Scosse di Aprile 2017

Cari Terremoti,

questo primo giorno di Aprile si apre all’insegna del sole e della primavera.  Anche questo sarà un mese ricco di incontri e opportunità di arricchimento e confronto. Di seguito i nostri appuntamenti:

locandina S.Gavronski8 aprile, l’attesissimo  Laboratorio di Lettura Consapevole e Scrittura Creativa, coordinato da Stas’ Gawronski . Anche quest’anno faremo un bel viaggio attraverso i testi e metteremo in gioco il nostro desiderio di scrivere e fare buona letteratura.

L’incontro di una intera giornata avrà luogo presso la libreria Doralice di Messina, dalle ore 9:30 alle ore 13:00 e dalle ore 14:3o alle ore 16:00.  Per le modalità di iscrizione potrete inviare email a terremotidicarta@gmail.com

La partecipazione all’incontro è aperta anche ai docenti interessati e certificata dal CIDI di Messina. Il CIDI già soggetto qualificato per l’aggiornamento e la formazione del personale della scuola (Protocollo n. 1217 del 5.07.2005), è stato confermato secondo la direttiva 170/2016

 

21 Aprile Laboratorio di Scrittura Creativa, coordinato da Daniela Arena presso la libreria Doralice di Messina dalle ore 18:00 alle ore 19:30. Continua il nostro percorso di laboratori di scrittura. I racconti che verranno scritti saranno pubblicati sul terzo vol. della  Raccolta Indiferrenziata, una delle iniziative finalizzate a celebrare i 10 anni di attività di Terremoti di Carta.

27-28-29 Aprile XIV Convegno Nazionale di Letteratura. Anche quest’anno si rinnova l’appuntamento con l’Associazione Culturale “Pietre di Scarto” a  Reggio Calabria. Nei prossimi giorni pubblicheremo la locandina con il programma rinnovato nei contenuti e negli intenti di questa meravigliosa esperienza dedicata alle “belle lettere”.

Non ci resta che darvi appuntamento alle prossime scosse

I terremoti di Carta

 

DuexDieci con Alessandro Zaccuri

14947445_10211336337908414_2526799648696873092_nContinua la nostra rubrica DueX Dieci per festeggiare i 10 anni di attività di Terremoti di Carta. Lo facciamo con Alessandro Zaccuri, amato autore delle più belle pagine dedicate alla cultura sul quotidiano “Avvenire” e del bellissimo romanzo dal titolo “Lo Spregio” ( Marsilio Editore 2015)

Che cosa rappresentano per te la lettura e la scrittura?

Per me si tratta di due esperienze abbastanza diverse. In comune hanno che si compiono nella parola scritta e che un solo soggetto può compierle entrambe: in questo caso, il soggetto sono io. La lettura è un modo per guardare il mondo attraverso il racconto degli altri, la scrittura è un modo per raccontare agli altri come io guardo il mondo. Sono complementari, ma si potrebbe benissimo vivere di sola lettura. Di sola scrittura invece no, almeno per quanto mi riguarda.

 

Raccontaci brevemente quale è stata l’esperienza più forte di  lettura e scrittura che hai fatto nella tua vita

Ulisse di Joyce è stata la lettura più sconvolgente della mia vita, da sognarmelo di notte (avevo vent’anni, si vede che ero ancora impressionabile). Sulla distanza, per me nessun libro tiene testa a Moby Dick di Melville. Quanto alla scrittura, Lo spregio è stato il libro che mi ha costretto a un maggior durezza, a una maggior essenzialità. Nello stesso tempo, si è scritto quasi da solo, come sotto dettatura. Eppure, per qualche motivo che non riesco a spiegare, non credo che ci sia contraddizione.

Finché un uccello qualunque

IMG-20170321-WA0004Il nostro contributo alla Giornata dedicata alla Poesia

Finché un uccello qualunque

– il più piccolo e grigio passerino d’inverno –

saltellando ai tuoi piedi

ti avrà fatto sorridere

e poi sospirare,

non sei perduto.

Puoi ancora salire la scala

dell’Universo,

la scala

delle Allusioni Cifrate.

Ed arrivare forse

a intravvedere il Giardino

e l’Albero del mondo

e sul ramo più alto

la Fenice,

quelle ali azzurre e oro,

quel suo petto di fiamma.

(Elena Bono “Poesie Opera omnia” Le Mani 2007 pag.376)

Foto: Guercino, “Madonna del Passero”

2X10 Giuseppe Festa a Messina

17352512_10212644708061483_9041169486460883920_nLo scrittore Giuseppe Festa, sarà di nuovo a Messina dal 21 al 23 Marzo  e in attesa del suo arrivo siamo molto contenti  di poter pubblicare le sue risposte alle nostre  due domande per i dieci anni di Terremoti di Carta.

 Cosa rappresentano per te la lettura e la scrittura?
Per molti anni, quando ero ragazzo e vivevo a Milano, ho vissuto la lettura come fuga da un mondo e da una prospettiva di studio e di lavoro che non mi piacevano. Era un rifugio, una porta segreta che aprivo ogni volta che la realtà
diventava opprimente.
Quella porta, un giorno, si fece reale. Partii per un breve periodo di volontariato al Parco d’Abruzzo e tornai determinato a cambiare vita. Le avventure che fantasticavo rifugiandomi nei libri di Corona, Rigoni Stern e McClintock, all’improvviso divennero la mia vita reale. Lasciai Milano e la facoltà di Ingegneria e mi trasferii nel paesino di montagna dei miei nonni. Dopo la laurea in Scienze Naturali cominciai ad occuparmi di educazione ambientale e divulgazione. Un sogno che non sarebbe mai diventato realtà se
prima non avesse preso forma nelle pagine dei libri che mi hanno formato.

