Sera a Cape Code (1939) – Esercizi di scrittura.

Ispirati dal genio artistico di Edward Hopper, i vostri contributi.

 

Solo un riflesso
(di Sergio Busà)

Il sole non è più alto in cielo e insieme alla sua luce disegna anche delle ombre sul viso di lei, che guarda in basso con le mani conserte, nascoste sotto i gomiti. In piedi, i capelli accuratamente sistemati dietro la nuca, un po’ grigi, o forse è solo il riflesso della luce a farli apparire tali. Indossa un vestito verde, lungo sotto il ginocchio. Si stringe come se sentisse freddo e forse davvero lo sente.

Il vento accarezza fili d’erba secca, trasformando il prato in un mare cangiante di gradazioni di giallo. L’erba è alta, da tempo nessuno la taglia intorno alla casa, che continua a stagliarsi, ogni giorno un po’ meno bianca, davanti alla foresta che, fitta d’alberi e d’oscurità, sembra avvicinarsi. Pare che i rami di un albero ormai prossimo si tendano per entrare dalla finestra aperta. Forse anche per questo entra meno luce attraverso le pieghe delle tende, bianche ma non certo abbaglianti. In compenso, non c’è una tegola fuori posto o un asse di legno non allineato. Quando arriverà l’inverno, questa casa resisterà.

Lui sta davanti alla porta d’ingresso socchiusa, seduto su uno scalino, piegato in avanti, i muscoli tesi, che risaltano molto nel suo fisico più magro che asciutto, sotto una maglietta di cotone bianca come la casa. Anche i suoi capelli sono più bianchi che altro, ma forse è solo il riflesso della luce. Allunga una mano per attirare l’attenzione del cane, volge il palmo verso l’alto, forse nell’ombra della sua mano si nasconde un biscotto. Non si sa da quanto tempo lui sia lì, con la mano tesa. Non sorride, forse non guarda il cane, forse fissa stancamente l’erba alta e pensa come fare per tagliarla.

Il cane, un Rough Collie, lo ignora, si volta, guarda altrove. Sotto l’erba si muove qualcosa, potrebbe essere un pericolo per i suoi umani, forse qualcuno sta arrivando, non è certo il momento di annusare biscotti. Può darsi. O magari, quel movimento, è solo un riflesso della luce.

 

 

Preludio
(di Francesco Furchì)

O la tenera sera che tutto avvolge col suo velo fresco e odoroso! Quando le ombre si fanno più lunghe, ma è ancora tanta la luce.

Allora gli umani, col senso segreto prima tenuto da canto, cedono a poco a poco al desiderio di scivolare nel mistero che li circonda, mistero essi stessi, nonostante le abitazioni ben fabbricate, le fogge consuete del vestire, le note abitudini e le previsioni sensate.

In qual gioco nell’erba dorata una coppia attempata segue con carezzevole sguardo l’amico a quattro zampe, mentre fruscia felice tra gli steli e accoglie la moltitudine screziata degli odori, senza respingerne alcuno?

Sulla soglia elegante di casa, appoggiati ai solidi muri, l’uomo e la donna già sentono che il limitare del bosco li chiama con voce silente, nell’aura di penombra e di brulicante frescura, preludio al balsamo dolce che a breve li libererà.

Nell’illusione adusata, nel chiuso protetto della cara dimora, nei soffici letti, il sonno gentile lascerà che siano anch’essi cane ed erba e bosco e stanze, nel mare ove tutto s’accoglie, ogni nome e ogni volto, ogni suono e colore ed essenza, ogni gioia e dolore, nel mare senza tempo che ristora di notte ogni cuore.

Finché non si torni al mattino a far finta di essere svegli, di scorgere il vero, a sapere per certo di tutto i contorni sfuggenti, il chi, dove, che cosa, il quando e il perché…

 

 

L’attesa
(di Francesco Scattareggia)

Alla fine della fitta boscaglia ecco che appare una piccola casa dai muri bianchi e una distesa di erba dorata, illuminata dalla luce del sole che sta per calare.

Un donnone fasciata da un lungo abito blu che lascia scoperto solo l’ultima parte delle gambe, sta appoggiata al muro accanto alla porta di casa, con lo sguardo rivolto in basso e le braccia conserte, in atteggiamento pensieroso.

Accanto a lei, seduto sui gradini dell’uscio di casa, un uomo, vestito di panni da lavoro, allunga la mano destra verso l’erba alta come se volesse toccarla per giocare. Il suo sguardo sembra perso nel vuoto, la sua presenza lì, su quegli scalini, è solo fisica: chissà dove sarà con i suoi pensieri.

Poco più distante un bellissimo cane, stile Lassie, con la coda ben tesa, fissa in lontananza qualcosa come se aspettasse di vedere arrivare qualcuno da un momento all’altro. Il suo è un atteggiamento più speranzoso a differenza di quello dell’uomo e della donna che sembrano stare lì più per un dovere che per una certezza che qualcuno arriverà o qualcosa accadrà.

E’ un’attesa vissuta in tre modi diversi: sono lì, a poca distanza l’uno dall’altro, ma è come se fossero in tre posti lontani, ognuno nella sua solitudine.

 

 

SALLY E JACK
(di Rosa Sturniolo)

