RACCONTO DEL BUIO E DELLA LUCE
Immerso nella lettura, trascorrevo la sera tra i mobili di mogano del mio studio. Da lungo tempo era ormai terminata la parte della mia vita che avevo dedicato alla scienza e all’ investigazione del mondo fisico.
Come il mio capiente leggio alloggiava su di sé il tomo che mi stava davanti, così le morbide ombre della sera trovavano placido albergo nel concavo spazio della camera, sulle cui pareti danzavano lenti e incorporei i riflessi emanati dal braciere di bronzo.
Le storte e gli alambicchi, ormai coperti dalla polvere degli anni, erano riposti in una stanza che non si apriva più, né mi interessavano il circolare delle idee e i dibattiti dei sapienti. Che bisogno avevo, infatti, di ricercare la vicinanza dei miei simili o di ascoltare i discorsi del tempo presente, quando opere immortali erano già state vergate e l’anima degli antichi eroi era tale da svelare tutto quanto fosse degno di esser conosciuto attorno all’umana natura? Non aveva forse Omero reso i suoi indomiti guerrieri presaghi di eterne verità e pronti all’ubbidienza allorché si manifestava loro, ineluttabile, la voce di una volontà superiore? Non aveva già, il feroce Achille, accolto come un padre il vecchio Priamo, disponendosi al perdono e all’accettazione del sacrificio della sua stessa vita, in maniera simile a quanto, dopo di lui, avrebbe fatto Cristo in nome di una Verità più alta?
Di tal tenore erano dunque le meditazioni che si andavano svolgendo dentro di me, quando udii tre forti colpi al pesante uscio della mia dimora. Quel che vidi aprendo la porta, non me lo ero aspettato, ma, più che sorprendermi, destò in me un vivo interesse. Mi apparve uno sconosciuto dal volto teso e smunto, dall’espressione nobile e profonda, alto di statura e di corporatura ben proporzionata. Dopo essersi presentato, chiese di parlarmi.
Senza indugi lo feci entrare e sedemmo insieme nel mio studio. La stanza era ormai illuminata soltanto dall’austero candelabro posto sullo scrittoio e dalla luce emanata, più in basso, dalle braci che ardevano rassicuranti e inquiete, come solo sanno esserlo i gatti domestici, che ben si adattano a rivestire di sembianze eleganti e familiari la loro insopprimibile natura selvaggia.
Fin dalle prime parole del mio visitatore echeggiò in me un’eco profonda, che mi parve significare l’esistenza di un’intima ragione alla base di quell’incontro, sicché non interruppi l’altro quando compresi che si accingeva a raccontarmi la storia della sua vita.
E’ con le sue stesse parole che narrerò questa storia – per come io le rammento, se non precise alla lettera, certamente fedeli allo spirito del ricordo, che è rimasto impresso in me indelebilmente.
Io nacqui – cominciò dunque quegli – beneficato dalla natura e dalla fortuna. Nulla mai mi mancò di quanto la sollecitudine di genitori amorevoli e facoltosi poteva procurarmi, e i miei numerosi fratelli e sorelle maggiori mi circondarono di illimitato affetto. La mia vita di allora mi sembra adesso esser stata come circonfusa di una viva luce, che pervadeva ogni cosa senza nulla lasciare nella penombra. I miei educatori non ebbero mai a mancare nel trasfondere nei loro insegnamenti ogni principio di bene e di virtù. La mia propensione alla lealtà e alla generosità mi rendeva amici quasi tutti. Nondimeno ero in grado di affrontare anche le inique pretese del prepotente, tale era la sicurezza fiduciosa che la mia condizione felice aveva infusa in me, e tale il vigore che la natura benigna aveva concesso alle mie membra. I deboli chiedevano il mio aiuto, certi di essere soccorsi, mentre gli sprovveduti che mi si fossero messi contro in un secondo tempo mutavano condotta. Ma erano la maggior parte coloro che spontaneamente riversavano su di me il loro affetto. Conobbi l’amore e giurai fedeltà alla più degna e desiderabile delle fanciulle.
Comprendevo però di dover completare la mia istruzione per pervenire a una piena maturità. Lasciata pertanto la mia famiglia, mi recai nel lontano capoluogo dove aveva sede l’università. Quivi una più ampia varietà delle umane disposizioni rendeva tutto diverso rispetto al mio luogo natale, nel quale la mia stirpe aveva esercitato per secoli, sui costumi e sugli uomini, la sua benefica influenza. Nella nuova città il saggio viveva non lungi dall’insipiente e numerosi erano coloro che conoscevano le vie e gli strumenti della malvagità.
Mosso dal desiderio di giovare ai miei simili, mi diedi allo studio della medicina e della storia naturale. Ma anche la filosofia stimolava non poco il mio interesse.
