Report laboratorio di lettura consapevole del 18 marzo 2011 – Milazzo

L’incontro di venerdì 18 febbraio è stato dedicato al verbo “Ricordare”.

Siamo partiti dall’analisi dell’editoriale di Antonio Spadaro per Bombacarta del mese di Febbraio, il quale critica l’interpretazione del ricordo e della memoria data da Cesare Pavese ne “Il mestiere di vivere”.
Infatti, sostiene Spadaro, se Pavese, da scrittore grande qual è, coglie nel reale una trama che si risveglia nella coscienza dell’uomo e la descrive e la interpreta alla luce di un passato irraggiungibile ma sempre attivo, quello dell’infanzia, tuttavia egli non riesce a comprenderne la portata della sua attualità.
Il passo — decisivo — che egli non riesce a compiere è quello di riconoscere nell’infanzia non solamente una valenza di passato, ma anche una potenza di futuro. Pavese sembra incapace di riconoscere che la condizione aurorale dell’infanzia non è solamente terra a cui far ritorno per capire la realtà e luogo in cui trovare rifugio, ma condizione stessa dell’esperienza del mistero del reale, possibilità di una conoscenza intesa come “prima volta”. Noi ricordiamo le cose che vivono in un modo o in un altro. L’importante è che questa loro vita non appanni la vita, il futuro, il progetto che adesso facciamo della nostra vita, ma li vivifichi con una sovrabbondanza di senso.

E’ chiaro come una simile interpretazione del ricordare sia fondata sul “rammentare”, “riportare alla mente”. “Ricordare” ha, però, altri significati: “ricordare” come avvertimento (il comandamento biblico “Ricordati di santificare le feste”), “ricordare” come commemorare (“il 17 marzo si ricorda l’Unità d’Italia”), “ricordare” come “rassomigliare” (“Mi ricordi tuo padre…”).
Quale significato di “ricordare” avremo privilegiato nelle nostre scelte letterarie di questa settimana?

Lara compie un breve excursus citando i testi di alcune canzoni: in primo luogo c’è “Ricordare” musicata da Ennio Morricone, nella colonna sonora del film di Giuseppe Tornatore “Una pura formalità”, e che viene anche riascoltata nell’interpretazione dei La Crus:

Ricordare, ricordare
è come un po’ morire
tu adesso lo sai
perché tutto ritorna
anche se non vuoi.

E scordare, e scordare
è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare.

Ricordare, ricordare
come un tuffo in fondo al mare
Ricordare, ricordare
quel che c’è da cancellare.

E scordare e scordare
è che perdi cose care
e scordare e scordare
finiranno gioie rare.

E scordare e scordare
è che perdi cose care.

Ricordare, ricordare
è come un po’ morire
tu adesso lo sai
perché tutto ritorna
anche se non vuoi.

E scordare, e scordare
è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare.

Ricordare, ricordare
come un tuffo in fondo al mare
Ricordare, ricordare
quel che c’è da cancellare.

E scordare e scordare
è che perdi cose care
e scordare e scordare
finiranno gioie rare.

E poi, tra altre canzoni ispirate dal ricordo e dal ricordare, ci sono:“Montagne Verdi” di Marcella (“Mi ricordo montagne verdi, e le corse di una bambina, con l’amico mio più sincero, un coniglio dal muso nero”); “Un anno d’amore” di Mina (“Ricorderai, i tuoi giorni felici, ricorderai, tutti quanti i miei baci, e capirai in un solo momento, cosa vuol dire un anno d’amore”); “Ricordati di me” di Antonello Venditti (“Ricordati di me, questa sera che non hai da fare, e tutta la città è allagata da questo temporale”); “Ed ero contentissimo” di Tiziano Ferro (“In fondo eri contentissima, quando guardando Amsterdam non ti importava della pioggia che cadeva … solo una candela era bellissima e il ricordo del ricordo che ci suggeriva che comunque tardi o prima ti dirò che ero contentissimo ma non te l’ho mai detto che chiedevo Dio ancora”); “Ricordi” dei giovanissimi Finley “Ricordi di un anno momenti che ti lasciano un sorriso. No, non svaniranno mai resteranno sempre i tuoi, [soltanto tuoi]”; “I’ll remember” di Madonna (“And I’ll remember the love that you gave me, Now that I’m standing on my own, I’ll remember the way that you changed me, I’ll remember”). Vengono menzionati anche un aforisma di Vasco Rossi, secondo cui: Dimenticare è facile: basta non ricordare, e un docu-film che vede come protagonista Marcello Mastroianni, poco prima della sua scomparsa, dal titolo “Mi ricordo, si mi ricordo”.