La fine dell’estate si annunciava con una brezzolina fresca, che però non impediva a Sally e a Jack di godersi gli ultimi scampoli del sole pomeridiano. Avevano trascorso la loro giornata come sempre, ripetendo gesti e consuetudini, come la passeggiata mattutina o la lettura del giornale dopo pranzo, che però erano più monotoni da quando la loro unica figlia Amy si era trasferita in città per frequentare il college. C’era Charlie, il loro cane, a farli sentire meno soli e ad animare le loro giornate. Erano usciti sulla porta di casa per giocare con Charlie, ma Sally sentiva un po’ di freddo e pensava di rientrare in casa a prendere lo scialle di lana leggera che teneva a portata di mano. Ogni volta che si avvolgeva in quello scialle, ritornava alla sua mente il ricordo di sua zia Mary, che glielo aveva lasciato in “eredità”, visto che Sally da ragazzina le diceva sempre che le piaceva la sfumatura di verde smeraldo della lana con cui la zia lo aveva confezionato, e quindi, a forza di dire che le piaceva, la zia glielo aveva regalato.  Era speciale zia Mary, sapeva fare tutto, cucinare, cucire, ricamare, lavorare a maglia, tutto quello che poteva fare di lei una moglie perfetta, ma poiché non si era mai sposata, questi “talenti” li mise a disposizione di Sally, sua unica nipote. Andare a casa di zia Mary significava immergersi nel profumo dei biscotti preparati ogni giorno e che erano, insieme con le torte alla frutta, l’obiettivo a cui Sally puntava entrando nella cucina della zia. Sally, indossato lo scialle, tornò fuori ad osservare Jack che lanciava lontano un giocattolo a Charlie, che come tutti i cani, si premurava a scovarlo tra l’erba e a riportarlo al suo padrone. Avevano preso in casa un cane, quando Jack era andato in pensione. Aveva lavorato per 40 anni nell’ufficio postale della loro cittadina e stare a casa da pensionato, lo aveva rattristato al punto da non volerne uscire più. Amy allora, aveva pensato che la presenza di un cucciolo in casa avrebbe dato un po’ di gioia ai suoi genitori, anche in vista del suo allontanamento da casa per andare al college. E fu così che arrivò Charlie, chiamato così con il nome di un figlio maschio mai nato, che “costrinse” Jack ad occuparsi di lui e a recuperare un po’ l’interesse per la vita. Quel pomeriggio sembrava che il tempo scorresse come sempre e che nulla dovesse succedere, ma ad un certo punto Charlie si girò, puntando l’orizzonte e non ascoltando il richiamo di Jack…il cane aveva sentito che arrivava qualcuno e fissava lo sguardo, tendendo le orecchie per capire se si trattava di amici o estranei. Sally si accorse che Charlie aveva puntato l’orizzonte e cercò di vedere chi poteva arrivare alla loro casa. Sentì il suo cuore sussultare, forse era Amy che tornava, facendo loro una sorpresa? Tra poco l’avrebbe saputo e sentì che la brezzolina non era più fredda come prima.

 

 

Gli anni di Elisa
(di Margherita Puccia)

Come scorrono gli anni… ed io mi ritrovo qui, in questa vita che mi sta stretta. Vivo dentro questo consunto vestito perbenista di vellutino di seta già da troppo tempo.
Ma guardati Elisa, guardati! Come sei anonima col tuo fiero colletto clericale e la chioma così disciplinata. Soffoco all’ Odor di lacca che tutte le mattine continuo a spruzzare nell’intento di domare l’ultimo anelito di libertà che mi rimane.
Hai scelto di rimanere con lui, nella buona e nella cattiva sorte.
Guardami! Non percepisci più nemmeno il distacco dei miei occhi che ti osservano ma non ti vedono. Occhi impegnati ad immaginare la vita che vorrebbero.
Pallido, smunto, siedi, in questo splendido pomeriggio di ottobre, sull’uscio di casa e non l’abbandoni. È li che vuoi rimanere, attaccato alle tue certezze.
Mi sono sempre chiesta come siano i tuoi capelli. Tu li hai sempre rasati. Sei biondo o moro? Riccio o liscio? Ribelle o disciplinato? Che ne sai tu della tua vera natura! Che ne sai di cosa significhi libertà.
Me l’hai sempre negata. O forse me la sono sempre negata.
Adesso voglio solo godere di questo caldo vento e questa dolce luce del meriggio per fuggire dalla Mia esistenza. Dal mio corpo…
E allora potrei essere altro! Si! potrei essere Apollo! e come lui scorazzare tra l’erba e lasciare che questa brezza mi accarezzi e mi consoli.  Potrei ascoltare ogni più insignificante suono e giocare con qualsivoglia cosa susciti la mia curiosità.
E non pensare al domani.
E nemmeno all’oggi.

Considero valore. Esercizi.

Considero valore (N. Antonazzo)

Considero valore saper cucire, rattoppare, fare un dietropunto
Considero valore scucire la stoffa vecchia cercando un modo per riutilizzarla
Considero valore Ii vecchietti e il loro respiro
Considero valore il respiro
Considero valore i racconti di mio padre, perché anche se non ricorda quello che ha mangiato a pranzo, sembra ringiovanire lui stesso quando racconta dei suoi trent’anni
Considero valore il dolore che ancora sento al suono di quel sassofono perché lui suona alla speranza della vita futura, ma forse anche allora lo faceva quando io persi il significato primo della mia.
Considero valore le ricette della mamma scritte con la sua grafia
Considero valore le emozioni che ormai sarebbe meglio lasciar andare perché mi stancano e non mi rimangono energie per quelle nuove, che mi attendono pazientemente.
Considero valore non fare l’eroina quando non serve perché è sufficiente esserlo per se stessi
Considero valore la capacità di dire le cose in un altro modo, perché non è necessario mortificare chi ti sta di fronte. Non sai cosa ha vissuto fino ad ora.
Considero valore accettare e voler bene gli altri e i loro limiti perché anche tu non sei facile da gestire a volte.
Considero valore avere ancora il privilegio di imparare dai cosiddetti anziani. Hanno amore per la vita e sono orgogliosi di quella che hanno vissuto loro.
Considero valore ascoltare la mia ansia perché ne sa più di me, su di me.
Considero valore avere la possibilità di litigare con gli amici perché se non fosse importante il nostro rapporto non ci sarebbero e io non diventerei migliore.

 

 

Considero valore (G. Di Bella)

Cerco la definizione di “valore” sul dizionario: qualità, pregio, virtù. Concetti che sfuggono allo svariato, indefinibile e infinito mondo delle cose che sono importanti, che spaziano nelle nostre singole esperienze di vita. Alcune mutano al mutar del tempo e delle situazioni, altre resistono come un saguaro nel deserto.

Ha valore il soffio del vento che accarezza prati verdi punteggiati di giallo e di rosso.
Ha valore la parola, quella scritta, quella data, che non si cancella neppure davanti al dolore, quella non trovata, quella non sprecata.
Ha valore un sogno che ti accompagna la notte e che vivi di giorno.
Ha valore un treno in partenza, fermo sul binario aperto verso l’infinito.
Hanno valore due mani secche e rugose che ancora si tengono intrecciate.
Ha valore il profumo mattutino della zagara e quello del gelsomino, al calar della sera.
Ha valore il sorriso amorevole verso la mia foto di bambina.
Ha valore il silenzio interiore.
Ha valore lo sguardo verso lo spicchio di luna che si culla nel buio.
Ha valore una canzone cantata con gioia leggera.
Hanno valore la fede, la speranza, la carità.
Ha valore la voce che ti dice: arrivo, eccomi, ci sono.
Ha valore il cibo sulla tavola.
Ha valore il desiderio, fermo, travolgente, inebriante.
Ha valore un nuovo inizio.

