Il laboratorio di lettura consapevole di questa settimana aveva per tema il verbo “Ridere”. Nella serata appena trascorsa sono stati letti e condivisi le seguenti scenette, filmati, brani e vignette portati da ciascun partecipante:
- Filmato: “Stasera Pago Io” (uno sketch sui “Dialetti”) – Rosario Fiorello
- Filmato: “Stasera Pago Io” (uno sketch sul “Gobbo di Notredame”) – R. Fiorello e M. Baldini
- Filmato: “Totò – Il monaco di Monza” – Totò – Nino Taranto – Erminio Macario
- Filmato: Breve sketch su “L’aborigeno” – Guzzanti
- Filmato: “(Zelig) Franco…o Franco” – Franco Neri
- Filmato: “Vuoti a Perdere” (uno sketch sul “Litigio con la fidanzata”) – Ficarra & Picone
- Scenetta:“TG LOCO” – Annalisa e Michele
- Lettura: “Gli Arancini di Montalbano” – Andrea Camilleri
- Filmato: “(Zelig) Gin & Fizz” (uno sketch in cui “Si dimenticano le parole”) – Ale & Franz
- Lettura: Barzelletta sui carabinieri “All’uscita del centro commerciale” + vignette umoristiche
- Lettura: Testo umoristico “Al Wc” – Marta Bernardi Terlizzi (Bari)
- Filmato: Video amatoriale di “Un bimbo che, strappando la carta, ride”.
Il prossimo incontro sarà Domenica 11 Aprile ore 16.00 al Pickwik.
marzo 19th,2010
Officine |
No Comments
Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l’universo
Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l’incanto
di un solo tuo sguardo
Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni
Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo.
marzo 12th,2010
Officine |
No Comments
Il laboratorio di scrittura creativa di giovedì scorso ha avuto come tema dell’incontro il verbo “Ridere”. A tal proposito nella discussione introduttiva si è voluto operare un passaggio dal verbo “cadere” a quello trattato, e ciò attraverso la lettura delle prime pagine di un brano di Dino Buzzati, tratto da “La boutique del mistero”, ed intitolato “Ragazza che precipita”, di cui riporto un brevissimo frammento e un’immagine relativa ad esso:
”A diciannove anni Marta ragazza spavalda si affacciò dalla sommità del grattacielo e vedendo di sotto la città risplendere nella sera fu presa dalle vertigini….il grattacielo era d’argento supremo …..Marta si sporse oltre la balaustra e si lasciò andare…. la ragazza precipitava….gentile farfalla perché non si ferma un minuto tra noi?…lei rideva svolazzando felice ma intanto precipitava …..no grazie amici. non posso. ho fretta d’arrivare ….di arrivare dove? ah, non fatemi parlare . …certo la distanza che la separava dal fondo cioè dal livello delle strade era immensa meno di poco fa certamente tuttavia sempre considerevole….dove vai? perché tanta fretta? chi sei? ..mi aspettano laggiù non posso fermarmi perdonatemi….così sicura di sé quando aveva spiccato il volo adesso Marta sentiva un tremito crescerle dentro forse era semplicemente il freddo ma forse era anche paura la paura di aver fatto uno sbaglio senza rimedio…..non si udì alcun rumore nel suo precipitare al suolo perché si trasformò in una stella.
Con dispetto si accorse che una trentina di metri più in là un’altra ragazza stava precipitando. Era decisamente più bella di lei e indossava un vestito da mezza sera, abbastanza di classe. Chissà come, veniva giù a velocità molto superiore alla sua, tanto che in pochi istanti la sopravanzò e sparí in basso, sebbene Marta la chiamasse. Senza dubbio sarebbe giunta alla festa prima di lei, poteva darsi che fosse tutto un piano calcolato per soppiantarla.
