolta in acqua sporca.
Rivoletti d’acqua scorrevano sulla finestrella bassa che dava sul retro.
Le macchine passavano frusciando sulla strada. Si stava facendo buio, dentro e fuori.
Lui era in camera da letto e riempiva la valigia di vestiti quando lei apparve sulla soglia.”
“Cosa stai facendo?” domandò, anche se conosceva benissimo la risposta. Un presentimento che aveva preso consistenza dopo l’ultimo litigio, la sera prima. “Qualcuno di noi due deve andarsene”. Le parole di lui avevano posto fine alla discussione. A terra vetri rotti, le dita di lei sanguinavano mentre stringevano ancora quel che rimaneva di un bicchiere frantumato.
L’ipotesi grottesca di dividere tutto, gli oggetti di uso comune, gli ambienti, delimitare gli spazi per sopravvivere insieme aveva raggiunto l’acme. Da alcuni mesi la convivenza era diventata un inferno: era bastata una sera d’estate con lei lontana a scatenare la passione tra lui e Maria, quella stessa Maria, che conosceva a malapena e che non aveva mai considerato minimamente attraente. Poi l’interesse da parte di lei al termine di una cena tra risate e un paio di bicchieri di troppo, la sensazione che sarebbe stata un’occasione sprecata – pur sempre un’occasione, anche se del tutto inutile, come poi anche Maria si era rivelata, inutile, appunto – respingerla nel momento in cui lei gli si era gettata tra le braccia, l’ingenua certezza che Viola non avrebbe mai saputo nulla. E invece no. Era stata proprio Maria a diramare la notizia del tradimento, che per lei equivaleva all’inizio di una relazione con lui. Viola non aveva battuto ciglio. Venuta a conoscenza di quanto accaduto aveva apparentemente assorbito il dolore e perdonato il momento di sbandamento del suo uomo, che, nel frattempo, aveva rapidamente liquidato Maria. Finché il rancore non metabolizzato era riemerso, gradualmente.
Alla fine dell’estate il primo episodio: seduti a tavola, l’uno di fronte all’altra, lei gli porge un vassoio con del pesce e senza attendere che lui lo afferri con entrambe le mani glielo scaglia addosso. Poi una sera, insieme ad altri amici, si parla del più e del meno sorseggiando un drink. Viola serve da bere, ma la caraffa con lo spritz finisce improvvisamente a terra, mentre lei scoppia a ridere istericamente tra il disorientamento generale.
Una mattina, ad autunno inoltrato, lei lo aspetta in bagno: ha ricoperto lo specchio e il lavabo di schiuma da barba ed è di fronte a lui con il rasoio in mano. Lui indietreggia un paio di passi, lei alza la mano con il rasoio, sfiora con il polpastrello dell’indice la lametta e lo depone delicatamente sul lavabo. Senza una parola. Guardandolo con i suoi occhi grandi e tristi, scivolando in cucina e chiamandolo dopo pochi istanti: “Tesoro, la colazione è pronta”.
Poi arriva Natale, e nell’intimità di una vigilia che sembra connotata da una serenità ritrovata – niente di strano accaduto nelle ultime settimane – si scambiano i regali: tante cose per loro due, per la loro casa, soprammobili ad esempio, come il piattino di Limoges visto nella vetrina del negozio di ceramiche, le coppe da cocktail in cristallo, delle candele profumate alla vaniglia, riso venere per una romantica cena a due. E poi, in una busta sigillata con la ceralacca, due biglietti per una crociera, all’inizio della primavera, per scoprire i primi tepori della bella stagione nel Mediterraneo.
Lei sorride, ed è ancora più bella alla luce intermittente dell’albero di Natale. Gli porge un ultimo regalo, ed è lui a trasalire. Apre la scatola, e in un involto sanguinolento trova il cuore trafitto con un coltello da cucina di un bue. “Il macellaio pensava che volessi cucinarlo, ma per il pranzo di domani c’è il roast-beef, non preoccuparti. E anche il riso venere! Tanti auguri, amore!”. E ride, ride allegramente, serenamente, come se avesse commesso una gaia marachella, mentre si avvicina a lui per abbracciarlo e baciarlo. Lui avverte un fiotto di nausea alla bocca dello stomaco. Non ha mai avuto paura, fino ad ora, dei demoni di Viola, del fatto che lei potesse essere veramente pericolosa, ma ora si. Si divincola da lei, calpesta scatole, involti di carta velina, inciampa nel tappeto e si rialza, afferra il cappotto, apre la porta e corre via giù per le scale, raggiunge la sua auto, e guida, guida nella notte più che può, corre a casa di Maria e la sveglia.
Lei è con l’ennesimo amante, si sente un russare profondo nel suo appartamento. Gli apre la porta titubante ed è assonnata, discinta, volgare, brutta. Come ha fatto ad incantarmi quella sera, si chiede lui, e subito l’aggredisce: “Hai parlato con lei”. “Come? Che vuoi dire?”. Lo stupore di Maria è vero: lei Viola non la vede da mesi, da quando aveva incassato la delusione della storia con lui, e si era defilata con l’ennesimo marito fedifrago incontrato una sera a cena.
Non sa che fare: tornare a casa e vedere Viola impazzire lentamente, far finta di niente mentre un demone le cresce nel buio dell’anima, oppure sparire.