Raccontaci brevemente quale è stata l’esperienza più forte di  lettura e  scrittura che hai fatto nella tua vita
Per la lettura, sicuramente il Signore degli Anelli. Non tanto perché ispirò il mio cd “Voci dalla Terra di Mezzo” – che mi ha permesso di girare il mondo con la mia band Lingalad – ma perché mi salvò in uno dei momenti più cupi della miavita. Un momento in cui la visione materialistica e “scientifica” della vita stava ammazzando in me ogni luce di spiritualità. La magia e il potere evocativo della natura, raccontato magistralmente da Tolkien, mi aiutarono ad uscire dalla depressione, riportandomi a credere in qualcosa di più grande. L’esperienza di scrittura più intensa, invece, l’ho vissuta durante la stesura de “La luna è dei lupi”, quando cominciai a seguire le tracce di questi affascinanti animali in compagnia dei più grandi esperti italiani. Grazie a loro ho vissuto momenti indimenticabili, come osservare negli occhi un lupo e ascoltare il canto di un branco nel bel mezzo di un bosco, al lume di luna.
Respirando – attraverso i lupi – il lato più istintivo e autentico degli uomini.

Casca il Mondo..quale mondo?

16830970_10212219164499136_5709424305420375057_nRecensione di Nancy Antonazzo a

 “Casca il mondo” di Nadia Terranova

“Casca il mondo” è l’ultimo racconto di Nadia Terranova, pubblicato da Oscar Primi Junior Mondadori. Come per i racconti precendenti la prima tentazione è quella di fare un processo alle vere intenzioni di Nadia: raccontare ai bambini per arrivare ai “grandi” oppure aiutare i bambini a farsi capire dai grandi, quando la comunicazione tra i due mondi diventa ancora più difficile, oppure aiutare i “grandi” a far crescere i bambini, ricordando attraverso il loro linguaggio la difficoltà di essere “piccoli”.

Qualunque intenzione Nadia Terranova abbia, probabilmente, addirittura nessuna di queste, se non interpretare la vita reale, anche questa volta la lettura del suo racconto è piena di possibilità per noi adulti . Quando ancora il terremoto del 24 agosto del 2016 non aveva definitivamente cambiato la vita di tante persone, questo racconto era già in uscita con l’intenzione di rappresentare i bambini che vedono il loro mondo crollare.

Oscar e Golan e aggiungerei anche Dulcinea sono tre piccoli eroi, loro malgrado di questa storia. La loro casa non c’è più, le loro abitudini, la gaiezza della loro infanzia, quel periodo della vita dove alcune colonne della propria identità dovrebbero “cementificare” si è sgretolata a causa di una tragedia. Oscar la chiama “guerremoto”, si perchè Golan è dovuto fuggire dal suo paese con la sua famiglia a causa della guerra e Oscar ha dovuto lasciare il suo castello, la casa in rovina a causa delle scosse. Loro sanno reagire, vogliono  chiedere aiuto, comunicare. Basterebbe leggere il tema di Oscar per capire di cosa ha bisogno o forse basterebbe solo chiedergli cosa è stato per lui il terremoto.  Oscar non parla più dal giorno della tragedia.  Ma i grandi sanno usare solo paroloni, non sono capaci di “ascoltarlo” e lui deve ritrovare le parole per poter comunicare di nuovo con loro. Unica sua possibilità, ritrovare il suo amico coccodrillo e sperare che Dulcinea torni a sorridere. Perchè i bambini sono molto più concreti e pratici degli adulti.

Cosa salverà la vita di questi piccoli eroi?  Eroi di quale avventura? Quella del mondo che crolla e dei “grandi” che non sono poi così grandi?  Nadia Terranova è stata coordinatrice di un laboratorio di Terremoti di Carta lo scorso febbraio e ci ha aiutati attraverso la figura del coccodrillo, il co-protagonista di questo racconto a capire cosa significhi avventurarsi nel mondo dei bambini e dei ragazzi per raccontare con i loro occhi e il loro linguaggio il modo di affrontare la vita. Rileggendo il suo racconto, ancora una volta ci si rende conto che tornare alle favole dei bambini aiuterebbe anche gli adulti a vivere bene. in fondo basterebbe avere un amico coccodrillo per affrontare le conseguenze di un modo che ..casca.

“Le coccinelle non hanno paura”( Stefano Corbetta, Morellini editore)

Recensione  di Deborah Donato  (deborahdonato.wordpress.com)

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La fotografia è «una battaglia contro l’idea che siamo tutti destinati a scomparire» diceva Robert Doisneau e questa frase (con la relativa avvertenza che questa battaglia “È pura follia”) si trova in epigrafe al romanzo di Stefano Corbetta, seguita da una tratta da Il mito di Sisifo di Albert Camus.

