Peter Ivanov Alphonse Kabanov

esercizio lunedì: parla di un personaggio secondo 3 punti di vista differenti.

Peter Ivanov Alphonse Kabanov si apprestava a rientrare a casa per cena, puntuale come sempre. Nella sua vita la puntualità era d’obbligo, non aveva mai ritardato più di 5 minuti il rientro nei giorni feriali. Questo lo sapeva bene il portiere del palazzo in cui viveva il signor Peter. Ogni giorno l’anziano Samar, lo vedeva passare veloce come un treno lungo tutto il corridoio, vestito con il solito giaccone giallo ocra, gli occhiali neri sottili e i baffetti neri sporgenti. Samar riusciva a stento a raccattare un saluto, sì cordiale, ma veloce dal suo condomine più bizzarro. Peter abitava al terzo piano di un’antico palazzo di centro città, a pochi metri dalla piazza dal museo di storia naturale. Samar viveva in quel palazzo da ormai 35 anni, aveva visto la città cambiare, i giovani crescere e diventare governatori di quel luogo, aveva visto la moglie trapassare, i figli andare in altre città, cambiare stato, continente, ma non aveva mai incontrato nessuno come Peter, nessuno talmente ermetico, talmente chiuso in se ma con tanta allegria in corpo quanto quell’uomo. Samar conosceva ormai ogni sfumatura dell’essere umano, quanti ne aveva visti passare davanti la sua vita, davanti la sua portineria. “Buon giorno Signore, c’è la signora Varenka?” – “Prego si accomodi, sua figlia abita al terzo piano!”. Sapeva che ogni uomo ha bisogno di parlare, che prima o poi tutto si fermano dal portiere a domandare l’ora, il giornale, se le scale sono bagnate, l’indirizzo di tizio o caio. Tutti tranne Peter, che dal primo giorno entrò deciso, dirompente, con il sorriso stampato tra le labbra e le cortesie di un principe. Quel sorriso, niente di enigmatico, niente di nascosto, quella forza che emanava, che non era dovuta a sfoghi di precedenti delusioni, quegli occhi fieri, mai incerti. La debolezza te l’aspetti, pensava Samar, un’enigma, un qualcosa da scoprire dietro l’apparenza ti rende umano, ti rende criticabile, confrontabile! Si, confrontabile. Ma Peter a cosa poteva mai essere confrontato? Samar non ricordava alcun uomo preciso, puntuale, fiero e sorridente che potesse indossare una giacca giallo ocra. Samar non conosceva un uomo che non nasconde nulla sotto un sorriso.

Peter ogni mattina sgattaiolava dal palazzo salutando Samar, rientrava la sera puntualmente alle 21, non cenava, bevevo un po’ di vino, rosso, corposo, e si poggiava sul divano, proprio di fronte la tv.

La signora Stragovin, era la vicina di casa di Peter, le rispettive camere da letto poggiavano sullo stesso muro. Certe notti Anna Stregovin, ex moglie dell’ex comandante dell’ex brigata Lermontov, aveva l’impressione di percepire il respiro del giovane attraversare le mura, poggiarsi sulla propria pelle, e farle riscoprire il fascino di essere donna. Anna aveva 42 anni, capelli ricci, rossi. Anna amava parlare con Peter. Ogni giorno lo attendeva al mattino alzarsi presto, uscire a petto nudo sul balcone per ammirare il lento svegliarsi della città. Anna non capiva come riuscisse a stare così nudo all’aperto, qualsiasi fosse la temperatura esterna. Non lo vedeva soffrire, non vedeva la pelle contrarsi, non lo vedeva annichilito e chiuso tra le sue ossa non troppo corpulente. Era li, naturale, ancora caldo. Anna amava quel caldo corpo, ma più di tutto la sua voce. Aveva ormai imparato a conoscere il lento affievolirsi delle lettere dolci, o l’irrobustirsi delle consonanti più aspre. Iniziavano la mattina parlando di qualche libro, del mare, del fiume che percorreva la città, del proprio destino. Razionale e spirituale. Amava guardare gli astri, raccontare in maniera tecnica il cielo della notte precedente, e condirlo con nozioni di storia greca, di scienze, di filosofia o arte. Peter sapeva stupire Anna con la sua cultura, con il suo essere posato, fine, delicato.

