I report delle officine straordinarie di scrittura creativa

Cari amici, 

ecco i report delle officine straordinarie di scrittura creativa, vissute in questi mesi: stralci e impressioni tratti dagli appunti dei partecipanti. Abbiamo deciso di condividerli su richiesta di c’era e di chi non ha potuto essere presente. Buona lettura!

 Laboratorio di Scrittura Drammarturgica 15-16 febbraio 2019, coordinato dall’attore e autore

Mauro Santopietro.

( Dagli appunti di Giusi di Bella)

All’interno del laboratorio di scrittura drammaturgica il coordinatore ci ha fatto lavorare molto sulla strutturazione tecnica del testi. E’ partito da un concetto fondamentale: ogni scrittore può scegliere come raccontare la sua storia: in forma di romanzo, poesia o testo teatrale.
Ricordando che in un testo narrativo possiamo distinguere essenzialmente tre parti: inizio, sviluppo, conclusioni. Abbiamo suddiviso le tre fasi a loro volta ripartite in sequenze. Al fine di una struttura armonica delle sequenze abbiamo dato loro una musicalità alternata: positiva, negativa, positiva e via dicendo. Le sequenze inoltre possono essere tutte di uguale lunghezza ovvero avere una struttura ad imbuto: la prima più lunga, la seconda meno, la terza ancora meno. Sono le alternanze dei segni e la lunghezza delle sequenze che determinano l’equilibrio di un testo.
E’ importante, tuttavia che all’interno di ogni sequenza, la frase principale vada, preferibilmente, posta alla fine. Punti cruciali di un testo sono i cd. “nodi drammatici”, cioè i passaggi tra una sequenza e un’altra, le azioni che fanno camminare la storia. Essi vanno individuati e isolati.  Più l’obiettivo di una storia è alto, più nodi drammatici devono essere presenti in modo da rendere l’obiettivo più difficile da raggiungere.
Poi abbiamo visto come un testo narrativo può essere trasformato in testo poetico. Per raggiungere tale scopo occorrerà scegliere i termini da mettere in evidenza (molto spesso individuati nei nodi drammatici) e creare una logica del testo (terzine, quartine …). All’interno di questa logica, una frase o una parola di un intero testo diventa un verso. Rilevanti sono le ripetizioni, cioè parole o suoni che ricorrono e con i quali si può giocare, cercare sinonimi o renderli in qualche modo più visibili. Il risultato finale deve far passare lo stesso messaggio del testo narrativo di partenza. Possiamo sintetizzare così le alternanze in un testo poetico: negazione del movimento/movimento/punto.
In un testo poetico, più che in ogni altro tipo di testo, le azioni, i sentimenti non si spiegano. E’ al lettore che va demandato il compito di capirlo/interpretarlo. E’ il lettore che dovrà trovare le sue spiegazioni.
La parola che ha un suono nell’ immaginario, che è inerente al testo senza farci parte, si estrae e diventa il titolo della poesia. Ritorna così il concetto tante volte usato nei nostri laboratori: show, don’t tell.
Diverso registro avrà una storia raccontata per il teatro: il registro narrativo, infatti, non appartiene al teatro. Il teatro si fa in quello spazio che intercorre tra una parola e l’altra, nel vuoto, nei silenzi, nei gesti, in tutte le azioni che non sono scritte, ma solo suggerite dall’Autore. Tutto quello che è didascalico o ridondante in un testo teatrale è di troppo. I cambi di pensiero e di azione dei vari personaggi determinano cambi di registro. Nel teatro i nodi drammatici sono gli eventi che cambiano le cose (va via la luce, si cerca un oggetto, si rimane soli…). Ma soprattutto, in un testo che va recitato, quel che conta sono i fatti, gli accadimenti. Sono proprio i fatti, non le opinioni, gli elementi da focalizzare, i fatti e le azioni che il protagonista compie mentre recita. Ovviamente, rilevanza fondamentale rivestono i dialoghi, dove l’attenzione è posta sulle diverse voci di ciascun personaggio.
Dunque un filo conduttore lega le varie forme narrative: la carnalità di un testo. Uno scrittore deve chiedersi qual è il suo obiettivo, cosa vuole raccontare, che è cosa diversa dal messaggio.
Le varie trasposizioni di un testo potranno anche tradire l’idea originale, ma quel che non va perso è ciò che l’Autore vuole dire, l’organo a cui lui vuole parlare (testa, cuore …).  Le scritture perfette parlano a entrambi gli organi, ed è per questo che occorre evitare di spiegare troppo, perché così facendo si “accende” solo la testa.
La carnalità di un testo è l’emotività di uno scrittore, ciò che lo ha mosso e ciò che, alla fine, ne determina lo stile.

Laboratorio di Sceneggiatura 15-16 marzo 2019, coordinato dallo scrittore

Mario Falcone

( Dagli appunti di Giusi di Bella)

Mario Falcone ci ha guidati all’interno della struttura della sceneggiatura. Anche qui siamo partiti dal presupposto che la scrittura/sceneggiatura è raccontare per immagini. A differenza del romanzo, in cui lo scrittore mostra se stesso in maniera molto libera, la sceneggiatura è una scrittura tecnica, da gestire con regole quasi matematiche.