Il protagonista de Le coccinelle non hanno paura, infatti, è un fotografo che diviene Sisifo per la fatica che gli aspetta: accettare di dovere a breve morire. Teo ha un tumore al cervello e condivide questa notizia solo con Luca, il suo amico fedele, e con la moglie di lui, Elena. Per il resto, attua un progressivo allontanamento dalla vita: si licenzia, vive isolato, sceglie di accogliere la morte in solitudine. Teo «vive in una zona franca, nessuna scadenza a lungo termine, niente multe, bollette, nessun dovere nei confronti di nessuno a parte se stesso». L’esercizio del morire, in un certo misterioso senso che Corbetta mostra, diventa un esercizio di libertà, di allontanamento, cioè, dal senso comune, dai legacci che spesso tormentano e angustiano l’esistenza.

Tuttavia, vi è un’unica realtà in grado di posticipare questo progressivo allontanamento dalla vita: l’amore. Esso appare nelle vesti di Arianna, una psicologa che per sbarcare il lunario fa anche la commessa nel negozio in cui Teo compra le t-shirt nere che avranno un ruolo nello scandire il tempo che lo separa dalla morte (e che spiegano anche il senso della bella copertina).

Ma a tenere aggrappato alla vita Teo, oltre al “filo” di Arianna, è una storia in cui si imbatte casualmente e che vuole riportare alla luce: è la storia di un amore vissuto molti decenni prima da Grazia e dal signor P., che a sua volta rimanda alla vicenda di Guido, in una doppia cornice che in alcuni momenti fa perdere il mordente alla storia principale, ma che inscatola tre storie che si intrecciano per i temi che le alimentano: l’amore non vissuto fino in fondo, la morte, la scomparsa, la ricerca di senso.

Sono temi talmente importanti ed essenziali, che sarebbe stato facile cadere nella retorica del dramma o dell’amore salvifico, come anche trovarsi davanti a un bivio di un finale con vocazione religiosa o con chiusura nichilista. Ciò che ho apprezzato particolarmente, invece, nella scrittura di Stefano Corbetta è avere tenuto il controllo sulla penna, non essersi concesso mai sbavature emozionali o ricerca del facile consenso con parole strappalacrime (nonostante l’atmosfera lo avrebbe accordato). Lo stile è asciutto e ci sembra che in esso sia traslato il carattere del protagonista, così austero, che si concede l’unica emozione del vedere e del registrare con gli occhi e con l’obiettivo della macchina fotografica il gesto che dà compiutezza alla vita: «Ho fatto milioni di chilometri con una macchina fotografica al collo, ho lasciato andare la donna che mi amava e che mi aspettava a casa mentre io scattavo fotografie di cui non mi importava niente. E ora so cosa manca. Perché quando il tuo giorno si avvicina pensi che tutto quello che hai fatto e quello che avresti dovuto fare, quello che hai capito e quello che non capirai mai, ha senso solo se realizzi quel gesto. L’ho cercato nel mio passato ma non c’è traccia. Arianna dice che i finali delle storie non sono così importanti. Forse ha ragione, ma io quel gesto non l’ho mai compiuto e si dà il caso che per me la fine si avvicina».

Sì, Arianna – un personaggio pieno, solare e vero, perché uno dei pregi de Le coccinelle non hanno paura è una buona descrizione dei personaggi, che risultano assolutamente credibili – sostiene che i finali delle storie non sono così importanti. Eppure, il finale del romanzo di Corbetta conclude bene. L’autore prima sembra farsi da parte, per lasciare la parola a Giovanni Papini e alla felicità irrimediabile dell’incontro con Dio, poi ci consegna un’immagine finale di una «piccola coccinella che si muove lenta sulla superficie liscia del finestrino». Le coccinelle, come si dice in un dialogo tra Teo e un bambino nel trentacinquesimo capitolo, non hanno paura «perché sono belle, bellissime. E sanno di esserlo. Nessuno ucciderebbe una coccinella».

Una variazione sul tema dostoevskjiano che la bellezza salverà il mondo, perché la bellezza è salva, non muore, al pari di quella coccinella che sul finale appare a Luca, l’amico disperato di Teo, come la presenza di un’anima immortale.

Recensione a “Lettera d’amore allo yeti” di Enrico Macioci

Recensione di Deborah Donato

dal blog: deborahdonato.wordpress.com

«Caro Yeti,

ti o visto dentro il compiuter e la tivu e il mio papà dice ce vivi far i monti e cualce volta scendi ance al mare a fare un bagno a distruggere gli stabilimenti le sedie se cualcuno fa la sirena di pompieri o polizia della mbluamza. Ti volio bene mi fai paura. Caro yeti la mia mamma se né andata da tanto tempo non torna per favore la riporti percé io li volio tanto bene. Era bellissima con il profumo di fiorellini e fazoletti alle dita. Mi dava un sacco di baci daper tutto».

È l’inizio della lettera che Nicola, quasi sei anni, scrive allo yeti, che un po’ gli fa paura ma che un po’ sente amico, o meglio che vive come l’unico in grado di fornire una speranza di rivedere la madre morta improvvisamente.In questa ambivalenza si snoda tutto il romanzo di Macioci, nell’indecidibilità che crea il mistero da cui non solo i bambini si sentono attratti. Dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva diceva Hölderlin e lo yeti rappresenta il pericolo sublimato dalla fantasia, allo stesso modo in cui lo spiazzo desolato da cui Riccardo (il padre di Nicola) si sente attratto rappresenta il luogo dell’orrore ma anche quello in cui verrà trovata la salvezza di padre e figlio.