 

 

Considero valore (F. Gilberto)

Considero valore mia figlia
che mi chiama al mattino;
il pane caldo,
il cibo a tavola senza telegiornale.

Le passeggiate,
il sole che splende, oggi.
Ma anche l’aria dopo la pioggia
che entra dal naso
e arriva fino al cuore.

Un fiore che ieri
non era ancora sbocciato.
Una canzone da cantare a squarciagola,
un libro che ti consola.
Un abbraccio,
potersi parlare
guardandosi negli occhi.

Considero valore tutto ciò
E tanto altro
quello che un tempo valeva già
ma che oggi vale di più.

 

 

Considero valore (R. Mollica)

Considero valore passeggiare anche se poi non lo faccio mai
Considero valore andare a mare anche se mi stanca e il sole mi brucia
Considero valore andare dal medico anche se odio andarci perché ho paura
Considero valore andare al supermercato e comprare tutto quello che voglio e quando voglio anche se dico uffa che rottura la spesa
Considero valore incontrare qualcuno per le scale e salutarlo perché a volte rallento per evitare
Considero valore vestirmi e truccarmi per uscire perché è scocciante farlo tutti i giorni
Considero valore andare a lavorare perché non vedo l’ora che inizino le vacanze per non avere orari e obblighi
Considero valore stare a casa perché mi annoia non uscire
Considero valore starnutire e avere la gola che brucia e pensare: mannaggia ho il raffreddore e non pensare che posso morire
Considero valore che io viva preoccupata perché mio figlio studia lontano ciò che ama perché ora che è a casa lo sono di più
Considero valore fare cose che non ho voglia di fare
Considero valore capire quanto è bello decidere cosa piace o cosa non piace fare
Considero valore il fatto che ora mi manca questa libertà
considero valore il fatto che lo ricorderò sempre ogni volta che sarò la persona che ero ieri
Considero valore tutto quello che abbiamo dato per scontato, il loro significato e.. desiderarlo.

 

Consider.. avo Valore (N. Caruso)

Consideravo valore “la normalità” Anni ’80, la normalità dove studi per laurearti e fare il lavoro per cui  hai studiato, trovare il lavoro per cui hai studiato e farlo per  tutta la vita lavorativa fino alla pensione, nella città in cui sei nato e sei sempre stato.  Allontanarsi per le vacanze o per il piacere di viaggiare.  Non per cercare lavoro altrove .

Consideravo valore innamorarsi, fidanzarsi, sposarsi, avere figli, crescerli insieme ai nonni, che si godono pensione e nipoti.

Consideravo valore  ridere con gli amici di sempre, non riuscire a incontrarli una sola volta l’anno.

Considero valore i sentimenti, immutati, nascosti dietro quella normalità a cui tengo tantissimo.

 

Un libro ha scelto me: Le botteghe color cannella di Bruno Schulz (Racconti,saggi,disegni)

“Lingua poetica e scoppiettante di metafore”… Questo stralcio del racconto richiama alla memoria tanti momenti della nostra sicilianità. Ma l’autore è polacco!.. direte.. ma il libro è di chi legge.

Le cose che valgono

Considero valore
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.

Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.   

(Erri De Luca, da Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi)

ESERCIZIO: In questi giorni strani in cui la nostra vita scorre lenta, noiosa, apparentemente vuota, cerchiamo di concentrarci sulle cose che contano, su ciò che vale davvero e cerchiamo di scrivere il nostro “Considero valore…”.

Esercizi su “Il calzino spaiato”

di L. Tomasello:
“Una leggera brezza sventola i panni, Etta la maglietta sussurra a Licia la camicia: “guarda c’è Gino il calzino solo soletto come al solito, si dice che il suo gemello Pino sia partito per andare all’estero.”
Il povero Gino si sente triste e cerca di parlare con qualcuno steso lì vicino, ma Vanda, la mutanda è impegnata a parlare al telefono con qualcuna delle sue amiche. Giano l’asciugamano legge un libro, Angiolo il tovagliolo dorme tranquillo. Gino si rassegna e annoiato si addormenta.
Sogna di camminare per strada quando incontra un vecchio zerbino che lentamente si trascina, si avvicina e gli chiede dove è diretto. Il vecchio lo guarda e risponde che sta andando verso la discarica perché non serve più a nessuno, Gino si sente triste per lui e gli chiede se può accompagnarlo. Mentre si incamminano il vecchietto inizia a raccontare di quanto bella fosse stata la sua vita, era stato uno zerbino di classe, sopra di lui erano passati principi, re, principesse e regine. Gino gli risponde che era legato al fratello ma che lui era partito ed era sempre solo.
Il vecchio lo guardò e gli rispose: non ti preoccupare sei ancora giovane, la vita riserva sempre delle sorprese, non disperare. Gino sospirò pensando che anche i vicini facevano finta di non vederlo, mai un saluto, una parola, forse, pensò, il mio destino è rimanere solo.
All’improvviso un forte colpo di vento alzò lo stendino, lui si spaventò svegliandosi di colpo e vide  Etta che era vicino al bordo del balcone e stava per cadere giù, si allungò e con un grosso sforzo riuscì a trattenerla per una manica giusto in tempo perché non volasse via. Tutti gridarono di felicità per lo scampato pericolo, Etta lo abbracciò forte e da quel giorno Gino non fu più solo, divenne l’eroe e l’amico di tutti.”

 

NIKOLAJ di Davide Triolo

Ieri mattina il mio risveglio non è stato dei migliori, lo definirei “disturbato” da alcuni pensieri contrastanti, intimi, strettamente personali. Dopo una breve colazione, mi diressi verso i panni stesi appena la sera prima, e qualcosa attirò la mia attenzione. Uno dei miei due calzini rossi, i miei preferiti, era volato via a causa del vento, così da lasciar un unico calzino, il quale mi sembrava avesse una “espressione” particolarmente malinconica, seppur appunto credevo potesse essere soltanto una sensazione inusuale.