Da ultimo, la citazione letteraria è per “Le ricordanze” di Leopardi; vengono proposti i versi che rientrano nella seconda parte dell’elegia, dedicata al passato e alla giovinezza dell’autore:

Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per sé; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

E’ il “suon dell’ora” a richiamare l’insieme delle immagini ora interiorizzate e rivissute. La memoria agisce enfatizzando l’intensità dei ricordi, riproducendoli nitidi e circondati di tutta la ricchezza di emozioni che sono capaci ancora di condensare attorno a loro. Il ricordo è dunque dolce per sé ma “con dolor sottentra il pensier del presente”. Se luoghi e situazioni, oggetto della percezione, sono capaci di rievocare il passato, la ragione agisce anch’essa in profondità ed impedisce di rivivere l’incanto dell’illusione giovanile. Emerge drammatico il contrasto tra passato e presente, soprattutto come contrasto tra forme psicologiche e disposizioni fondamentali dell’animo, tra loro irriducibili.

Rosina, evidenzia come il ricordare comporti inevitabilmente sofferenza e il dover ripercorrere un vissuto emozionale che può essere non facile. Ci menziona, però, le canzoni di Fabio Concato “Ti ricordo ancora”, e di Roberto Soffici, “Dimenticare”, quale antitesi a “ricordare”.
“Ricordare” ha anche un significato positivo: in “Conversazioni con Dio”, di Neale Donald Walsh si dice che noi ci ricordiamo ciò che siamo, poiché siamo esseri divini, “pezzetti di Dio che camminano”. Ogni cosa che compiamo è il ricordo di ciò che abbiamo già sperimentato.
Infine, Rosina cita una frase dal film “Voglia di tenerezza”: “10 anni dopo ricordò quegli occhi verdi e per tutto il pomeriggio fu assillato dalla sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, sbagliato, sbagliato”. Ancora una volta, il ricordo è sofferenza.

Cettina afferma che il ricordo provoca nostalgia. Più che proporre dei testi che abbiano ad oggetto il ricordare, ci propone dei libri che le hanno suscitato dei ricordi:
1) “La bocca più di tutto mi piaceva” di Nadia Fusini (studiosa di teatro elisabettiano, scrittrice e traduttrice) narra di una “bambina selvatica”, profondamente affezionata al padre, che si trova a fare i conti con gravi difficoltà. I ricordi personali sono inframmezzati alla storia della protagonista.
2) “La lettera d’amore” di Cathleen Schine, viene proposto alla nostra attenzione per l’impressione positiva che suscitò al momento della lettura e che Cettina ricorda tuttora. Una libraia riceve una lettera. “Stanotte ho buttato il libro dalla finestra, ho provato a dimenticare”, dice la missiva. Chi l’ha scritta? Il finale sarà a sorpresa per un libro che ha i toni del giallo
3) In “Aveva piovuto tutta la domenica” di Philippe Delerm (autore del celebre “La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita”), vi è la descrizione di Parigi da parte del protagonista. Dalla lettura di un brano si evince la nostalgia e la solitudine dello stesso, che decide di acquistare un telefonino (attraverso cui avviene “Una magia: non si dà importanza, si dà esistenza”) per chiamare, alla fine il servizio meteorologico!

Gioacchina legge un brano da “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery in cui Paloma, la piccola protagonista racconta il giorno in cui la nonna venne condotta all’ospizio. “La nonna mi sembra sistemata bene. Per il resto affrettiamoci a dimenticare tutto velocemente” dice Colombe, la sorella di Paloma. E invece no. In antitesi con quanto appena detto, Paloma sottolinea che “Non bisogna dimenticare i vecchi […]. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici ti dimenticano […]”. La vita passa in fretta: ricordare, in questo caso è un antidoto, un ammonimento a noi che temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente.