Il romanzo si svolge in una estate – quale stagione dà più il senso del carattere effimero della gioia, della leggerezza della vacanza da se stessi, sempre minacciata da un acquazzone o dall’imminente ritorno in città? – a Colombaia, una località costiera. L’estate che stringe «nel suo abbraccio caldo e privo di memoria» conduce padre e figlio al timido tentativo di superare il trauma della morte di Lisa, la madre di Nicola, dovuto a un infarto fulminante, mentre dormiva accanto al marito. Che la morte possa insediarsi nella tranquillità di una notte in famiglia, fra la sicurezza del proprio letto, che possa spazzare  ogni progetto che l’uomo in modo velleitario fa sul futuro, è l’idea madre da cui parte non solo la trama del romanzo, ma anche la riflessione ad essa intrecciata, che acquisterà man mano sempre più respiro, fino ad arrivare, nelle pagine finali, ad uno sbocco quasi teologico.

«Adesso eravamo soli. io, mio figlio e il fantasma di mia moglie. La vita è soprattutto questione di fantasmi.

Ci trovavamo lì da una settimana e avevamo già i nostri ritmi.. Nicola mi aiutava a stendere i panni e a gettare la spazzatura, innaffiava il basilico e la menta, ripuliva con una scopetta il cortile dagli aghi, dai rami e dai pezzi di corteccia del pino […].

Ci aggrappammo l’uno all’altro; e scambiandoci ciò che possedevamo iniziammo a risalire, piano ma con regolarità».

Il romanzo è una sorta di Bildungsroman non del singolo ma della coppia padre/figlio, il cui rapporto viene indagato con profondità e tenerezza da Macioci, partendo dalla considerazione che «Chi non ha figli non conosce davvero la paura di sbagliare».

Riccardo è attanagliato dalla paura di sbagliare: parlare a Nic della madre è più giusto che lasciargli la tranquillità dell’oblio? Dare seguito alle sue fantasie sullo yeti o farlo subito entrare a patti con la realtà? Avallare la sua amicizia con l’inquietante vicino di casa, l’anziano Teodoro Inverno, oppure dare ascolto alle sue ansie e apprensioni e tenere Nicola sempre stretto a sé,  per esorcizzare la paura che anche lui possa svanire da un momento all’altro, come la moglie?

Alla fine, i due scelgono la vita, che ha i lineamenti di Simona, la bella animatrice del villaggio turistico, la complicità delle chiacchiere con Walter, il proprietario del bar sulla spiaggia (il Long John Silver), l’ambiguità del vicino di casa e infine, il ritorno all’amore con Ismaela, la misteriosa cameriera di un lido.

Sì, pensate bene: Long John Silver, Ismaela e molto Pinocchio, Lettera d’amore allo yeti non nasconde i suoi riferimenti letterari, che rimandano all’oscurità del male, alla purezza dell’infanzia, allo sforzo dell’uomo di fronteggiare il male, fino a diventare male egli stesso . Non viene citato apertamente un altro riferimento, che però mi appare una sorta di convitato di pietra: Stephen King.

Non solo per la lucida delicatezza con cui Macioci riesce a mettersi dentro lo sguardo di un bambino – cosa che King sa fare magistralmente – ma perché sceglie di usare la chiave horror per indagare problemi metafisici.

Il romanzo, che fino a metà svolgimento, sembra un romanzo realistico, il racconto di un lento e difficoltoso ritorno alla vita, nella seconda parte vira verso quello che molto semplicisticamente definisco “genere horror”. In realtà uno dei pregi di questo romanzo di Macioci è  sfuggire ad una etichettatura di genere.L’autore aveva sapientemente lasciato, come i sassolini di Pollicino, vari indizi su questa virata “horror” e questi indizi hanno contribuito alla creazione di un’atmosfera tesa, alla percezione – confortata da varie prolessi- che qualcosa sta per accadere. Nella seconda parte del romanzo, si assiste ad una accelerazione degli accadimenti e il ritmo di lettura diventa più serrato. La vicenda familiare si intreccia con una sorta di giallo legato alle sparizioni di varie persone a Colombaia. Riccardo recita male il ruolo del detective perché agisce non con lucidità, ma mosso dall’ansia paterna e dal timore che la sua fragile risalita ai bordi della vita possa essere spezzata in pochi attimi. Si susseguono i sogni terribili, angoscianti, che egli fa durante la notte, che assumono sempre di più la funzione di sogni premonitori.

«La magia è più forte della logica. La magia è più forte di tutto». Con questa frase, che rivela il ben assimilato debito kinghiano di Enrico Macioci, il lettore è invitato a lasciare le tranquille acque della verosimiglianza per  seguire finalmente lo yeti, i fantasmi, la multiforme fenomenologia del Diavolo.

Purtroppo non è consentito a un recensore di svelare le carte e dire quali colpi di scena il romanzo di Macioci riserva; posso semplicemente dire che il ritorno alla vita di Riccardo e Nicola non è l’oblio ma l’attraversamento del Negativo, fino a comprendere che il buio e la luce sono inseparabili. Riccardo ha una visione della morte, della solitudine estrema delle anime morte, in quella visione che è per lui la morte di Dio e per la bellissima figura di Teodoro (nome non casuale) Inverno è «il pianto di Dio per aver permesso il male», il protagonista non ne esce eroe, ma conquista la saggezza del limite.