Feci per andarmene e d’improvviso il calzino solitario mi fermò con un grido disperato: “Non andare via, adesso come mai ho bisogno di comprensione, compagnia, conforto, qualcuno che mi indichi la via”. La mia reazione non fu istantanea, non potevo credere alle mie orecchie e pensai fosse soltanto un’allucinazione, così nuovamente camminai verso il bagno, ma mi raggiunse nuovamente un appello. “Davide non lasciarmi solo, ho bisogno di un bacio velato come quello degli amanti di Magritte, di uno cortese come quello degli infatuati di Hayez, e, solo quando sarai abbastanza pronto, ne vorrei uno avvolgente come quell’uomo e quella donna dipinti da Klimt, uniti da un’unione empatica quasi tangibile”.

Questa volta provai a rispondere con accortezza: “Ciao, beh, è difficile parlarti. Per me sei semplicemente un calzino, certo, uno dei miei preferiti, ma solo uno dei due calzini che uso spesso. Non scorgo la tua utilità se non insieme al tuo doppione, ma se proprio insisti posso conservarti in uno dei miei scaffali, ti terrò come amico e avrò cura di te, ma ti prego, non parlarmi ancora di baci”. Il calzino in seguito smise di identificarsi come oggetto ed evidenzio le sue peculiarità: “Davide, ci conosciamo da molto più tempo di quanto pensi. Io sono stato il tuo ciuccio Darren, il tuo orsacchiotto Marc, il tuo primo quaderno di matematica, Talete, il tuo Ken, la tua prima figurina, Altobelli, sono addirittura stato il tuo primo amore letterario, Le Petit Prince. Adesso sono uno dei due calzini, la tua mente mi ha dato un nome, mi presento: sono Nikolaj, mi chiamasti così dopo aver letto “La mantella” di Gogol e decidesti che il tuo oggetto della rovina dovesse essere proprio un calzino rosso, sino all’epilogo che ti aspettavi, ovvero che qualcuno ti portasse via una parte importante di esso”.

Dopo questo monologo davvero sorprendente, non riuscì a proferir parola, ma pensai a tutti gli oggetti che aveva citato Nikolaj, e in me andava man mano concretizzandosi il pensiero che magari nulla di ciò che stavo ascoltando fosse frutto della mia immaginazione. Il mio adorato calzino rosso continuò a esternare i suoi pensieri particolari, destando sempre più il mio interesse: “Davide, sono qui per dirti qualcosa di importante, finalmente. A dire il vero ho sempre cercato di comunicare con te, da bambino mi davi corda ma non comprendevi, da adolescente hai smesso di ascoltarmi, e non è un caso che adesso, da uomo, tu abbia ripreso a sentirmi. In te c’è una grave mancanza, hai perso qualcosa di grande, che io magari non so cosa sia, ma che ti tormenta. Hai necessità che qualcuno ti guardi dentro e ti riferisca ogni tuo particolare, gli occhi verdi, il naso a punta, l’estro immaginativo che ti caratterizza: sai già tutto, ma niente per te è appagante quanto la considerazione delle persone, anzi, parliamoci chiaro, di quella persona. Tu stai soffrendo perché sei diverso. Leggi molto a 20 anni, chi alla tua età farebbe lo stesso? Perdi tempo con tutti quegli autori russi, come si chiama quello? Si, Cechov, il tuo “preferito”. Adesso vorrei proprio capire cosa ti emozioni di un buffo uomo che dovette dedicarsi ad un doppio lavoro, in quanto quel “Dramma di caccia” che tanto veneri non aveva fatto neanche due soldi”.

A quel punto non potei fare altro che interrompere il discorso di Nikolaj, mostrandomi irritato al limite del possibile: “Vai via, non voglio vederti più, mi hai ferito nel profondo. Tu non mi capisci, come potresti? Sei solo un insulso calzino, non puoi pensare, non puoi parlare, sono soltanto al limite della mia psicopatia e sono davvero solo. Questo è il problema, io. Non sei affatto un buon consigliere, credevo volessi aiutarmi invece vuoi mandarmi solo giù. Ti prego, voltati e non tornare”. Nikolaj non fece una piega e replicò prontamente: “Davide hai colto finalmente il punto. Non sai come vivere senza Bella e adesso non sei più in vita perché lei ha smesso di starti accanto, è questa la fine che avresti meritato? Davide, se sei triste quando sei da solo, probabilmente sei in cattiva compagnia. LA SOLITUDINE ti divorerà, combattila”.

D’un tratto riuscì a svegliarmi, con grande sorpresa e con un fiatone che mai avevo accusato in vita mia. Accanto a me Bella, dolcemente presa da un sonno profondo, sopra di noi “La solitudine” di Chagall ed un forte vento soffiava rumorosamente al di fuori della stanza. Lasciai il letto per dirigermi verso i panni, come durante il sogno, e vidi uno dei miei due calzini rossi preferiti che stava per esser trasportato via dal vento. Riuscì a recuperarlo e lo racchiusi in un cassetto insieme a Nikolaj, al sicuro da tutto, all’oscuro di cosa fosse la solitudine.

Incontri di M. Diamante

Questa mattina frugando in una scatola, mi ha trovato, cercava proprio me! Mi ha guardato compiaciuta e canticchiando mi ha riposto in un piccola scatola rivestita  di  carta velina azzurra. Esco dai confini in cui ho sonnecchiato quasi mezzo secolo ed entro in un’ aula scolastica; sento voci squillanti  di adolescenti, poi dopo il suono della campana, vengo estratto con gentilezza  e appoggiato sul palmo della mano di una ragazza che sorride.

-Chiudi la mano!-

-Eravamo così piccoli?-

-Così piccoli. Talvolta anche di più. L’istinto di custodire  questa fragilità rimarrà per sempre nei genitori. Sanno che state diventando grandi, sanno che dovete andare via, ma vedono ancora quel piccolo calzino colorato e ricordano l’altro smarrito.-

Bussano alla porta ed entrano due ragazzi più grandi. Lei li accoglie felice, comprendo che sono stati suoi alunni. Freschi di diploma  Matteo e Laura la informano dei loro progetti. Insieme ripercorrono pezzetti di cammino, dove sembrava di non riuscire a proseguire.  E’ stato così anche per lei, per lungo tempo.