Poi si rese conto che a precipitare non erano loro due sole. Lungo i fianchi del grattacielo varie altre donne giovanissime stavano piombando in basso, i volti tesi nell’eccitazione del volo, le mani festosamente agitate come per dire: eccoci , siamo qui, è la nostra ora, fateci festa, il mondo non è forse nostro?….”

In seguito alla narrazione del racconto è stato aperto un piccolo dibattito in cui ciascuno dei partecipanti ha fornito il proprio commento , e dove sono emerse diverse giustificazioni al gesto di “Marta”, tra cui la “sensazione di essere al ballo delle debuttanti”, “surrealtà”, “senso di vertigini”, “incoscienza giovanile” , “manie di protagonismo”, “angoscia”, ricollegando tutto ciò alla follia di questa caduta in cui la protagonista……“rideva svolazzando felice ma intanto precipitava”. Da qui la discussione si sposta sul significato del verbo in tema. Infatti mentre “ridere” sta ad indicare la risata “fisica”, quest’ultima, la risata, è una condizione sfrenata di gioia o di festa, e se non esiste controllo su di essa , vi sono momenti tuttavia in cui possa invece scaturire da determinate circostanze. Infatti, nel caso specifico del brano , “Marta” ride come risposta alla sua condizione di vertigine alla vita, e da qui lei parte.
Successivamente alla discussione è stato assegnato il consueto compito creativo dove ciascuno dei ragazzi doveva ricordare una situazione o un periodo in cui avesse voglia di ridere, di fare festa, cercando di riuscire a raccontare agli altri il momento del riso. Tra gli episodi descritti cito a titolo esemplificativo lo scherzo di una partecipante del “dado knorr infilato nel tubo della doccia”, e la poesia “Io ti amo” di Stefano Benni. Dall’analisi di queste singole situazioni vissute o narrate è stato evidenziato come sia stato estremamente difficile provocare la risata di tutti i partecipanti ascoltatori, poiché non sempre ciò che ad uno di essi fa “ridere” debba suscitare una medesima reazione nei confronti degli altri.
In conclusione è stato ribadito che dunque “ridere” è un’emozione spontanea che nessuno riesce a comandare e che può altresì dipendere da tante condizioni, oggettive e soggettive, di cui esempio emblematico è il caso del clown, che è la rappresentazione della risata attraverso le sue disavventure.
Il prossimo incontro si terrà giovedì 18 Marzo sempre ore 20:30. Sarà un laboratorio di lettura consapevole e ciascuno dei partecipanti dovrà portare un filmato, uno spezzone di film, una scenetta, una barzelletta audio o video (senza toni volgari), o una vignetta che richiami il verbo “Ridere”.
(Carlo)
marzo 12th,2010
Officine |
No Comments
“Il traghetto scivola, esce lentamente dalla spira del porto, passa sotto la statua della Madonna, alta sopra la colonna, doppia la punta, gira su se stesso e si dirige verso l’altra costa. La città si allontana, s’allontana l’isola. E’ un pomeriggio d’aprile, di tenero sole, di cristallina luce che irrora i colli boscosi del Peloro, il cielo sopra lo stretto, attonito, sospeso come nel venerdì di Passione, nella Crocifissione di Anversa o di Sibiu (fra un pennone e un altro – in alto si torce il corpo nell’agonia, s’inarca, è vinto, s’allenta – piantato sul colle di calcare, di spini, di crani – scivola il serpe nell’orbita, dalla chiostra dei denti, sta ferma la civetta – si staglia il paesaggio d’amore e di memoria: campi, orti, forti, isole vaganti, nuvole, aironi migranti…). Lungo il molo, la riva, si stende la città, s’incunea nelle gole dei valloni, bassa, bianca, come di baracche, villaggio minerario o coloniale. Città di luce e d’acqua, aerea e sfuggente, riflessione e inganno, fatamorgana e sogno, ricordo e nostalgia. Messina non esiste. Esistono miti e leggende, memoria e attesa di sconquasso. Ma forse vi fu una città con questo nome perché disegni e piante riportano la falce di un porto con dentro galee che si dondolano, e mura, colli scanditi da torrenti, coronati da castelli, e case palazzi chiese porte…
Del luogo dove si dice sia Messina non rimangono che pietre, meno di quelle d’Ilio e di Micene, rimane un prato, in direzione della contrada Paradiso su cui giacciono sparsi marmi, calcinati e rugginosi come ossa di Golgota o campo d’impiccati: angeli mutili, fastigi, rocchi, capitelli, stemmi… tracce, prove d’una storia frantumata, d’una civiltà distrutta, d’uno stile umano cancellato. Deve essere dunque successo qualche cosa, sacco d’orde barbare o furia di natura.”