Il romanzo costeggia l’orrore, poi ce lo fa scorgere in una visione quasi onirica, ma ci restituisce alla fine una speranza. Nonostante il diavolo non muoia e Riccardo e Inverno sanno che ricomparirà, l’etica del romanzo credo sia affidata alle parole del vecchio:

«Il diavolo è menzogna, e per sconfiggerlo occorre non prestargli ascolto […]

Il diavolo esiste. Il Male esiste. Io l’ho sperimentato, e anche tu. E per provare a sconfiggerlo occorre innanzitutto credere alla sua esistenza. Ma le sue parole, quelle vanno ignorate».

Teodoro crede nella sostanziale bontà dell’esistenza e il finale suggella questa fede.Allo stesso tempo, io credo che questa fede nella bontà e nella bellezza – seppure invischiata nell’oscurità – dell’esistenza fecondi lo stile di Macioci. La scrittura è limpida, le metafore preziose ma non appesantiscono mai la prosa, nonostante vi sia la percezione di un pericolo incombente, è più forte la sensazione di armonia, di bellezza che la scrittura cristallina rimanda. La malinconia non si muta mai in disperazione e questo, ma è solo un’annotazione personale, penso che sia il compito più arduo della letteratura: trasfigurare il dolore nel bello.

Duexdieci con Maria Antonietta Ferraloro

14232021_676308912532418_8547361323486841653_o Alla nostra iniziativa DueXDieci  questa settimana risponde la scrittrice  siciliana Maria Antonietta Ferraloro.

1) Sin da quando ero piccola non riesco a stare senza libri. Credo siano la mia coperta di Linus.  Nella maggior parte dei casi, per me, aprire un libro equivale a salire su un tappeto volante, che può portarmi ovunque.  Altrettanto spesso, comunque, mi affido ai libri come a un unguento miracoloso: chiedo loro di lenire le mie ferite; di cancellare la tristezza.  Ormai da qualche anno, scrittura e lettura si alternano nella mia vita senza apparente soluzione di continuità. Leggere, però, probabilmente, mi piace ancora di più che scrivere.

2) Il libro che mi ha cambiato la vita si intitola L’amante, ed è stato scritto da Marguerite Duras. Mi condusse sino alla magia di quelle pagine la sua bellissima copertina,  una fotografia in bianco e nero del volto giovanissimo dell’autrice. Mi ammiccava ogni mattina, dalla vetrina della libreria che si trovava vicino alla mia scuola.  Avevo 16-17 anni. Quando lo ebbi tra le mani, mi rapì già dalla prima pagina. Una scrittura ipnotica; una voce potente e personalissima. Ogni parola essenziale, necessaria;  pesante come un macigno.  Ancora adesso mi piace riprendere in mano quel libro. Sfogliarne le pagine. Fa parte di me. Probabilmente l’ho tatuato sul cuore.

Scosse di Marzo 2017

Cari Terremoti,

abbiamo concluso febbraio con una officina speciale, coordinata da Nadia Terranova. Partendo dal suo ultimo libro per ragazzi “Casca il mondo”, abbiamo percorso l’affascinante strada della narrativa per bambini e ragazzi, ne abbiamo gustato le potenzialità, le aspettative ma anche i pericoli. Nadia ci ha aiutato con delicatezza e determinazione a selezionare letture e a compiere esercizi fondati su alcuni paletti importanti, perchè non si può scrivere per ragazzi nello stesso modo in cui si racconta loro una favola.

Anche Marzo si propone di essere un mese davvero ricco di stimoli.

Il primo appuntamento è l’8 marzo, alle ore 16:30: un laboratorio di lettura inserito all’interno di uno dei Pomeriggi di Panteno dell’Istituto di Teologia “San Tommaso”. Il titolo del laboratorio è “La famiglia, scuola di vita e di amore…nella letteratura”. L’incontro sarà coordinato dalla Presidente di Terremoti di Carta, Nancy Antonazzo.

 

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Il secondo appuntamento è un’officina di lettura e scrittura sul genere narrativo del giallo. Il 31 marzo presso la libreria Doralice, appuntamento con Alberto Minnella per parlare del suo ultimo libro. Lo scrittore ci aiuterà a sviluppare questo tipo di scrittura, parlandoci della sua esperienza di detective story e dei suoi personaggi.3237508

L’officina con Stas’ Gawronski, prevista per marzo, sarà, invece posticipata all’8 aprile.

Nuove scosse ci aspettano. Occhio alle prossime attività telluriche.

I Terremoti di Carta

 

4xdieci. Due in più per lo scrittore Luigi La Rosa

16640892_10212164113927175_2869609294050446886_nEbbene si, questa volta le domande raddoppiano. Mentre lo scrittore messinese Luigi La Rosa si prepara a incontrare i suoi lettori concittadini per l’ennesima presentazione della sua ultima fatica ( ma chi conosce la sua passione per Parigi sa perfettamente che la fatica scompare davanti ad un grande amore) noi pubblichiamo le risposte che ha voluto concederci, condividendo con noi la sua passione più grande: la scrittura.

– Cosa rappresentano  per lei la lettura e la scrittura?