Matteo mi prende in mano e si scambiano uno sguardo complice . Li guarda emozionata e come sempre incrocia le dita per loro.

Non è mai troppo tardi ( storia di due fantasmini perduti) di F. Scattareggia

La stanza era buia e stretta, stracolma di ogni cosa, da un lato e dall’altro: una scarpiera, così sottile che solo per magia poteva contenere qualcosa, un armadietto dei medicinali, così alto che per trovare un digestivo dovevi usare una scaletta, un corpo lavabo, con un lavandino sopra e la lavatrice sotto ed in fondo lei…la cesta della biancheria sporca. Il percorso per raggiungerla era cosparso di pericolosissimi ostacoli, ciabatte, sacchi pieni di vestiti da portare alla caritas, piccole scatole piene di cianfrusaglie varie e di batterie, cartucce esaurite e cellulari ormai in disuso. La cesta in vimini e finemente decorata faceva bella vista di sé, ma, con un po’ di attenzione e la luce accesa, potevi notare una leggera nebbiolina che la circondava. Quei fumi avevano un odore nauseabondo e se fossero stati controllati con un rilevatore di radiazioni, avrebbero fatto scattare un allarme di pericolo per contaminazione radioattiva.

Dall’interno della cesta proveniva una vocina, flebile, quasi rassegnata:

-Aiuto, aiuto! Non ce la faccio più. Salvo, ma da quanto tempo ormai siamo qui dentro?

-O Sergio, e chi se lo ricorda. Quanto vorrei vedere di nuovo la luce e togliermi di dosso tutta questa roba puzzolente che toglie il respiro.

-Già, e poi queste lenzuola invernali mi schiacciano, fanno un calore da morire. Aspetta, aspetta, sento dei passi…

La cesta all’improvviso si apre e una mano comincia a tirare tutto fuori.

-Sono qui, – urla Sergio – ti prego fammi uscire!

-Qui, qui, – urla ancora di più Salvo – prendici almeno questa volta.

I due fantasmini facevano a gara a chi potesse urlare di più, ma erano talmente piccoli e posti in fondo alla cesta che le speranze di essere pescati erano scarsissime. Poi ad un tratto sentirono come se il mondo andasse sottosopra: due mani avevano afferrato la cesta e l’avevano completamente rivoltata. Sergio e Salvo si ritrovarono per terra sul pavimento. Non credevano ai loro occhi: la luce.

-Salvooooooo, siamo fuori, ce l’abbiamo fatta.

Ma non era ancora finita. I due calzini furono introdotti nella lavatrice insieme a t-shirt, boxer, slip e tanti altri calzini.

-Sergio, non ci posso credere – Salvo non stava più nella pelle per la felicità – torneremo ad essere usati ed a profumare.

-Siiiiii, non vedo l’ora di tornare in quel delizioso piedino di Chiara, così morbido e liscio.

Il lavaggio fu una gran festa: per Sergio e Salvo sembrava di essere all’Acquafan, su e giù, rotazione in un verso e nel verso opposto, onde che li investivano e tantissima schiuma con cui giocare. Era davvero il loro giorno fortunato.

Ma la tragedia era dietro l’angolo, perché di lì a poco sarebbe successo quello che mai si sarebbero immaginato.

Le acque si placarono e lo sportello della lavatrice fu aperto. Pian piano tutto fu sistemato in una grande bacinella pronto per essere steso. Ad un tratto Sergio ebbe un brivido di freddo: non riusciva a trovare più Salvo.

-Salvooooo, dove sei? Non ti vedo più.

-Ehiiiii – disse Salvo – ti sento ma non ti vedo, dove sei? Io sono uscito e tu?

-No, io no, sono ancora qui dentro, e non capisco perché.

Mentre parlava, la luce della stanza si spense, la bacinella fu portata via e Sergio si trovò solo all’interno della lavatrice. Era accaduto che l’ultimo passaggi di centrifuga, lo aveva scaraventato su un lato e Sergio si era incastrato in quello spazio gommoso che c’è tra l’apertura ed il cestello.

-Non è possibile, sono rimasto qui dentro – pensò Sergio. Va bene, pazienza, tanto se ne accorgeranno e mi verranno a cercare.

La speranza lo tenne su per qualche tempo, ma quando si accorse che niente accadeva, cominciò a disperare. Dovette affrontare un altro lavaggio, e poi un altro ancora, ma nessuno si accorgeva di lui, perché era completamente incastrato.

-Sono invisibile – piagnucolava – non uscirò mai più da qui. Era meglio se rimanevo nella cesta, almeno stavo con Salvo. Mi sento solissimo e non posso fare nulla. E’ troppo tardi! Chissà che fine ha fatto Salvo…

Salvo, già proprio lui, dove sarà?

Eccolo, tristemente solo, appeso allo stendino, ormai asciutto ma spaiato, quindi destinato a rimanere lì fino a quando non sarà utilizzato come minipezza per spolverare.

-Non mi posso arrendere – pensò Sergio – farò un ultimo tentativo e poi amen.

Raccolse tutte le sue forze, prese un bel respiro e con un colpo di reni provò a balzare nel cestello della lavatrice. Il primo tentativo fallì, ma con la seconda spinta uscì dall’incastro e finì nel cestello. Adesso aveva ancora una speranza.

Arrivò il giorno del lavaggio e Sergio fece molta attenzione opponendo tutta la resistenza che aveva in corpo per non finire di nuovo incastrato. Fu preso insieme all’altra roba e finì nella bacinella e poi steso fuori. Non era completamente felice perché gli mancava Salvo. Mentre pensava tra sé a tutti i bei momenti passati con Salvo, dalla parte opposta dello stendino intravide un fantasmino. Non riusciva a distinguerne bene i tratti, finchè tutta la biancheria fu raccolta e rimasero solo loro due: Sergio e Salvo. Si erano ritrovati e la gioia fu enorme, ancora più grande quando furono riappaiati e consegnati alla bambina che li indossò immediatamente: era come se avessero ricevuto quella carezza che aspettavano da tempo.

Tutto può sempre accadere, soprattutto se lo vogliamo con tutte le nostre forze: non è mai troppo tardi.