Francesca G.
Questo incontro prevedeva che si scrivesse intorno al verbo “cadere”. Nello specifico, mi sono focalizzata sui modi di dire che riguardassero il verbo cadere, vale a dire “caduto dalle nuvole”, “caduta libera”, “caduta massi”, “caduto dalla culla”, “caduto dal letto”, “caduto tra le braccia di..”. Ora, poichè il titolo è una parte importante dello scritto stesso, tendo sempre a chiedere che si dia un titolo allo scritto elaborato. Questa volta, ho chiesto che facessero il contrario, ovvero che scegliessero uno di questi modi di dire e che lo ponessero a titolo dello scritto che si apprestavano a elaborare. Ora, l’esercizio consisteva di 2 parti, una prima in cui il protagonista di questi scritti non fosse lo scrivente, non fosse quindi in prima persona, ma che lo fossero una terza o delle terze persone. In essi, lo scrittore doveva essere assolutamente assente come soggetto dell’azione, limitandosi ad esserne solo l’autore. La seconda parte dell’esercizio prevedeva che si riscrivesse lo scritto appena realizzato ma che si ponesse, al posto del soggetto precedentemente prescelto, la propria persona, che fosse quindi questa volta lo scrittore ad essere anche il protagonista e attore dell’elaborato, con tutte le modifiche e ripercussioni, a livello di storia e di dinamiche, che ciò comportava. L’intento era quello di far sì che i partecipanti si rendessero conto della reale discrepanza fra ciò scriviamo, prendendo le distanze dall’azione quando questa non è agita in prima persona e quanto, invece, l’esserne coinvolti e protagonisti in prima persona, comporti in termini di dinamiche, reazioni, toni, stile, qualità e quantità del testo.
Ecco i modi di dire scelti:
c’è chi ha scelto “caduto dalla culla”, raccontando, nel pimo scritto, di un bambino caduto dalla culla a causa della disattenzione della sorella, sorella che non sa come rimediare al “danno” fatto; nel secondo scritto, lo scrittore, ora protagonista del racconto, ci regala dei valori aggiunti, ci dice che la sorella l’ha fatto cadere dalla culla perchè “voleva giocare con lui”, giustificandola un pò, ci dice che avrebbe preferito essere lasciato in pace, ci dice che quella caduta gli ha procurato dolore, tanto dolore; insomma, si moltiplicano le sensazioni, le percezioni e le ragioni di ciò che è accaduto, laddove nel primo scritto ci si era limitati ad una semplice descrizione del fatto.
C’è chi ha scelto “caduta massi”, mettendo in scena, in maniera simpatica e vivida, una scena di Willy il Coyote e Beep Beep, scena che si conclude, inesorabilmente, con Willy che viene travolto dai massi; nel secondo scritto, Willy e la scrivente sono la stessa persona, e allora lei ci spiega e si spiega che forse non può fare a meno di Bep Beep, che in realtà lei/Willy potrebbe tranqullamente catturarlo se solo lo volesse veramente, ma in realtà quello che vuole veramente è continuare per sempre questo gioco di caccia e di fuga perchè senza di esso , e sopratutto senza Beep beep, la sua vita sarebbe noiosa, vuota. Da vittima e oggetto passivo della furbizia di Beep Beep, insomma, nel momento in cui la scrivente impersona Willy, diventa padrona degli eventi, eventi che di fatto lei stessa causa. A riprova di ciò, decade lo stesso titolo dello scritto, “caduta massi”: nel secondo scritto non viene fatta assoluta menzione di alcuna caduta massi, e come potrebbe, d’altraparte, essere vittima di una caduta massi se la protagonista si descrive come un Willy riscattato, consapevole e padrone si sè e degli eventi?
