UN LIBRO HA SCELTO ME: ” DIARIO D’INVERNO” Paul Auster

Conosci te stesso! È questo che vuole Paul Auster? Può darsi, ma velatamente , senza troppo impegno. Questo libro è un diario carnale, un’autoanalisi schietta di un uomo che tenta di capire chi è attraverso il proprio involucro. Cambia prospettiva Auster: la vita osservata da fuori, partendo dalla pelle, dal corpo, e da lì racconta di sé e del suo sentire. L’anima in un corpo, ma principalmente il corpo di un’anima. Un resoconto di vita che, fra gioie e dolori, scorre.

Il consiglio è di leggerlo a piccole dosi, per non soffrire il distacco troppo presto.

 

“Quando sei perso, guardati intorno. Dubita di tutto e cancellalo. Hai una sola certezza: tu sei lì. Lo sei perché c’è il tuo corpo e tu sei il tuo corpo. Il tuo corpo è lo spazio che hai attraversato, ma anche il tempo che ti ha reso ciò che sei”.

 

“RAGAZZO ITALIANO” di Gian Arturo Ferrari

 

Recensione :”RAGAZZO ITALIANO” DI GIAN ARTURO FERRARI

a cura di Rosalia Mollica

Il lento divenire, le emozioni, le piccole esperienze, la famiglia, la scoperta di sé sono gli ingredienti di questo romanzo. Ninni, il protagonista, è bambino, poi ragazzino, infine ragazzo. Zanegrate e Querciano sono la geografia “Due stagioni, due case, due luci, due voci. Due mondi, due vite” i luoghi della scoperta, di profumi, di cantucci e di ricordi. Si respira l’aria dell’infanzia di molti ragazzi italiani cresciuti nell’immediato dopoguerra, dopo quella guerra che aveva ingannato tutti e che a tutti aveva insegnato che non c’è giustizia. Ma in virtù di questo dramma e nonostante i veleni che ancora esistono tra le macerie e tra la gente, tutto sta cambiando. Milano con la nuova casa e il boom economico, segneranno il passo. La famiglia rifugio/prigione sarà il bozzolo per una ri-nascita: la nonna, aggrappata al passato, annaspa nel tempo che la travolge; la madre/moglie “di buon carattere “ ma nulla di più; il padre con un bagaglio d’affetto cosi povero da non averne per gli altri è incapace di trovare una giuntura fra sé e il figlio. Il filtro sono gli occhi del protagonista che è testimone e rappresenta il pendolo del tempo che scorre e cambia. Anche se la narrazione resta in superficie, scorre a pelo d’acqua, si avverte chiara la profondità di ciò che sembra banalmente quotidiano, ovvio; Tutto ha una sua valenza, tutto lascia il segno. Resta il sapore piacevole di tempi passati ma che appartengono alla memoria di tanti, un mondo del tempo che fu italiano, tutto nostro, buono e vero, come tutto ciò che appartiene al ricordo. Ninni scopre sé stesso, si ha la sensazione di camminare al suo fianco, è difficile conoscerlo a fondo e difatti non è conosciuto da nessuno, nemmeno dal lettore che inizialmente fa fatica ad entrargli dentro, poi, con un percorso lento di crescita la sua anima si svela, pure per chi legge. Ogni metamorfosi arriva inaspettata poiché spesso ciò che fa male o bene cammina accanto inconsapevolmente e poi di botto la vita si allinea col sentire, e si rivela. Ninni scopre se stesso, giorno dopo giorno, è un difficile partorirsi ancora e ancora attraverso esperienze apparentemente banali ma che sono le gocce che riempiono un mare di emozioni, una scoperta di sé come entità autonoma. Il percorso umano di un ragazzo qualunque, con i suoi piccoli accadimenti che incidono come i grandi. Anche se, sul finire, la narrazione sembra che acceleri troppo e riveli un’abdicazione contenutistica a dispetto della profondità promessa, la trama avanza con sobrietà e linearità, condita di cose semplici e anche per questo piacevole.