Calzini di G.Gravina

Anche se ciò non importa a nessuno

Avrei voluto esser due e non uno,

Aver un compagno, un tipo gemello

Che mi rendesse il cammino più bello.

Insieme avremmo con ansia aspettato

Chi già dall’alba ci avesse indossato

Per poi percorrere vie e stradoni

Un po’ di corsa, un po’ a tentoni

E fianco a fianco, avendo coraggio,

avremmo compiuto con lui il nostro viaggio.

Dal sole e dal gelo avremmo protetto

Come due eroi quell’uom benedetto.

La sera poi in un tuffo gioioso

Su una sedia trovando riposo

Avremmo pensato che gioia e dolore

Al pari di noi hanno un solo colore.

Da un fondo cassetto li estrae una mano

 E l’essere umano conducon lontano.

Nell’alternarsi, più lento o veloce,

danno gran pace o mettono in croce.

Poi, alla fine, anche lor son deposti

E tirate  le somme, contandone i costi,

Come i calzini che rappresento

Il loro olezzo si perde nel vento.

“Storia di un calzino spaiato” di M. Puccia

E così un giorno mi ritrovai libero….
Basta con questa idea della coppia, essere la metà di una mela!
In fin dei conti non nasciamo dallo stesso seme, forse dallo stesso filo… e nemmeno con certezza. Siamo due corpi indipendenti, ognuno con la sua trama di vita, ognuno con le sue maleodoranti vicissitudini. Magari desideravo un piede da calciatore io!
Quindi, da oggi,si cambia cassetto, stendino e soprattutto compagno di viaggio.
Potrò scoprire che il verde sta bene anche con lo smoderato rosso e non solo col perbenista blu. Ho voglia di stendini di campagna, fatti di natura e non di candida plastica.
Ho voglia di essere a servizio della comunità!
Potrei proteggere dagli spifferi delle finestre, divertire i bambini diventando buffo attore di avanriciclo, evitare scottature in cucina.
… E dopo aver conosciuto tutto quello che sono e che posso essere, credo che incontrerò il calzino della mia vita.
Uno che come me desidera affrontare col sorriso tutte le sue toppe evolutive.

Scosse di marzo 2020

Cari Terremoti,

le scosse di marzo  si preannunciano alquanto interessanti e con una marcia in più: il bisogno di incontrarsi e fare incontrare, perché le espressioni creative  sono luoghi, situazioni e persone immuni da qualunque contagio.  Seguiteci:

21 marzo Risuonare le parole, primavera in poesia in occasione della prima Notte dell Cultura , ore 18:00, presso Libreria Ciofalo-Mondadori, Messina. A breve  i dettagli.

30 marzo Tolkien Reading Day. Natura e Industria nelle opere di Tolkien. In collaborazione con l’associazione La Contea, ore 17:30 presso Istituto Teologico “San Tommaso”, Messina.

Un libro ha scelto me, una nuova categoria del nostro sito che diventa rubrica e ci permette di condividere le proprie letture.  Registratevi al sito e pubblicate  le copertine e le frasi più belle dei vostri libri preferiti, già letti o che state leggendo, e perché no, accompagnate dalle vostre impressioni ed emozioni…passiamoci le parole!

Seguiteci su facebook, twitter e instagram per poter contribuire con le vostre parole agli esercizi di lettura e scrittura.

Vi aggiorniamo anche sul

Progetto CuFu. presso gli istituti scolastici “G. Catalfamo” e “S. D’Acquisto”:

-4 marzo, laboratorio di scrittura con Mario Falcone

           -19 marzo evento ( a breve i dettaglia)

   – 30 marzo inizio Cartoon School

Alle prossime scosse

I terremoti di Carta

Un libro ha scelto me: Javier Marias ” Domani nella battaglia pensa a me”

Ciò che commuove di più, in un romanzo, è riconoscere situazioni ed emozioni vere che sapevi ma non sapevi di sapere” . Javier Marias

-“Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome. Nessuno pensa mai che qualcuno possa morire nel momento più inopportuno anche se questo capita di continuo, e crediamo che nessuno se non chi sia previsto dovrà morire accanto a noi.”…

– “Questo non mi consola, Juanillo, sapere che le cose stanno così, che niente si può misurare, – gli rispose l’Unico, adesso con evidenti segni di rammarico sul viso, sembrava che avesse all’improvviso la bocca impastata. – È come se mi dicessi in occasione della morte di un amico :” Be’, in fin dei conti le cose vanno così, tutti quanti muoiono”, questo non mi consolerebbe. Non per questo è tollerabile che muoiano gli amici, è intollerabile che muoiano.[…] Ogni vita, tuttavia, mi risulta essere unica e fragile -. Si giro’ verso di me, rimase a guardarmi un momento senza vedermi e aggiunse: – È intollerabile che le persone che conosciamo si trasformino in passato.”

Un libro ha scelto me: Flannery O’ Connor, “Sola a presidiare la fortezza”

“Ho quella che al giorno d’oggi viene spacciata per cultura, ma non mi illudo”

“Ho intenzione di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla Facoltà di Pollamologia”

“Quanto alle conferenze…ne ho tenute due(…). L’altra è stata sul Romanzo, in un college di qui: 400 ragazze che non sanno distinguere un romanzo da un buco in testa, molto colpite da tutto quello che ho detto come lo sarebbero state se avessi detto il contrario”.