C’è chi ha scelto “caduta dal letto”, menzionando, nel primo scritto, una generica mamma e casalinga che al termine della giornata, una volta conclusi gli innumerevoli lavori domestici e incombenze varie, è così stanca che le capita anche di cadere dal letto, sopratutto visto che durante il sonno sogna di scappare verso lidi ambiti e lontani; nel secondo scritto, quella madre di famiglia è ovviamente la scrivente e gli eventi descritti sono abbastanza fedeli al primo, con la differenza che il racconto si arricchisce di sensazioni e di connotazioni private e intime: il letto non è più il “letto” ma “l’adorato letto”, il pigiama non èpiù ilsemplice “pigiama” ma il “comodissimo pigiama”, tutto ha un gusto più intimo.
C’è chi ha scelto il doppio e incrociato modo di dire “caduta libera fra le braccia di..”: nel primo scritto, il protagonista è un uomo che dichiara il suo amore incondizionato alla donna che, apparentemente, aveva momentaneamente e precedentemente abbandonato per un’altra e dalla quale ora ritorna professandole amore eterno e dicendole che il suo amore per lei è così grande da superare qualsiasi incomprensione e litigio; nel secondo scrito, l’uomo e la scrivente corrispondono e allora l’ottica cambia diametralmente: lei/lui dichiara, sì, il proprio amore, ma non è un amore fatto di compromessi, è un amore che può trionfare perchè è fatto di sintonia, di complicità, di rispetto, di dialogo, lasciando intuire che un amore che soprassieda sulla incomprensioni (quello descritto nel primo scritto), invece, non sarebbe mai e poi mai destinato a durare.
C’è chi ha scelto “caduta dalla culla” ma lo ha fatto attraverso una breve e ironica filastrocca, dove la burla (che chi scrive fa rimare con “culla”) la fa da padrona, sia che la burla sia architettata dal fato (nel primo scritto) o che la burla sia la protagonista stessa, con un notevole senso di autoironia.
Momento importante dell’incontro è stata la lettura delle due parti dell’esercizio svolte da un partecipante che segue il corso a distanza. Ho letto i due scritti di questo partecipante dopo che le partecipanti avevano scritto la prima parte dell’esercizio, per cui prima che trasponessero il tutto in prima persona. La lettura ha scatenato reazioni vivace da parte di tutti, sia perchè, potendo fare un immediato raffronto, hanno avuto modo di toccare con mano la differenza fra quanto accande quando si pongono terze persone a soggetto degli eventi (soffermandosi per forza di cose più sulla descrizione degli eventi che sulla descrizione del protagonista e del suo modo di agire e di pensare) e quanto accade, invece, quando siamo noi il soggetto dell’azione (soffermandosi, al contrario, meno sulla descrizione e molto più su ciò che si pensa o si fa, il perchè lo si pensa e il perchè lo si fa); ma la lettura dei due brani ha suscitato forti reazioni anche perchè, nel secondo scritto, chi scriveva/attore degli eventi si è messo completamente a nudo, ha di fatto esternato senza pudori o inibizioni di sorta i propri difetti e le proprie contraddizioni.