Antonella cita la poesia “Alla luna” di Leopardi

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

e le ultime pagine del romanzo “Il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli, già vincitore del Premio Strega nel 2004 In cui si descrive lo stato d’animo di Annina, che ripensa alla sua vita mentre intorno a lei si svolge il trambusto della famiglia. La circondano le tombe in cui riposano i familiari di cui non ricorda nemmeno il nome. “L’Annina all’improvviso ricordò e la forza di quella rivelazione la colpì così intensamente che dovette appoggiarsi …. L’Annina ricordava con chiarezza di avere vissuto”. Da questo breve inciso è chiaro come i ricordi facciano parte della vita, e la vita stessa è vissuta in funzione del ricordo.
“Il dolore perfetto” è un romanzo dalla ricca trama emozionale e in cui la densità dei personaggi e delle loro storie ben si accompagna ad un’altra saga familiare proposta da Rosa: “Cent’anni di solitudine” Gabriel Garcia Marquez.
Nella lettura Rosa contrappone l’inizio e la fine del romanzo. All’inizio, di fronte al plotone di esecuzione, Aureliano Buendia ricorda e inizia la lunga narrazione relativa alla saga della famiglia, fino alla poderosa ed epica conclusione del romanzo in cui Aureliano “ dimentica…”.
Il ricordo, nel contributo proposto viene inteso come memoria e mezzo per tramandare il passato alle future generazioni.
Alessandro avanza un paragone con un altro celebre romanzo familiare, “I Buddenbrook” di Thomas Mann.
La tematica del ricordo e della memoria come chiave per interpretare i legami familiari è alla base di un altro intervento di Cettina, che cita Daniella Conti e “Le costellazioni familiari”: gli avi trasmettono ai discendenti parte delle proprie caratteristiche e della propria energia. Ecco perché ricordare gli episodi gravi di una famiglia è importante, perché le cose non dette prima o poi riemergono. Ricordare, perciò, deve intendersi come un processo di trasmissione, per scoprire ciò che è avvenuto secoli addietro nella famiglia e che fa parte della sua storia.

Alessandro propone il racconto “I linguaggi del bosco” tratto da “Le pietre di Pantalica” di Vincenzo Consolo. Il protagonista osserva due fotografie del 1938 e risale con la memoria al periodo della sua infanzia in cui, convalescente, viene condotto al Bosco della Miraglia. E’ in questo periodo che egli conosce due sorelle: Eleonora e Amalia: la prima è ordinata e precisa; la seconda energica, selvatica e solitaria, viene scelta come compagna di giochi dal protagonista. È lei a dare nomi a luoghi, elementi; conosceva linguaggi del bosco con cui comunicava con gli animali, dialetti diversi per parlare con le persone, ed è proprio Amalia a lasciare impressa nella memoria del protagonista la sua faccia al momento del congedo.
“Terra matta” di Vincenzo Rabito, è un libro dalla storia peculiare, definito una sorta di “Gattopardo popolare”. Scritto da un semianalfabeta con una vecchia macchina da scrivere nel corso di 7 anni (ben 1127 pagine ad interlinea 0, ritrovate da uno dei figli a distanza di anni dalla morte del padre), in esso è contenuto uno spaccato della storia d’Italia nel corso di più di mezzo secolo.

Per concludere, Loredana cita delle liriche (“A Silvia” di Leopardi, sul tema della rimembranza, e “Daffodils” di Wordsworth, in cui il ricordo dei narcisi accompagna la meditazione del poeta) e propone due contributi in prosa.
In “Viaggio in Sicilia” di Goethe c’è la descrizione dell’arrivo a Palermo, della memoria gioiosa ed allegra del viaggio. Si racconta di un colpo d’occhio felice della città, l’accoglienza riservata dall’albergatore, la descrizione della passeggiata a mare alla sera, la vita notturna e viene effettuato un confronto con Napoli.
Anche in “Bagheria” di Dacia Maraini c’è il ricordo della città di Palermo, osservata per la prima volta dal mare, nel 1947. La commozione del viaggio ritorna nei ricordi dell’autrice a distanza di tanti anni: perché non ne ha scritto prima, è il suo interrogativo? E’ curioso come i ricordi investano anche il cibo (ed è un tripudio di sarde a beccafico, melanzane alla quaglia, gelatina di pistacchio, minne di Sant’Agata…).

Alla fine ci si interroga sul significato che ci sentiamo di attribuire al verbo ricordare: memoria o spinta per il futuro? Sembreremmo tutti concordi sul fatto che i ricordi fanno parte di noi e non se ne vanno… ma c’è ancora Montale a dire l’ultima parola, con dei versi tratti dalla poesia “La casa dei doganieri”, da“Le occasioni”:

….la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana….

Arrivederci alla prossima settimana con “pregare”. 

Lara

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