Lettura e scrittura sono sempre state per me un assoluto – un modo di stare al mondo, di osservarlo, forse di comprenderlo. Fin da quando ho memoria ricordo che non c’è stato un giorno senza un romanzo, una storia da leggere, a partire dal primo libro della vita che fu Menzogna e sortilegio della Morante, iniziato intorno ai dodici anni. Non ho coscienza di quanto allora mi fu chiaro, ma ho presente la sensazione di piacere indescrivibile prodotta in me dallo scorrere delle pagine e della vicenda. Il rapporto con la scrittura viene addirittura da ancora più lontano: ho ricordi di poesie scritte intorno ai sette anni, in pomeriggi un po’ ombrosi e pieni di mistero. Credo che quello che è davvero necessario abbia origine in quella fase lontana e indimenticabile della vita.

– Ci racconti brevemente quale è stata l’esperienza più forte di  lettura e scrittura che ha fatto nella sua vita.

L’esperienza di lettura più forte della mia vita è rappresentata da un romanzo che ho continuato ad amare e che rimane ai miei occhi una vetta stilistica ed esistenziale assoluta, ossia Le ore di Michael Cunningham. Ricordo un’estate di parecchi anni fa, un’estate lunghissima, e la sensazione del vivere che s’imponeva alla pagina, che trascinava fuori dal racconto emozioni e personaggi, poi, infine, la musica infelice del genio di Virginia Woolf che irrompeva nella storia, l’emozione di seguire le sue ultime giornate di vita tramite lo stile a dir poco sublime del grande scrittore americano, che qualche anno dopo avrei conosciuto a Roma e intervistato per la rivista Orizzonti. Questo per quanto riguarda la lettura. Per quel che concerne la scrittura, invece, l’esperienza più forte che ricordi è legata alla redazione del mio primo libro, nell’estate in cui finiva un amore importante della mia vita e mi ritrovavo tutto solo, a Parigi, senza conoscere nessuno nella grande metropoli, e nella stessa strada in cui erano vissuti Hemingway, Verlaine e Joyce. Ecco, la magia di quei mattini mi ha letteralmente cambiato, come persona e come scrittore. Credo che non la dimenticherò mai.

– All’interno della sua esperienza di scrittore e di esperto di scrittura che posto occupa la sua nuova pubblicazione “Quel nome è amore?” 

Questo nuovo libro occupa un posto per me fondamentale, perché giunge dopo la prima puntata dell’avventura parigina, ne raccoglie l’eredità e si apre alla terza fase già in cantiere. E’ il momento in cui le energie iniziali della città e del mio rapporto con essa si consolidano. Lo stadio nel quale Parigi non è più solo sogno e utopia, ma una città reale, abitata da amici e conoscenti, ma pure di spettri – quelli che l’hanno resa grande e che ne alimentano il mito. E’ un libro che si è scritto da solo, in pochi mesi, e che si è imposto all’immaginazione. Per questo gli sono molto legato.

– Che rapporto ha una città come Parigi con la riflessione letteraria e artistica e cosa le piace di più di questo rapporto?

Parigi, in qualche misura, è la città della Letteratura per eccellenza. Se pensiamo a cosa sono diventate le carriere di scrittori come Hemingway, Joyce, Orwell – solo per citarne alcuni – dopo l’arrivo nella Ville Lumière, se rileggiamo la ricaduta esistenziale e creativa che la capitale francese ha avuto sulle intelligenze di questi grandi maestri, comprendiamo la sua unicità e l’esclusività del suo rapporto con la scrittura. Parigi è stata per tutti una stazione importante, irrinunciabile. Lo è anche per me. Lo sarà per molti altri, domani.

 

Duexdieci con Fabio Bonasera

15541883_10211754458165771_1848596445217228539_nVolevamo chiedere a Fabio Bonasera se si sentisse un prof  prestato al giornalismo o un giornalista prestato all’insegnamento, ma prima c’era da rispondere alle due domande per i dieci anni di Terremoti di Carta. Glielo chiederemo la prossima volta. Grazie Fabio!

“La lettura mi ha aiutato a capire cosa davvero mi piaceva fare nella vita, ovvero, scrivere. Mi ha fatto imparare tante cose su di me, mi ha fatto emozionare, piangere e ridere a crepapelle. E tutto questo è quel che cerco di regalare a chi decide di leggermi. Ho iniziato a scrivere a livello professionale nel 1995, a 24 anni, come giornalista. A 37, nel 2008, ho finalmente dato sfogo alla mia vena creativa. La lettura è il mezzo privilegiato per scoprire me stesso e il mondo che mi circonda. La scrittura, quello per esprimermi”.

“Ci sono libri, come “Cent’anni di solitudine”, che mi hanno dato i brividi, ma quelli che mi hanno segnato nella vita reale li ha scritti Brian Weiss, sulla reincarnazione. Proprio la reincarnazione è uno dei temi del mio secondo romanzo, “In un cielo di stelle scadenti”. Sicuramente la mia esperienza di scrittura più forte, dove sono riuscito ad azzerare quasi del tutto il filtro tra ciò che avevo dentro e quel che è passato all’esterno”.