Infine, a fine incontro, ho posto un’ultima domanda a tutte: se quello che avevano scritto nel proprio elaborato fosse stato un totale mettersi a nudo o se avessero in qualche modo filtrato il tutto; se pensassero di essere riuscite, come ha fatto il partecipante di cui ho letto i brani, a descrivere sè e gli eventi come li avrebbero vissuti se in effetti ne fossero stati davvero i protagonisti o se fosse scattato qualche sorta di meccanismo di difesa ad edulcorarne i fatti. L’interrogativo è rimasto un pò in aria, “caduto” dalle nuvole ma mai atterato.
febbraio 23rd,2010
Officine |
3 Comments
un saluto da firenze, segnalo a tutti, ma specialmente ai più “anziani” lo spettacolo Uno + uno = duo, che si terrà giorno 28, diretto ed interpretato dalla coppia Mario e Pippo Santonastaso. :)

http://www.teatrolelaudi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1:dove-andremo-a-finire&catid=1:programma-teatrale
Nicola
Per tutti i Kaponatini interessati : Ghigo e Piero vi aspettano il 21 aprile al palasport di Acireale. Biglietti ancora disponibili, prezzi € 46,00 tribuna frontale numerata, € 34,50 parterre in piedi.
KOMMANDO ROCK feat.DY2B612
febbraio 19th,2010
Officine |
No Comments
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
febbraio 19th,2010
Officine |
No Comments
“Rifiutati di cadere.
Se non puoi rifiutarti di cadere,
rifiutati di restare a terra.
Se non puoi rifiutarti di restare a terra,
leva il tuo cuore verso il cielo,
e come un accattone affamato,
chiedi che venga riempito,
e sarà riempito.
Puoi essere spinto giù.
Ti può essere impedito di risollevarti.
Ma nessuno può impedirti
di levare il tuo cuore
verso il cielo -
soltanto tu.
E’ nel pieno della sofferenza
che tanto si fa chiaro.
Colui che dice che nulla di buono
da ciò venne,
ancora non ascolta. ”
Tratto dal libro “ Storie di donne selvagge ” di Clarissa Pinkola Estès.
Questa scelta è perchè nel qui ed ora la mia fede è il cambiamento. E’ una preghiera di rivolta interiore, dedicata alle persone che soffrono per non arrendersi e non CADERE di fronte ad una vita pugnalata, ferita, ridicolizzata, torturata o annullata. Clarissa sostiene che si può lasciar morire quel che deve morire, lasciamo il terreno incolto, l’Eden sta sotto il campo vuoto e nuovi semi possono essere riseminati e daranno vita a molte opportunità per un cambiamento del cuore, una nuova vita, una rinascita. C’ è qualcosa che non può mai morire, è la forza fiduciosa che è nata dentro di noi, ed è più grande di noi, che ci aiuta non a rimettere a posto il mondo intero, perchè non spetta a noi, ma ad adoperarci a cambiare quella parte di mondo che è alla nostra portata: il mondo interno.
Chissà come diventerà il nostro campo… forse domattina, sarà di nuovo un bel bosco!
Un abbraccio a tutti Shirley
febbraio 19th,2010
Officine |
No Comments
“Ogni notte l’uomo sale su un palcoscenico immaginario e nel suo teatro diventa spettatore, regista, attore, scenografo di se stesso: l’uomo sta sognando. E sempre questi sogni vanno al di là della razionalità che si vorrebbe possedere. A volte saper interpretare quanto il nostro inconscio ci suggerisce, significa fare luce dentro noi stessi, imparare a conoscere il nostro intimo, con le sue aspirazioni, le sue paure e le difficoltà che forse, in quel momento della vita, dobbiamo affrontare. Fare emergere le nostre sensazioni ed avere la possibilità di interpretarle, ci aiuta ad esorcizzare la paura verso sensazioni sconosciute, a comprendere la simbologia di quanto sognamo. E quest’arte, conosciuta fin dagli albori della nostra civiltà, si è arricchita, secolo dopo secolo, della esperienza e della maggior conoscenza dell’uomo verso la sua interiorità. Ed è curioso rilevare che, alcuni dei sogni che facciamo, ci riportano all’eredità di cui siamo intrisi, all’impronta lasciata dai nostri avi, ai riti di cui abbiamo smarrito il ricordo o che ci sono completamente sconosciuti, mentre altri sogni rispecchiano la nostra realtà, il vivere quotidiano con le sue ansie immediate, la ricerca di una soluzione. Interpretare un sogno richiede esperienza e capacità di intuizione in quanto il sogno di ognuno di noi è ricco di simboli. Questi vanno analizzati, rapportati alla nostra vita, ai nostri desideri e frustrazioni, alla nostra personalità e grado culturale. E questo libro ha la presunzione di voler aiutare chi si accinge all’analisi e allo studio dei sogni. Un traguardo difficile da conquistare, un traguardo che richiede esperienza e continuità. Si avrà così la possibilità di compiere uno dei viaggi più affascinanti, fantastici e suggestivi che si possano compiere: la conoscenza della nostra essenza, di quell’inconscio che a volte soffochiamo ma che, libero e prepotente, riaffiora puntuale ogni volta che i nostri occhi si chiudono e le nostre difese cadono, sprofondando nell’oblio del sonno.”