Recensione : “La Licenza” di Mario Falcone

a cura di Rosalia Mollica

” l’inno dei sommergibilisti si gonfiava nella notte rischiarata dalle fiamme che guizzavano riflesse sull’acqua, sul volto dei marinai stipati in cima alla torretta”.
Inizia cosi il romanzo che ci trascina in una storia di guerra, amori, sentimenti, desiderio di vendetta e dal quale è difficile staccarsi. Sembra di vederli i marinai! Potere dello scrittore-sceneggiatore Mario Falcone, che, munito di penna e cinepresa, sa condensare nel suo romanzo trama, personaggi , sfondo storico con dialoghi e ritmi
drammaturgici efficacissimi. e allora…ciak, motore, azione!
Siamo nel 1943, anni difficili di spaccature dilanianti, di scelte decisive, ripensamenti e delusioni cocenti. Il marinaio sommergibilista messinese Enea Crisafulli è il protagonista. Enea apre la vicenda con una lunga peregrinazione attraverso tutta l’Italia, non come il suo omonimo virgiliano in fuga dalla sua città ma, riavvolgendo immaginari fotogrammi a’ rebours,verso la sua Messina, dove forse lo attenderanno le stesse fiamme e la stessa distruzione di Troia . Anche questo Enea è Pius, ma nel nome della madre stavolta e non solo. Ben presto la sua vicenda si intersecherà con la storia travagliata del nostro paese. Si sa, il ‘43 è lontano dalla fine della guerra e le sofferenze saranno ancora tante e tante. L’armistizio, l’alleato divenuto nemico, la penisola spaccata in due condurranno il conflitto verso una lotta fratricida ancora più ignominiosa. Tante figure affiancheranno Enea, tanti i dialetti parlati da questa varia umanità . È anche una storia di amicizia, di sentimenti familiari , di solidarietà necessaria come compensazione ad un mondo che è sprofondato nell’odio. Tra chiaroscuri e per contrasto spiccano sentimenti nobili di fratellanza accanto a delazioni e bassezze inaudite. La guerra è protagonista al pari del marinaio, la guerra con la sua assurdità ,“ lavacro cruento” che svela il meglio o il peggio di tanti ma che permette anche infinite redenzioni per chi ha la capacità di ravvedersi . Si incontrano volti umani messi a nudo da vicende estreme e messi alla prova dall’orrore, la distruzione, la miseria, la fine o la nascita di ideali . L’immaginazione, ahinoi, non supera la realtà, le mostruosità della storia sono note a tutti. Chi riuscirà ad uscirne vivo non sarà più lo stesso, ferito nella mente e nel corpo dal marchio a fuoco della sofferenza e dell’odio..non dimenticherà facilmente. Non esistono i buoni o i cattivi, la guerra livella tutti allo stesso grado di crudeltà, è senza leggi e codici d’onore . Il tribunale con cui ognuno dovrà fare i conti sarà quello della propria coscienza, rimanendo imprigionato e condannato nei confini dei ricordi.

Mario Falcone, con la sua storia, ci aiuta a a coltivare la memoria contro l’indifferenza e ci ricorda anche, qualora ce ne fosse bisogno, che non c’è nulla di buono nella guerra, se non la sua fine.

Ah, un suggerimento ! Accompagnate la lettura con un calice di un corposo
e persistente nero d’avola (senza esagerare naturalmente)… che
c’entra direte.. c’entra eccome! ..leggetelo e lo scoprirete.

Un libro ha scelto me: Tracy Chevalier, “La ricamatrice di Winchester”

Finalmente, dopo vent’anni, Tracy Chevalier ci consegna un seguito degno de La ragazza con “L’orecchino di perla”.

Non il solito libro sull’emancipazione femminile, ormai diventata più un’ideologia poco credibile anziché un atto di conquista, prima personale e poi sociale.  Quella di Violet Speedwell e dei personaggi che girano attorno a lei è un percorso umano, storico e mai volgare che ci disegna e indica le radici forti di una femminilità autentica e credibile.

La scrittura delicata dell’autrice, la cui eco ci riporta spesso alle sue  amate “Jane Eyre” e..Jane Austen.

Da “La ricamatrice di Winchester”:

“Donne in eccedenza, così venivano chiamate quelle rimaste nubili a causa della guerra e che difficilmente si sarebbero sposate, una minaccia, anzi una vera tragedia, per una società basata sul matrimonio. I giornalisti avevano coniato quell’etichetta, che equivaleva quasi a un marchio di infamia per chi la portava”.

” «Bene cominciamo con il mezzo punto, quello che userete più spesso». La Signorina Pesel puntò il dito su un quadratino di punti in giallo che formavano come delle file di perline sul canovaccio. «E’ resistente, specie se eseguito in diagonale, e riempie i vuoti che è una meraviglia».”.

“Gilda fece uno dei suoi sorrisi smaglianti.«Ve l’avevo detto, no? Insegnare è il modo migliore per imparare!».”.

“Non piangerti addosso, si disse. Jane Austen non lo faceva. Un uomo gentile sta per mostrarti le campane di questa grande cattedrale. una cosa che molti ti invidierebbero. Jane Austen sarebbe eccitata all’idea di salire in cima al campanile”.

“«Mio padre diceva che pescare è bello anche quando non prendi niente».

«Infatti. Serve a non pensare. Abbiamo tutti bisogno di qualcosa che ci liberi da noi stessi».