Recensione di “ Prigionieri del paradiso “ di Arto Paasilinna 

Recensione di “ Prigionieri del paradiso “ di Arto Paasilinna
di Rosalia Mollica
Mettiamo in un paiolo, mescolando accuratamente,  gli scrittori Daniel Defoe con Robinson Crosue, William Golding e i suoi ragazzi britannici, Jules Verne con Cyrus Smith e il  regista di Cast Away Robert Zemeckis col suo  Chuck Noland, e perche no, pure un pizzico di Lina Wertmuller col signor Carunchio compreso e avremo  gli ingredienti che fanno di questo romanzo un insieme di momenti da gustare. Troppa roba direte!? e invece no. Questo romanzo  semplice, piacevole, scanzonato, che fa  sorridere con uno stile quasi da diario di bordo è  una sintesi (con grande umiltà e per questo bello)  di tutte queste opere.
A raccontare è il protagonista e si presenta così:” Sono un giornalista. Il classico tipo finlandese: educazione mediocre, ambizioni limitate, una giacca lisa e un carattere grigio. Ho superato la trentina. Sono un individuo di una banalità disarmante e la cosa spesso mi irrita”. Sarà  lui la voce narrante che, come in degli appunti di viaggio racconterà la sua avventura su un’isola  deserta dopo essere precipitato con l’aereo inglese Trident, affittato dall’Onu per inviare in missione umanitaria infermieri, medici, tagliaboschi, ingegneri, tecnici forestali sia in India che in Bangladesh. Con i superstiti, 26 donne e 22 uomini dovrà cavarsela come tutti i naufraghi della letteratura e  del cinema. Questa piccola comunità dovrà adattarsi alla nuova vita ricca di insidie, disagi di ogni tipo, difficoltà di comunicazione e di relazioni. Poche regole di civile convivenza come lo studio di una lingua uguale per tutti,  la suddivisione dei compiti, il rispetto di regole elementari, dopo qualche difficoltà iniziale, porteranno l’equilibrio. Anche qui l’ Homo Faber darà vita ad un micro stato libero da sovrastrutture sociali e dove l’unica realtà che si vuole ottenere è il raggiungimento della felicità attraverso la liberazione dalle convenzioni sociali che invece conducono gli individui al caos emotivo.
Paasilinna mette in luce con semplicità  lo scontro  tra barbarie e civiltà  che sono in realtà due estremi della natura umana, l’una caratterizzata dall’arbitrio, dalla forza, l’altra dall’ordine e dalle convenzioni. Nessuna delle due è  profondamente buona o cattiva.
 La cooperazione, la lotta per la sopravvivenza creeranno una società “socialista”, l’utopia può diventare realtà quando non si è  più  accecati dall’individualismo e il bene personale combacia perfettamente col bene comune.  Il superamento delle discrepanze nazionali e religiose , il libero amore , l’ingegno al servizio della comunità renderanno l’isola  un infernale paradiso e il romanzo una piacevole avventura . Si può  essere prigionieri di un paradiso? Mah. I nostri eroi vorranno abbandonare la vita del buon selvaggio e tornare alle loro vite civili? Chissà.

Scosse di Febbraio

Cari amici,
abbiamo iniziato il nuovo anno con tante scosse buone ed eventi importanti che ci hanno emozionato; l’arrivo del 2020 ha portato con sé anche il rinnovo del consiglio direttivo della nostra associazione. E non siamo che al principio: ci aspettano ancora tante novità, altri incontri, nuove condivisioni. Vi diciamo già che febbraio, col suo fitto calendario, non sarà da meno del mese appena trascorso.

Saremo impegnati nei laboratori di preparazione alla “Cartoon School”, che si terrà a marzo, presso l’Istituto Comprensivo “Enzo Drago”.

Prosegue il nostro impegno all’interno del progetto Cu.F.U. (Cultura, Futuro Urbano), il 5 e il 19 febbraio presso l’Istituto Comprensivo “Giuseppe Catalfamo”, con i laboratori di scrittura di una sceneggiatura tenuti dallo scrittore e sceneggiatore Mario Falcone.

Il 25 febbraio vi aspettiamo, alle 17:30, per il consueto laboratorio di scrittura creativa e lettura consapevole presso il Santuario della Madonna di Lourdes (viale Regina Margherita).

Concluderemo questo mese – a breve vi comunicheremo la data stabilita – con il laboratorio di poesia che si terrà presso la libreria Mondadori Bookstore-Ciofalo.

Saremo felici di condividere con voi queste belle esperienze!

Alle prossime scosse,
Giusy G.

Un’ape si è posata sulla ringhiera.

Mi circondano cose. I balconi dei vicini, parecchie serrande semichiuse e vasi dalle piante spente, la collina ferita dal cemento, in basso lo scorcio di una stradina deserta. La grande terrazza di una casa abbandonata, un tavolo tondo in ferro siciliano e i cactus abbattuti dal vento di qualche giorno fa. Due traghetti scendono verso Sud, lasciandosi dietro una scia che taglia l’azzurro del mare sereno. Il sole mi riscalda la testa. Nel silenzio dell’ora del desco del giorno più molle, il rombo di una moto interrompe la quiete. Un’ape si posa sulla ringhiera del mio balcone. Sta lì una manciata di secondi, il tempo di strusciarsi le zampe, e chissà di quale e quanta invisibile polvere si stia liberando. Resta ancora un poco, per favore, le chiedo. Incurante del mio pensiero, riprende il suo volo solitario.  Ti sia lieve l’aria e lunga la vita è il mio saluto.

(Giusi DB)

Recensione a  “Le mille luci di New York” di  Jay Mc Inerney

Recensione a  “Le mille luci di New York” di  Jay Mc Inerney

di Rosalia Mollica

Pirandello ne “ La tragedia d’un personaggio” a proposito di quelli che lui riceve ogni domenica nel suo studio e che chiedono spazio racconta che ” […]accorre a queste mie udienze la gente più scontenta del mondo, o afflitta da strani mali, o ingarbugliata in speciosissimi casi, con la quale è veramente una pena trattare… Sopportazione, buona grazia, sì;¸ma essere gabbato non mi piace e voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine”. La lettura gioca questi scherzi alla mente! associare il girgentino Pirandello allo statunitense Jay McInerney non è un azzardo no, i personaggi anche qui sono “ esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni. Forse meno reali ma più veri!”.

 “Sono le sei del mattino, hai idea di dove sei?” chiede lo scrittore al suo personaggio, comincia a dargli del tu e continuerà. Il racconto procede in seconda persona , McInerney si rivolge a lui dandogli il tu come in un dialogo fittizio dove l’autore conosce tanto da parlare in sua vece .

  “Tu” è un giovane abitante di New York, una New York dalle mille luci appunto, gioviale e triste, dalla  folla soffocante, paradossalmente regno smisurato di solitudini. Lavora per un giornale nel reparto verifica dei fatti, si dà coraggio col tiramisù boliviano che sniffa bellamente come la maggior parte di coloro che lo circondano. Abbandonato da Amanda, la giovane moglie modella, soffre per il dolore della perdita tra desiderio di rivalsa e incapacità di comprendere ciò che realmente lo logora.