febbraio 19th,2010
Officine |
No Comments
Il laboratorio di lettura consapevole di questa settimana aveva per tema il verbo “Cadere”. Nella serata appena trascorsa sono stati letti e condivisi i seguenti testi portati da ciascun partecipante:
- “Fantasia” – Buda – Peditto
- “Lentezza” – canzone di Piero Pelù
- “La volpe e il lupo” – San Bernardino da Siena
- “Mi fido di te” – canzone di Jovanotti
- Prefazione di Isabella Fedrigotti del libro “La lunga vita di Marianna Ucrìa” di Dacia Maraini
- “Alice nel paese delle meraviglie” – Lewis Carroll
- “Cado giù” – canzone di Samuele Bersani
- “Soldati” – Giuseppe Ungaretti
- “Il totem del lupo” – Jiang Rong
- Prefazione “Al lettore” tratta dal “Libro dei Sogni”
- Una Preghiera – tratto dal libro “Storie di donne selvagge” di Clarissa Pinkola Estès
- “La pioggia nel pineto” – Gabriele D’Annunzio
Il prossimo incontro sarà Giovedì 4 Marzo ore 20.30-22.00.
(Carlo)
febbraio 19th,2010
Officine |
1 Comment
Nel pomeriggio avanzato, ma ancora colmo di luce, ho il sole di fronte. Mi abbaglia. Chiudo gli occhi e ne avverto il tepore sulla pelle, che mi avvolge, mi immerge, mi sospende nel pulviscolo dorato.
Mi lascio ondeggiare senza peso, libero e leggero, scoprendo che adesso tutto mi giunge chiaro, ma come da lontano, come se rumori, pensieri e ricordi si fossero mutati in tocchi lievi e iridati sulle pareti della mia mente.
È naturale, allora, che le mie dita si distendano e che i palmi, schiudendosi, lascino cadere in una pozza d’acqua, di fronte a me, alcuni sassolini di ghiaia appena raccolti – come a rendere anche a loro la libertà – dando il via a tanti piccoli tonfi, preludio umile e insieme solenne alla discesa, nel fondo dell’acqua, di quei pezzetti di materia dalla levigatura gentile.
Scenderanno nell’umido abbraccio fino a posarsi sul nuovo letto, adagiandovisi pacati come monaci sapienti e silenziosi. Fino a quando, allorché le gocce della pioggia faranno vibrare il loro universo, trarranno alimento dal nuovo evento per le loro meditazioni senza fine.
Francesco
febbraio 17th,2010
Officine |
No Comments
“Quel pomeriggio Anna e io, bambini, giocavamo come di consueto nel giardino dei nonni.
Non avremmo mai immaginato che quello sarebbe stato un giorno talmente importante da
legarci per sempre. Eravamo soliti rincorrerci in quei prati sgargianti, dai colori profumati
come la nostra infanzia.