Anna desiderava Peter, ma non riusciva né voleva ottenerlo, preferiva vivere ogni mattina con lui che seguirlo la notte. Anna sperava di non perderlo mai. Amava sentire i rumori violenti provenire dalla camera accanto ogni notte, sempre agli stessi orari. Anna ascoltava i gemiti della donna che passava poche ore con Peter ogni notte, che ne riscaldava il letto per poi andare via. Che fosse una o fossero tante non o sapeva certo, lei ascoltava i gemiti e pensava ad andromeda o cassiopea del giorno innanzi. Sapeva di conoscere Peter più di qualsiasi altra donna muovesse un materasso con le proprie gambe. Anna conosceva Peter senza il giaccone giallo ocra e senza occhiali.

Le donne che ogni sera accompagnavano Peter Ivanov provenivano tutte dal locale Black Juliette, un night poco distante dalle sponde del fiume, proprio accanto l’ufficio dove lavorava.

L’ufficio era diviso in due stanze, una vissuta dal vecchio Liputin e l’altra da Peter. L’insegna portava il nome di “Ufficio riscossione crediti”. Peter arrivava puntuale alle 8, toglieva la giacca, toglieva gli occhiali, toglieva i baffi finti, sedeva alla scrivania ed iniziava a fare telefonate. Il tono della voce sgraziato, arrogante come un pitbull in combattimento, falso come un cammello nel deserto. Minacciava, intimidiva, chiedeva e pretendeva. Così Liputin lo vedeva e lo ascoltava. Peter aveva stoffa nel suo lavoro. Il vecchio Liputin non aveva mai avuto tale crudeltà nei rapporti, cercava sempre di dare una mano a chi di bisogno, invece di ingozzarsi di denaro come il suo collega. Peter era un arrogante arrivista, senza alcun gusto del piacere. Mangiava male e poco, usava modi incomprensibili ad un vecchio come Liputin. E più di ogni altra cosa Liputin odiava i suoi discorsi disordinati, e volgari. Odiava le volgarità Liputin, e più di ogni altra cosa vedeva questo difetto in Peter. Odiava sentire parlar male di una donna pura coma Anna, di come lui si divertisse a farsi guardare seminudo, e come osservasse gli occhi di lei cadere inesorabilmente sul suo membro, di come le raccontasse la qualsiasi, mentre lei, quasi sorda ascoltasse solo le forme virili del suo corpo. Ne traeva piacere. E Liputin per questo lo odiava.

Peter continuava poi con qualche massima sul suo portinaio, sulla “bestia sporca” che puliva il palazzo. Dal primo giorno era stato scacciato dall’odore orribile che emanava il suo corpo, dal fetore della stanza in cui viveva. Tutto ciò lo infastidiva a tal punto da sgattaiolare fuori ogni mattina porgendo solo un saluto veloce, e ridendo di ogni goffa macchia sul vestito dell’anziano.

Liputin non poteva che ascoltare senza controbattere, non aveva né la forza né la voglia di insegnare l’educazione in un tizio tanto superficiale, Liputin conosceva più di chiunque altro quell’uomo, ne condivideva la giornata, le esperienze. Peter Ivanov parlava ore ed ore quando non era impegnato con il lavoro, e dimostrava quanto fosse solo, quanto bisogno avesse del caro Liputin. Ed egli acconsentiva a questo suo bisogno, ma non riusciva a fargli una paternale, a dargli un esempio, ne provava solo un’immensa, triste pietà.

Comments (1)

verdefebbraio 27th, 2008 at 20:18

E’ un racconto ben fatto! complimenti! mi ricorda quasi quelle tante persone che non parlano, o lo fanno poco, con l’intento di creare un certo “mistero”: poi, in realtà, il misterioso che è in loro è vuoto assoluto, incapacità di comunicare, anche nei rapporti sentimentali.

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