 È dedito ad una vita errabonda fatta di feste e incontri subìti, indesiderati, nell’affannosa ricerca di emozioni per “saggiare i propri limiti, per ricordarti di quello che non sei”..Il lavoro è poco soddisfacente e allo sbando come la sua vita , intorno a lui agiscono : Clara Tillinghast (La Piovra),il suo capo, che si muove sui cingoli “ ha un cervello come una trappola d’acciaio e un cuore come un uovo bollito 12 minuti” con lei i rapporti saranno tesi e destinati al naufragio. Il suo compagno di ventura e amico Tad Allagash che “..non ti chiede mai come stai e non aspetta mai la risposta.” è come”.. un divo del pattinaggio artistico che non prende mai in considerazione la possibilità dell’esistenza di squali sotto il ghiaccio”ma che dimostrerà quanto di buono può esserci in ognuno di noi, anche fra i più insospettabili, e poi Megan Avery, “ una persona che potrebbe dare lezioni di sanità mentale” una collega fedele e solerte, contatto umano tra tanti corpi senz’anima.

 Ma ciò che affascina in questa storia piena di vuoti è il contrasto tra la prima e la seconda parte del romanzo, fra ciò che sembra e ciò che è, o meglio ciò che è, nonostante tutto quello che non dovrebbe esistere. Grazie a questo ribaltamento di emozioni si rivela la bellezza, non c’è luce senza buio, non c’è paradiso senza inferno. E’ commovente la risalita dal baratro che, pur continuando ad essere lì minaccioso, riesce, in questo gioco di dualità, a dare una spinta verso la catarsi. Si resta umani anche quando la vita sembra divorare la bellezza. La scoperta della vera origine del dolore e il contatto con i ricordi seppur tristi riporteranno l’anima là dove è sempre stata seppur nascosta.

Tre personaggi, indispensabili, insostituibili, presenti e non, aiuteranno “tu” a cominciare tutto daccapo?

Uno dei punti di forza è la lingua scarna, arguta, ironica che strappa il sorriso più volte. Dipanare la matassa con una lingua limpida e tagliente come l’acciaio riesce a svelare in ogni pensiero la duplicità e la tensione nascosta e Jay McInerney ci riesce. Carver, suo maestro, lo affianca spesso.

Ma la bellezza più grande di questo romanzo del Brat Pack è la capacità di commuovere senza fronzoli, senza leccature, senza sfarzo di colori, perché sì, nel bailamme di luci, feste, folla ,droga, alcol ,ci sarà il posto per le lacrime e vi giuro  che  sarà bellissimo.

Scosse di Gennaio 2020

Cari Amici,

mentre ci accingiamo ad avviare le attività di gennaio non possiamo non augurarvi e augurarci di trascorrere insieme un 2020 pieno di incontri, condivisioni, confronti, pagine, righe, parole. Che siano parole consapevoli, non gettate al vento, ma riconosciute nel loro valore e nella loro potenza, incarnino la nostra esperienza e ci facciano crescere.

Al centro, sempre la relazione e l’ascolto, che presuppongono il mettersi in gioco con un’attenzione verso gli altri.  Ci sorprendiamo nel vedere le strade che l’associazione sta prendendo, affondando radici verso due direzioni principali: l’esperienza della scrittura come essenza del nostro agire e  come trasmissione ai giovani di valori consapevoli.

Questa premessa viene confermata dagli appuntamenti più importanti di questo mese:

11 gennaio 2020 Stage di Scrittura con Nadia Terranova. La 2° Officina straordinaria di Terremoti di Carta vede il ritorno della scrittrice messinese e si svolgerà dalle ore 10:00 alle ore 17:00 presso i locali della Biblioteca Comunale “Cannizzaro”, Palacultura di Messina.

14-15 gennaio 2020“Aspettando Godot”, l’evento teatrale della Knuk Company, con la traduzione di Carlo Fruttero arriva anche a Messina. Scuole, università e tutti coloro che amano Beckett e il Teatro dell’ Assurdo sono invitati a prendere parte a una grande performance per celebrare l’anniversario del premio Nobel S. Beckett. Per info e biglietti potete scrivere a terremotidicarta@gmail.com o presso il teatro “Annibale M. di Francia” di Messina. Fino ad esaurimento posti.

Alle prossime scosse

 

I terremoti di Carta

Scosse Natalizie

“Restiamo vicini, strofiniamo il buio
per farne luce.”(F. Arminio)

Cari Terremoti,

vi auguriamo un Natale di scoperte meravigliose. Sia che le vostre letture vi allietino, vi alleggeriscano o vi facciano pensare e riflettere possano essere sempre un luogo di incontro, di relazione, con voi stessi e con gli altri. Così facendo forse rischierete di perdere il vostro apparente equilibrio, il conforto delle vostre certezze e dei vostri giudizi.

Ma se la letteratura avrà toccato le corde della vostra vita e le avrà messe in discussione, se avrete fatto un salto dalle vostre confortevoli poltrone, se vi avrà convinti a lasciare i vostri comodi salotti letterari e vi avrà fatto sentire il desiderio  di andare incontro agli altri e alle loro storie, allora avrà compiuto la sua missione. Altrimenti non temete. Vi scuoteremo noi! Con le scosse buone!

I Terremoti di Carta

Leggiamo il Natale

Cari Amici,
l’A.S.S.O., Associazione Italiana Sostegno Oncologico, Presidente Prof. Vincenzo Adamo, in collaborazione con Associazione Culturale Terremoti di Carta presenta “Leggiamo il Natale”, Poesie, storie, filastrocche a tema natalizio.
Il reading si terrà il 4 dicembre 2019, alle ore 10:00 presso U.O.C. ONCOLOGIA MEDICA, DAY HOSPITAL al 4° piano dell’Azienda Ospedaliera “Papardo” di Messina.
La lettura dei brani coinvolgerà i pazienti e i loro caregiver e sarà accompagnata al pianoforte dal Maestro Giovanni Renzo.
Saranno presenti all’evento il Presidente dell’Associazione “Terremoti di Carta” Prof.ssa Nancy Antonazzo, e per l’A.O. Papardo il Direttore Generale Dott. Mario Paino ed il Prof. Vincenzo Adamo Direttore della Oncologia Medica.

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