Lo studio di queste branche del sapere espanse col tempo le mie facoltà, rendendo più acute, più penetranti, più ardite, le mie riflessioni, fino ad allora ispirate ai parchi criteri di una lineare ragionevolezza. Mi avvidi che costituiva un limite alla conoscenza il non tenere in debito conto l’oscurità e le tenebre. Non vi erano forse, tra gli animali, accanto alle madri amorevoli, anche quelle che scacciavano o uccidevano i loro piccoli deformi? Se il gatto gioiva nel tormentare il topo già catturato; se uomini depravati causavano dolore ai loro simili ben oltre i limiti di quanto sarebbe stato necessario per procurarsi vantaggi materiali; se taluni individui dovevano infliggere inaudite torture per raggiungere i piaceri della carne; se popoli interi venivano precipitati nell’abisso della miseria e della morte per l’ambizione di capi senza scrupoli: come poteva, allora, il male limitarsi a essere mancanza del bene, e non a sua volta un principio originario, potente, forse invincibile?
La mia mente si lanciò in una ricerca inesausta, tanto che alla fine ne fu spossata. E non si avvide che ciò che prima essa bramava per porre rimedio alle sofferenze della mia specie era vieppiù concupito per il fascino morboso che da esso promanava. Le vie che l’anima segue allorché le storture che la conducono a gioire della perversità si imprimono nella sua sostanza immateriale; i canali segreti che nelle membra e nelle viscere i ciechi microbi percorrono guidati ad un arcano sapere per diffondere i morbi in ogni parte del corpo corruttibile; gli immensi spazi del cosmo che gli influssi nefasti degli astri attraversano in un istante per arrecare all’umanità immani sciagure: di tutte queste cose, impregnate di indicibile mistero, fu imbevuto a sua volta il mio essere, e il terrore che ne nacque, quando il commercio coi miei simili mi costrinse infine a guardarmi in uno specchio impietoso, non poté più suscitare in me una reazione adeguata a correggermi, né a tentare di farlo…
Traviato ormai sino al midollo, cominciai a trarre illeciti guadagni approfittando della mia conoscenza degli uomini. Divenni esperto nel mentire e nel tradire la fiducia di coloro che mi stimavano. Approfittai della buona fede dei semplici e della debolezza dei bisognosi. Sedussi e abbandonai fanciulle inesperte, esercitai arti esecrabili e godetti di piaceri proibiti. In breve, in me produssero le loro estreme manifestazioni tutte le storture e i difetti morali che da tempi immemorabili sono retaggio della nostra condizione. Fu un bene che le mie forze e il mio corpo, ormai sfibrato, abbiano finito per cedere, sicché caddi in una malattia che mi precipitò in un torpore simile alla morte, come se le tenebre si fossero impadronite a buon diritto di colui che tanto a lungo le aveva corteggiate.
Come lentamente, da un pozzo profondo, riaffiora il corpo di una dolce creatura, che vi era precipitata andando ad attingervi dell’acqua, e tornano tristi, a contatto con l’atmosfera, le belle membra che purtuttavia la morte non ha potuto deturpare, così ritornarono alfine, dapprima confuse, alla mia mente stravolta, le immagini di tempi e di luoghi lontani, i volti cari e gli amati sembianti che erano rimasti al fondo della mia anima. Tra essi, si delineava sempre più in primo piano, e sempre meno indistinta, l’effigie di colei che avevo amato e alla quale una volta mi ero legato. E realmente essa era giunta fino a me e adesso mi teneva per mano, sedendo dolcemente al mio capezzale, giacché, allarmata dalla mancanza di notizie, mi aveva raggiunto e soccorso, mi aveva perdonato e salvato. Forse soltanto il sentirla vicina era stata la condizione per cui ero risalito dal fondo della tenebra.
Avvertivo adesso che una qualità nuova, che gradualmente mi diveniva più familiare, ineriva all’aspetto di lei, al suo essere fisico, al rapporto stesso che sussisteva tra noi. Non più in una mera immagine soltanto essa consisteva, come nel passato, quando era stata rischiarata dalla luce più pura e tuttavia mi era apparsa invero – lo comprendevo adesso – quasi astratta e irreale. E sebbene, prima della mia rinascita, mi fossi macchiato della più nere colpe, adesso essa era viva, per un meraviglioso prodigio, anche dentro di me, poiché ora potevo serbare nella mente e nel cuore, come una gemma preziosa custodita in uno scrigno, l’essenza di coloro che amavo. Il nuovo mondo nel quale ero collocato era fatto di luci e di ombre, e se il male e la sofferenza non potevano esservi banditi, ero certo d’altronde che mai più avrei potuto perdere l’ oggetto del mio amore, neanche qualora esso fosse scomparso per sempre ai miei sensi esteriori. Né mai più avrei potuto perdere me stesso.
Comprendevo che non mi sarei nuovamente librato nel folle volo della superbia, poiché ormai mi apparteneva tutto quanto mi occorreva per vivere. Adesso la felicità poteva essere conquistata e condivisa nell’ esperienza sublime dell’ amore.
Francesco

Come già detto durante l’officina lo stile di Francesco è sempre ricercato e il linguaggio sempre aulico senza il rischio di alcuna ….. forzata ed esagerata affettazione! Vorrei che anche Annalisa pubblicase il suo in modo da avere sul blog i due stili con i quali è stato compiuto l’esercizio.
E’ importante poter osservare i diversi punti di vista e le riflessioni dalle quali essi sono scaturiti.
Grazie
Nancy