Quel pomeriggio però, all’improvviso, i nostri giochi assunsero un tono diverso, i nostri
sguardi si incrociarono come fosse la prima volta che ci guardavamo e da essi emerse una
luce nuova.
Ci avvicinammo a quel pozzo dove avevamo sempre buttato per gioco rami, sassi, foglie
per sentire il rumore che facevano, per sognare di volare insieme a loro verso quel fondo
sconosciuto e immaginato, luogo delle nostre più incredibili fantasie.
Anna mi prese per mano: – Michi, perchè questa volta non facciamo in modo che questo
pozzo custodisca davvero qualcosa di importante? Qualcosa di magico…? –
La seguii come imbambolato, come mai avevo fatto prima: sentii e seguii la sua volontà, il
suo sentimento che sapevo mutato in quello che gli adulti chiamano…amore.
Anna mi baciò. Fu il primo bacio, il mio primo incontro con l’amore. Poi prese un sasso, uno
di quelli tondi e piatti e con un temperino incise la data di quel giorno.
Lasciammo cadere quel sasso nel pozzo, continuando a tenerci per mano.
– Così adesso questo posto sarà il custode del nostro amore… –
Oggi, quarantenne, sono tornato con lei in quel giardino. Mano nella mano abbiamo guardato
in fondo al pozzo cercando quel piccolo, prezioso sasso d’amore. ” Michele
febbraio 16th,2010
Officine |
No Comments
Programma della Libreria in occasione della Notte della Cultura - sabato 13 febbraio
ore 20.00 – Mario Oscar Venuti presenta ‘Rosso Natale’ (ed. La Feluca) e Alfredo Buttafarro presenta ‘Parole senza Musica’ (ed. La Feluca). Interviste di Gianluca Buttafarro
ore 21.30 - Marcello Sorgi presenta ‘Edda Ciano e il comunista. L’inconfessabile passione della figlia del Duce.’ (ed. Rizzoli). Dialogheranno con l’autore Adele Fortino e Peppino Restifo. Leggerà brani scelti dell’opera Giampiero Cicciò.
ore 23.30 – il Maestro Nicola Oteri intratterrà il pubblico con un concerto di musica eseguita alla chitarra classica.
baciottini fino a sfinirvi..Marilena
febbraio 11th,2010
Officine |
No Comments
“ – Elisa, guarda quanti colori ha l’acqua stamattina! Il sole vi si sta specchiando! -
Valentina prese il suo diario, il diario di memorie che aveva custodito tutto
quel tempo dentro al suo armadietto in cucina, in mezzo a tutte quelle tazze
che parlavano di lei, e lo lasciò andare. Giusto il tempo di librarsi
sull’acqua, qualche increspatura e quel magnifico essere di inchiostro e
cartone fu inghiottito dall’acqua con tutti i suoi segreti di carta.
Per fortuna ne aveva ancora una copia.” Valentina
“Vagando tra i miei pensieri, ricordo.. e, improvvisamente, mi trovo a guardare i raggi di
un caldo sole specchiarsi nell’acqua cristallina di quel pozzo in mezzo alla campagna,
tra il soffio del vento e i rumori costanti e lontani provenienti dal paese.. Ora chiamo un
mio amico e gli dico che ho deciso di buttare una moneta dentro quel buio..
mi piace guardare il momento in cui il mio desiderio cade giù, sprofondando nell’abisso di
quel pozzo, e il formarsi di quei piccoli cerchi bagnati che danno una sensazione
quasi magica.. come il lasciarsi andare nell’inizio di un nuovo amore…”
Carlo
“Ciao.. Guarda, io butto queste due cartoline.. Mi piacciono molto! Ma voglio vedere come si
deteriorano nel tempo. Forse, una volta che si bagnano, non si capirà più che immagine c’era….
Rimarranno solo due cartoncini… chissà.” Sandra
febbraio 10th,2010
Officine |
No Comments