Duexdieci tocca a lei: Daniela Bonanzinga

Continua la nostra iniziativa Duexdieci. Daniela Bonanzinga, titolare di una delle più importanti e storiche librerie indipendenti della città di Messina, ha accolto il nostro invito a rispondere alle nostre due domande.  Anche a lei  un grazie per aver voluto condivdere con noi la sua esperienza.
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“Grazie per l’invito. Cercherò di riassumere come in un summit.
Parto dalla lettura. Un’esperienza tutto sommato adulta, interrotta nell’infanzia da una mamma che leggeva le favole dal primo anno della vita e che poi per un’arcana sorte diventando libraia a Messina, ha abbandonato i suoi figli e ha iniziato a lavorare nella sua libreria, con priorità assoluta. Questo è l’incontro più traumatico con la lettura che la vita mi ha proposto. Pensate cari lettori al resto. Recuperare uno storico abbandono, quello della madre libraia, e fare della lettura la mia professione. Certo il cervello non ha compiuto percorsi lineari. Il mio rapporto oggi? Pieno di volute, cerchi, e spirali!
Scrittura: nella prima stagione della vita certamente una grande ancora di salvezza , lo sfogo, l’amica, la memoria , la cura. Oggi la scrittura mi appare come simbolo  da salvaguardare, abusata da troppi che scrivono e pubblicano ma non leggono abbastanza, per i miei gusti. Io la coltivo con cura e parsimonia privatamente. Quella pubblica, cum grano salis,  solo per motivi professionali e con molta misura.”

 

Duexdieci con Filippo Tuena

tuenaE’ la volta dello scrittore Filippo Tuena. L’autore di Memoriali sul caso Schumann Le variazioni Reinach ( tra le sue numerose pubblicazioni) condivide con noi il suo rapporto con la lettura e la scrittura.

Cosa rappresentano  per te la lettura e la scrittura?

– Paradossalmente: poco. M’interessano più le persone. E dunque,
scrittura o lettura sono modi per mettermi in relazione col prossimo.
Forme di comunicazione. Funzionali ai contatti umani. A questo
proposito, più passano gli anni e più considero la forma epistolare la
più alta forma di scrittura, quella che più coincide col mio pensiero.

Raccontaci brevemente quale è stata l’esperienza più forte di  lettura
e scrittura che hai fatto nella tua vita

Dei miei libri, direi che ‘Le variazioni Reinach’ è quello che ha
suscitato in me maggiori emozioni, mentre lo scrivevo e, forse, anche
dopo, nei concerti in veniva eseguita la sonata ritrovata. Sensazioni
molto forti. Prova che la letteratura non è soltanto una questione
estetica, ma produce esiti tangibili.
Quanto alla scrittura più in generale, l’ho detto: la forma
epistolare, le lettere d’amore o di disperazione ricevute o scritte
nei miei vent’anni.

Recensione al terzo romanzo di Alberto Minnella

PORTANOVA E IL CADAVERE DEL PRETE, il terzo romanzo di Alberto Minnella

Recensione di Deborah Donato3237508

«Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano parlato della isperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo».

(Albert Camus, L’esilio di Elena).

 

Il romanzo di Alberto Minnella, il terzo, si apre con questa epigrafe di Camus. Quando si arriverà alla fine della lettura, si capirà bene perché l’autore ha indicato fin dal principio l’aspetto ombroso della solarità. Minnella infatti converte l’innata solarità di Ortigia nel fascino tenebroso di una città illuminata dal giallo dei lampioni, umida per acquazzoni violenti, e misteriosa per i crimini che in essa si consumano.  La vicenda inizia in A foggy day, canzone di Charles Mingus che il mangiadischi Penny manda in giro per il commissariato. Sì, mangiadischi, perché Portanova e il cadavere del prete si svolge nel 1964 e l’autore mostra un’ottima tempra filologica nel ricostruire l’ambientazione, seguire le notizie sui giornali, i modelli delle automobili, il mobilio delle case, l’Olivetti con cui si redigono i verbali.

Per Fratelli Frilli Editori esce la terza prova autoriale dello scrittore siciliano – dopo Il gioco delle sette pietre e Una mala jurnata per Portanova – che è pure la terza indagine di Paolo Portanova, un commissario che ama il jazz e le canzoni di Buscaglione, che ama lasciarsi avvolgere «dal fumo bluastro e dall’odore maschio e inconfondibile che avevano i Toscani» (p. 49). Un commissario che il suo stesso autore definisce “vigliacco”, un perdente, ma un uomo onesto. Portanova si presenta così ai lettori:

«Sbirciai la mia faccia nello specchio. Chi era quel vecchiaccio che mi guardava? La barba arruffata era più lunga del solito; la peluria rossa, un tempo uniforme, adesso aveva striature bianche sui baffi e sul mento: era il segno che pigghiarisi di collere negli anni aveva avuto il suo effetto. I capelli, che sembravano diminuire ogni santa mattina, mi davano la sensazione tremenda di essere diventato preciso a mio padre. Con il palmo della mano provai a rassettarli invano. Un gesto ridicolo di vanità che non m’apparteneva.

Sembrava non esserci più traccia del Paolo che conoscevo» (p. 10).