«Battere a macchina mi fa quell’effetto. E anche il ricamo. E il ricamo dà più soddisfazione, perché alla fine hai creato qualcosa di bello».”.

Recensione a “Come una storia d’amore” di Nadia Terranova

<“La felicità è un dovere e chi non adempie deve presentare apposito documento coi suoi validi motivi”.
Di felicità se ne respira ben poca nei dieci racconti che compongono l’ultimo libro di Nadia Terranova, scrittrice messinese trapiantata a Roma, ma con salde radici nella città dello Stretto. Il libro è un omaggio alla Capitale, la città scelta per vivere al centro del mondo, pur con i suoi difetti e a dispetto delle grandi e ben organizzate città del Nord. Un omaggio in quanto la scrittrice ci ambienta le vicende delle sue protagoniste (perché sì, sono donne, mogli – figlie – fidanzate – sorelle, le voci del libro), facendocene percorrere vie e quartieri, parlando la sua lingua, ripescandone la Storia. Scrivere un racconto può sembrare cosa facile, scrivere un libro di racconti che seguano una tessitura definita lo è meno. I racconti non hanno il respiro delle grandi narrazioni, per essere ben scritti devono lasciare un messaggio in poche pagine e, nella loro brevità, tutti insieme riuscire a regalare sensazioni. Ripercorrendo le orme dei grandi narratori di racconti, quali Carver e la Berlin, Nadia Terranova con “Come una storia d’amore” raggiunge l’obiettivo.
Come dicevamo all’inizio, nei racconti la felicità – intesa come emozione – non abbonda e paradossalmente (o proprio per questo motivo) è un termine che ricorre, che si ricerca in continuazione persino in una lingua – l’ebraico – inconsueta da studiare. Piuttosto è un susseguirsi di sentimenti contenuti, trattenuti, congelati. E’ l’essere che non è quel che si vorrebbe essere, ciò che è stato, ciò che non è stato, quel che è diventato. Le short stories della Terranova sono tenute insieme da un filo invisibile, una voce che ha sempre lo stesso volume, intimo e mai gridato. Come ciottoli sparsi a tracciare un percorso, scopriamo dieci frammenti di vita che, alla stregua della vita, hanno un inizio lontano e non hanno definizione. E dentro ci troviamo il viaggio, la morte, la malattia, solitudini e solidarietà, gelosie e complicità, assenze, rapporti interrotti, luoghi fuori dal tempo. E poi c’è Roma, con i suoi quartieri, le periferie, i mercati e le bancarelle, i bar e le piazze, Roma multietnica, la stazione, il ghetto, l’odore di fritto e la schiuma del cappuccino. Roma che, come l’amore che contiene nel nome, esplode nella fase dell’innamoramento e poi, quando il fuoco si spegne, devi viverla e viverlo ripercorrendone ogni mattonella, con più lentezza per una nuova riscoperta, più calma e più consapevole.

(G.DB)

Scosse di giugno 2020

Cari amici,

ci prepariamo alla chiusura dei laboratori prima della pausa estiva. Inutile dirvi che questi mesi ci hanno spinti a fare nuove esperienze, sollecitati dal desiderio di non mollare e di continuare ad incontrarci, seppur a distanza. Il risultato è stato sorprendente: i laboratori di scrittura si sono triplicati e trasformati in nuove forme di condivisione.  Il nostro sito è stato “usato” e visitato  ogni giorno per i nostri esercizi di scrittura e lettura. Anche i laboratori di lingue straniere hanno sperimentato le dinamiche del lavoro in remoto.

Cosa ci aspetta allora nel mese di giugno?

Partiamo da ciò che si è concluso ( per adesso!):

  • i laboratori di scrittura on line con Nadia Terranova e Mario Santopietro
  • gli esercizi di scrittura  a tema pubblicati settimanalmente su questo sito
  • il laboratorio di lingua e cultura spagnola Habla Lab
  • i laboratori di scrittura per il progetto Cu.fu. con gli studenti degli Istituti Scolastici “G.Catalfamo” e “S. D’acquisto insieme con Mario Falcone.

Quali laboratori ci aspettano ancora a giugno prima della pausa estiva?