Oppure affrontare la questione con lei, ragionare, farla rinsavire, aiutarla a gettar fuori la rabbia.
Torna da lei solo dopo Capodanno. Durante quella settimana non la chiama, non si informa su cosa stia facendo. Prende una stanza in un bed & breakfast in un paese vicino, dove non conosce nessuno, e trascorre le giornate passeggiando, leggendo, meditando. La mattina del 2 di Gennaio si presenta alla porta con un fascio enorme di rose: lei apre, più pallida e smagrita, sembra che non sia uscita di casa da una settimana. Lo accoglie con un sorriso enorme. Si può ricominciare, ne è convinto. Ma la sera stessa le rose giacciono a pezzi sul pavimento del corridoio: le spine sono state sapientemente strappate e disposte con ordine sul cuscino di lui. Da quella sera si apre ufficialmente la loro guerra privata: lei ascolta le sue rimostranze e piange, in silenzio. Improvvisamente inizia a gridare, insulti pesanti contro di lui e contro Maria, grida a pieni polmoni, per poi tacere improvvisamente, dopo un paio di minuti. Riprende a parlare dopo due giorni di mutismo. Lui prende appuntamento con una psicologa, sua vecchia amica, ma lei va via a metà della seduta. Contatta uno psichiatra: lo specialista è più persuasivo, cattura l’attenzione di Viola, stimola il dialogo tra i due. D’un tratto parlano di nuovo, lei espone con dettagliata precisione la sensazione di confusione ed assenza da sé dopo la scoperta del tradimento, ed è loquace, motivata, gli chiede perfino scusa per gli atteggiamenti malati degli ultimi mesi.
Sono giorni impegnativi dal punto di vista emotivo: si sforzano entrambi di ritrovare l’equilibrio incrinato, ma è difficile, e Viola adesso, consapevole dello sconcerto creatogli, anziché rivolgere gli scatti di violenza contro di lui ferisce se stessa. Si tagliuzza le dita mentre cucina; appoggia la mano sul coperchio di una pentola che bolle, causandosi un’ustione; per ogni cosa si giustifica invocando una presunta disattenzione.
Inizia anche a delimitare dei confini in casa. La mia cucina, il tuo studio, la mia sedia, il tuo divano. Lui può invadere gli spazi di sua pertinenza solo dopo averle chiesto il permesso. Divide gli oggetti, quelli che appartengono a lui ed a lei separatamente vengono posti in cassetti diversi; gli oggetti comuni li taglia a metà, di netto, con una piccola ascia procuratasi chissà dove.
Alla fine dell’inverno decidono che la storia, nonostante gli sforzi, è giunta all’epilogo: persino i biglietti per la crociera sono stati divisi a metà e sono poi finiti nel cestino della carta straccia.
Un ultima discussione sancisce il proposito radicale da mettere subito in atto: “Uno di noi due deve andarsene da qui”. Fuori piove, o forse è la neve che inizia a sciogliersi. E’ la sera prima dell’epilogo, dell’ultima scena recitata insieme. Le previsioni del tempo, invece, annunciavano il sole per l’indomani.
Ora lui continuava ad aprire armadi e cassetti e gettare alla rinfusa abiti e biancheria nella valigia debordante. Viola lo fissava a braccia conserte: vederlo lì chino sulla valigia, intento a cercare lo spazio per i suoi effetti personali, le dava la segreta soddisfazione della vittoria. “Ha ceduto. Se ne va. Rimango io”. Lo ripetè mentalmente un paio di volte a se stessa, poi lo disse ad alta voce, poi ancora più forte. Lui si girò e si avventò su di lei per tapparle la bocca e non sentire quella voce oscena e storpiata dalla rabbia. “Smettila, smettila! Me ne vado, mi porto via tutto, tutto, tutto quello che è mio tanto hai già fatto le parti tu, non preoccuparti, faccio presto”. Lei pestava i piedi per terra, si contorceva e gridava.
Lui corse in cucina, prese le forbici, e cominciò a dividere in due parti quanto era ancora rimasto integro. I tappeti, le tende. I teli recisi dalle forbici venivano giù come petali di tulipano appassiti; alcuni brandelli rimanevano spettralmente appesi ai binari. Poi guardò il letto e vide la coperta che avevano steso insieme la prima notte che avevano dormito lì, e che avevano gettato allegramente per terra pochi minuti dopo essersi sdraiati. Iniziò a tagliarla meticolosamente, ma la trama era troppo spessa, e le forbici facevano resistenza. Provò a squarciare le fibre con le mani, con i denti, ma fili di lana gli rimanevano in bocca senza che lui progredisse nell’opera distruttiva. Cercò di sfilacciarla ai bordi, e poi a disgregare l’ordito, aprendosi un varco con le unghie. Lei lo scherniva, gli diceva che non sarebbe mai stato in grado di dividerla in due; era come un contenzioso aperto, che lui non avrebbe mai risolto, come sempre. Continuò ad osservarlo ancora alcuni secondi, sudato per lo sforzo e furibondo. Si fece allora avanti e lo spinse a fianco. Afferrò i due capi lacerati della coperta.
FINE: “Tirò con molta forza. In questo modo risolsero la questione”.
Lara
febbraio 1st,2011
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