In questa situazione di precario equilibrio, la fabula poliziesca del romanzo di Minnella si intreccia con la crisi esistenziale e matrimoniale del protagonista, irrompe la telefonata che finge da incipit delle indagini: un prete spogliato, sì si scherza con l’aggettivo ma il cadavere è trovato realmente nudo, precipitato dalla casa vuota di un pregiudicato, Natale Scimeca. Con l’avvio delle indagini, impariamo a conoscere uno dei talenti della penna di Minnella: la descrizione degli ambienti. Con pochi tratti, riesce a colorare gli oggetti, a trasferire loro tonalità emotiva:

«L’appartamento, maleodorante e impolverato, era stato messo sottosopra dagli agenti. Appena misi piede lì dentro una leggera sensazione di tristezza mi calò addosso. Attraverso un breve corridoio, andando a destra, si accedeva alla cucina, piccola e rettangolare, con appesi alla parete di sinistra due armadietti pensili color caffellatte che, dalla parte opposta, facevano paio con i fornelli, sopra i quali trovammo una pentola ridotta ai minimi termini. Andandoci vicino sentii puzza di cavolo bollito, a testimoniare l’ultimo pasto consumato da Scimeca. Sotto agli armadietti c’era un tavolino che al massimo avrebbe potuto ospitare due commensali; ad andarci stretti, anche tre, forse. L’abbandono in cui versava era testimoniato dalle stoviglie sporche nel lavello da chissà quante settimane» (p. 36).

Ambienti polverosi e bui, una «pioggia carica di sabbia» che imbratta Ortigia, tutto si fa più carico e pesante, i misteri si infittiscono perché la morte del prete si intreccia con quella di una donna. Le pagine di Minnella seguono questo intrigata trama, muovendosi – e a volte sbilanciandosi in favore della piega più intimista – fra lo scioglimento del caso e il difficile scioglimento della crisi del commissario, inseguito da sogni inquietanti, nei quali anche la lettera trovata nei vestiti della vittima, assume un monito per se stesso.

«Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio» (p. 41).

Il nome del commissario, “Paolo”, ritorna come un refrain nelle citazioni bibliche e i sogni in cui egli subisce interrogatori da un uomo misterioso, riempiono il lettore di una tensione che risulta alleggerita dal linguaggio che Minnella usa. Il linguaggio di questo e degli altri romanzi, infatti, è un miscuglio di italiano odierno e contemporaneo agli eventi trattati, di parole e costruzione del periodo dialettale; un miscuglio, che non arriva al pastiche del siciliano pur utilizzandone alcuni vocaboli non solamente nelle parti dialogate. Vi è, comunque, nella pur bella intuizione di usare questo lessico così meticcio, la necessità di trovare un controllo del lato emotivo del testo: spesso le parti dialettali diventano un intermezzo ironico, che abbassa la parte lirica che l’autore stava sviluppando.

I capitoli comunque si avvicendano in modo fluido e il lettore riesce a non distrarsi, avvinto non solo dalla trama del giallo, ma pure dalle atmosfere che l’autore riesce a creare. Si entra nelle ritualità di Portanova: siamo accanto a lui quando si siede in poltrona e si ammezza un toscano, degustiamo con lui i liquori, sentiamo con partecipazione le sue palpitazioni per la bella vicina di casa.

«Dov’ero finito?

La rabbia e la paura avevano fatto il loro dovere.

Allora, provai a concentrarmi ancora sulle parole di San Paolo, ma tutte le volte la mente mi si chiudeva a riccio e le mani scattavano verso i sigari e la bottiglia» (p. 134).

Questo stato si protrarrà fino alla conclusione del romanzo, in un climax che non avrà scioglimento e sul quale, com’è ovvio, non è lecito fare anticipazioni. La conclusione, in realtà, non è tale, e già preannuncia nella sua non soluzione un nuovo capitolo delle indagini del commissario.

 

 

 

Duexdieci con il Presidente di BombaCarta, Andrea Monda

downloadAbbiamo posto le nostre due domande al Presidente di BombaCarta, Andrea Monda. Ecco cosa ci ha risposto:
“Per me lettura e scrittura rappresentano innanzitutto una necessità, una esigenza urgente dell’uomo, di ogni uomo. Io e penso ogni uomo, sono uno che ama le storie, ama ascoltarle e narrarle. Mi pare che Chesterton dica da qualche parte che la letteratura è un lusso ma la narrativa è una necessità. Anch’io la penso così: l’uomo sente di dover esprimersi, di dire qualcosa su di sé, sul mondo, sul mistero dell’esistenza. E una storia lo aiuta ad addentrarsi in questo mistero. C’è chi è più portato di altri nel dono della scrittura ma ci sono molti modi per “scrivere”, e comunque tutti sono portati all’ascolto, che è il primo passo per scrivere. Ascoltare, lo stile con cui lo si fa, è già una “scrittura”, una presa di posizione rispetto alla realtà, alla sua tremenda bellezza.
La lettura in particolare mi affascina e, per dirla con Borges, essa rappresenta per me un momento di felicità.
L’esperienza più forte di lettura? direi il Vangelo e la Bibbia innanzitutto. Ma anche Chesterton (Ortodossia) e Tolkien (Il signore degli anelli) non scherzano. Sono libri che ho letto quand’ero molto giovane, forse i libri letti da ragazzo restano più a lungo, scavano nel profondo e lì rimangono. Ma la cosa bella della lettura è che in fondo non ha età, le sorprese sono sempre dietro l’angolo. Rileggere Endo (Silenzio) in questi giorni è stato bellissimo. Poi noti come i grandi si tocchino, convergano: Endo è davvero il Graham Greene giapponese.
Scrittura? io di fatto non scrivo narrativa, forse la mia “scrittura” è quella che quotidianamente realizzo in classe con i miei studenti. Rispetto ai libri che ho effettivamente scritto forse l’esperienza di “Benedetta umiltà”, un saggio così “letterario” è stata la più forte di tutte.”
Grazie Presidente
I Terremoti di Carta