Recensione a  “Le mille luci di New York” di  Jay Mc Inerney

Recensione a  “Le mille luci di New York” di  Jay Mc Inerney

di Rosalia Mollica

Pirandello ne “ La tragedia d’un personaggio” a proposito di quelli che lui riceve ogni domenica nel suo studio e che chiedono spazio racconta che ” […]accorre a queste mie udienze la gente più scontenta del mondo, o afflitta da strani mali, o ingarbugliata in speciosissimi casi, con la quale è veramente una pena trattare… Sopportazione, buona grazia, sì;¸ma essere gabbato non mi piace e voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine”. La lettura gioca questi scherzi alla mente! associare il girgentino Pirandello allo statunitense Jay McInerney non è un azzardo no, i personaggi anche qui sono “ esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni. Forse meno reali ma più veri!”.

 “Sono le sei del mattino, hai idea di dove sei?” chiede lo scrittore al suo personaggio, comincia a dargli del tu e continuerà. Il racconto procede in seconda persona , McInerney si rivolge a lui dandogli il tu come in un dialogo fittizio dove l’autore conosce tanto da parlare in sua vece .

  “Tu” è un giovane abitante di New York, una New York dalle mille luci appunto, gioviale e triste, dalla  folla soffocante, paradossalmente regno smisurato di solitudini. Lavora per un giornale nel reparto verifica dei fatti, si dà coraggio col tiramisù boliviano che sniffa bellamente come la maggior parte di coloro che lo circondano. Abbandonato da Amanda, la giovane moglie modella, soffre per il dolore della perdita tra desiderio di rivalsa e incapacità di comprendere ciò che realmente lo logora.

 È dedito ad una vita errabonda fatta di feste e incontri subìti, indesiderati, nell’affannosa ricerca di emozioni per “saggiare i propri limiti, per ricordarti di quello che non sei”..Il lavoro è poco soddisfacente e allo sbando come la sua vita , intorno a lui agiscono : Clara Tillinghast (La Piovra),il suo capo, che si muove sui cingoli “ ha un cervello come una trappola d’acciaio e un cuore come un uovo bollito 12 minuti” con lei i rapporti saranno tesi e destinati al naufragio. Il suo compagno di ventura e amico Tad Allagash che “..non ti chiede mai come stai e non aspetta mai la risposta.” è come”.. un divo del pattinaggio artistico che non prende mai in considerazione la possibilità dell’esistenza di squali sotto il ghiaccio”ma che dimostrerà quanto di buono può esserci in ognuno di noi, anche fra i più insospettabili, e poi Megan Avery, “ una persona che potrebbe dare lezioni di sanità mentale” una collega fedele e solerte, contatto umano tra tanti corpi senz’anima.

 Ma ciò che affascina in questa storia piena di vuoti è il contrasto tra la prima e la seconda parte del romanzo, fra ciò che sembra e ciò che è, o meglio ciò che è, nonostante tutto quello che non dovrebbe esistere. Grazie a questo ribaltamento di emozioni si rivela la bellezza, non c’è luce senza buio, non c’è paradiso senza inferno. E’ commovente la risalita dal baratro che, pur continuando ad essere lì minaccioso, riesce, in questo gioco di dualità, a dare una spinta verso la catarsi. Si resta umani anche quando la vita sembra divorare la bellezza. La scoperta della vera origine del dolore e il contatto con i ricordi seppur tristi riporteranno l’anima là dove è sempre stata seppur nascosta.

Tre personaggi, indispensabili, insostituibili, presenti e non, aiuteranno “tu” a cominciare tutto daccapo?

Uno dei punti di forza è la lingua scarna, arguta, ironica che strappa il sorriso più volte. Dipanare la matassa con una lingua limpida e tagliente come l’acciaio riesce a svelare in ogni pensiero la duplicità e la tensione nascosta e Jay McInerney ci riesce. Carver, suo maestro, lo affianca spesso.

Ma la bellezza più grande di questo romanzo del Brat Pack è la capacità di commuovere senza fronzoli, senza leccature, senza sfarzo di colori, perché sì, nel bailamme di luci, feste, folla ,droga, alcol ,ci sarà il posto per le lacrime e vi giuro  che  sarà bellissimo.

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