Il punto fermo che condivide con la narrativa è: cosa voglio dire? Occorre creare una storia (che è cosa diversa dalla trama), un personaggio, meglio se originale, e un tema di cui parlare ma non in maniera manifesta. Il tema va preferibilmente innestato in un’altra storia, che è quella che si racconta, ed è allo spettatore che viene rimandato il compito di recepire il messaggio che lo scrittore vuole far passare indirettamente. In una sceneggiatura, lo scrittore deve avere ben chiari l’inizio e la fine della storia, deve conoscere il bisogno iniziale del protagonista e l’autorivelazione finale.

Analizzando il capolavoro cinematografico di F.Ford Coppola, Il Padrino, si è focalizzata l’attenzione sui sette passi chiave di una scrittura per immagini. Il primo punto, vero pilastro di una sceneggiatura, è il NEED del protagonista. Il protagonista, all’inizio della storia, è un personaggio debole, ha un bisogno, morale o psicologico, più o meno nascosto. Segue quindi una domanda, su cui innestare la storia: cosa vuole il nostro protagonista nella vita? Qual è il suo obiettivo? E qui entrano in gioco le scelte, le decisioni da prendere, le azioni.

A completare l’intreccio della trama è la figura – necessaria – di un nemico del protagonista. L’avversario/antagonista non deve essere necessariamente una figura cattiva, o comunque negativa. L’antagonista serve a creare ostacoli, impedimenti, è una figura utile per il conflitto che il protagonista dovrà gestire e affrontare. Il quarto punto corrisponde, difatti, al piano che il protagonista della nostra storia appronterà per contrastare il suo avversario. Avversario che per essere credibile deve essere alla stessa portata del protagonista, deve lottare per i suoi stessi scopi. Segue lo scontro, la battaglia per la realizzazione del piano elaborato dal nostro eroe, magari raccontato alternandolo ad immagini estranee se non addirittura opposte all’azione cruciale e, infine, la sconfitta dell’avversario.

Il sesto punto si individua nel momento in cui il nostro protagonista fa il punto di quella che è stata la sua esperienza e capisce cosa ha imparato. Si toglie la maschera e guarda cosa e chi è diventato. E’ un soggetto diverso rispetto all’inizio della storia. L’autorivelazione – psicologica e morale –  del protagonista non va raccontata, va vista nei suoi gesti, in uno sguardo, in un comportamento che rivela che la ferita inziale, il need di partenza, è guarita. L’autorivelazione può non essere presente nel protagonista, ma anche in qualcuno che gli sta accanto e vede come questi è cambiato.

Ecco dunque che la storia si conclude con un uomo “nuovo”, il personaggio che abbiamo conosciuto non esiste più, gira una pagina della sua vita e ricomincia con altri presupposti, altri equilibri, rispetto a quelli iniziali.

Laboratorio di Scrittura Autobiografica 10 aprile 2019, coordinato dalla scrittrice

Nadia Terranova

( Dagli appunti di Rosalia Mollica)

Incontrare una scrittrice emoziona chi ama la lettura, la immagini intenta a scrivere, ispirata, seduta al suo tavolo davanti ad un computer o cosa ancora più affascinante , con la penna in mano e un foglio di carta bianco. Ho una visione un po’ romantica degli scrittori, immagino Leopardi davanti ad una siepe o che fissa la luna e che come in trance scriva i suoi versi. Ho compreso col tempo che non è così (con un po’ di rammarico, lo ammetto), gli scrittori lavorano duramente sul testo, architettano, limano condendo il tutto con una buona dose di ispirazione, motivazione e naturalmente talento.

L’incontro con Nadia Terranova ha fornito degli spunti di riflessione su cosa sia l’autobiografia: l’autore non è  il suo libro,  non è  necessariamente il personaggio,  ma  filtra  attraverso le sue esperienze,  il suo vissuto,  la sua biografia insomma, la storia che racconta. Il fascino della letteratura passa attraverso la trasfigurazione  e ciò che non ha la caratteristica del diario o dell’autobiografia più sfacciata è sicuramente e comunque la rappresentazione della  vita stessa dell’autore che setaccia la narrazione attraverso il proprio vissuto.

Ci siamo chiesti come potremmo comprendere le opere di grandi autori se non conoscessimo le loro vite e come e quanto la loro biografia abbia condizionato le idee e le opere?

Nadia Terranova ci ha svelato alcuni  piccoli trucchi del mestiere, necessari per un “ buon risultato “e questo dopo aver ascoltato gli scritti di alcune partecipanti al laboratorio.  Suggerire e non spiegare,  sussurrare piuttosto  che urlare, evocare, tacere a volte,  turbare, fornire dubbi e mai certezze, scandalizzare se è  il caso. Inoltre liberarsi dalla zavorra del sé e dagli occhi e dalle orecchie “indiscrete “dei lettori, scrivere per  scrivere.

Nadia Terranova, nella veste di coordinatrice di laboratorio ha voluto dimostrare di essere una persona prima che un’autrice, aperta, comunicativa, capace di ascoltare e dare peso alle parole degli altri; saper ascoltare è un  valore a cui tornare nel nostro tempo un po’ distratto,  è  una dote ormai rara. Viene voglia di sedersi in un bar in sua compagnia davanti ad una granita con brioche e  fra un’  inzuppata e l’altra  parlare ancora di Alajmo, Ferrante, Starnone, Stefansson, Carrer, meravigliati e allegri come bambini  che hanno trovato una  simpatica compagna di giochi.

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