  • il laboratorio di scrittura on line con Stas’ Gawronski
  • i laboratori di scrittura per il progetto Cu.fu. con gli studenti degli Istituti Scolastici “G.Catalfamo” e “S. D’acquisto insieme con Giusy Gerace e Mauro Santopietro 
  • La rubrica “Un libro ha scelto me”, a cura di Rosalia Mollica
  • Seminari di formazione e informazione per il progetto Cu.Fu. su
    cultura, territorio, imprenditoria, salute, turismo sostenibile,tecniche di narrazione, arte: dopo il primo svoltosi lo scorso 28 maggio, un laboratorio di ri-scrittura a cura di Nancy Antonazzo, a giugno seguiranno il seguente programma, gratuito e visibile sulla pagina fb del Cufu: 

Giovedì 4 giugno (ore 17:00-18:00) Narrare con il Kamishibai-coordina M.G. Gerace

Mercoledì 10 giugno (ore 18:00-19:00) Gli albi illustrati a scuola-coordina Francesca Giliberto

Martedì 16 giugno (ore 18:00-19:00) ) La mediazione come strumento per narrare le relazioni– coordina Francesca Panarello

Le scosse, quelle buone, non finiscono qui!

I Terremoti di Carta

UN LIBRO HA SCELTO ME: “CURARSI CON I LIBRI-Rimedi letterari per ogni malanno” Ella Berthoud e Susan Elderkin

Ho comprato questo libro per curiosità e lo consiglio! È come un testo “sacro” da spulciare all’occorrenza alla ricerca di un rimedio letterario. Non è una panacea naturalmente, ma svolge egregiamente questo compito e aiuta a fallire meglio. 😉
Ispirata dai recenti accadimenti, ho cercato la parola -odio- e ho trovato la medicina utile per i più .. per i casi disperati, purtroppo, non c’è cura che tenga..🙄

Oltre la finestra – Esercizi.

Sono stati giorni duri, faticosi, nuovi, memorabili. Una pandemia che fino a pochi mesi fa avremmo considerato oggetto di trame letterarie o cinematografiche ha stravolto la nostra vita. Noi abbiamo provato a fermare questo tempo guardando con occhio nuovo quello che ci circonda, lo spettacolo quotidiano che il mondo ci dona, al di là di una finestra dietro la quale siamo rimasti confinati.

Ecco i vostri contributi.

 

COVID 19

Se me lo avessero detto qualche mese fa, non ci avrei creduto: quel vialone, visibile solo per una piccola parte, insieme al silenzio, diventato compagno delle nostre strade, fa davvero paura.
Da qualche giorno hanno cambiato l’illuminazione e dalla calda luce arancione si è passati ad una luce bianca, quasi metallica. Certo, il risultato è migliore se si pensa alla sicurezza della strada: quella luce è talmente forte e ben direzionata, che nulla può sfuggire ai tuoi occhi, anche minimi dettagli o impercettibili movimenti di gatti o altri animali meno nobili. L’effetto, però, è da corsia di ospedale, o, peggio, da istituto penitenziario: nessuno può sfuggire a quella luce e ne ebbi la conferma quella sera. Appoggiato alla ringhiera del balcone, mentre osservavo con curiosità tutto quello che accadeva nelle case e immaginavo dialoghi e storie, ricordando quando da bambino restavo affascinato dai grandi condomini illuminati a giorno, sentii urlare con tono di rimprovero: “ Andate a casa! Rispetto, ci vuole rispetto!”.
La voce proveniva dal palazzo laterale rispetto al mio, da uno dei balconi che davano propri sul vialone, ma era impossibile vedere chi fosse. Era, invece, impossibile non vedere quattro persone che camminavano a debita distanza l’una dall’altra. La luce dei lampioni li illuminava in pieno e non c’erano zone d’ombra nelle quali poter riparare. Non potei fare a meno di pensare per un attimo ai prigionieri di guerra che, tentando la fuga, venivano abbagliati con i fari dei campi di prigionia: un brivido mi percorse la schiena, ma subito alzai gli occhi, attirato dalla danza di una bambina nella sua cameretta. 0Si muoveva leggera, spingendo i fianchi da un lato all’altro e ondeggiando in alto le braccia e le mani, a volte girava introno a se stessa e poi si buttava sul suo lettino con un’agile capriola: anche quella doveva far parte della sua immaginaria coreografia, costruita su qualche dolce ed elegante colonna sonora della Disney. Credo che il suo viso ed i suoi occhi esprimessero in quel momento tutta quella gioia che solo il cuore di un bambino può avere: stava vivendo i suoi sogni nel suo piccolo regno, sicuro e inespugnabile, custodito da due invincibili sentinelle, mamma e papà. Ed ecco arrivare la mamma che le dà un bacio sulla guancia e si avvicina alla finestra per chiudere le tende. La luce resta accesa ma si abbassa, così come i miei occhi che scendono al piano di sotto. Un’unica stanza super illuminata, con due grandi vetrate che la fanno sembrare ancora più grande. L’ambiente è decisamente diverso, ci sono persone che appaiono e scompaiono, sembra che tutti abbiano fretta o che abbiano qualcosa da fare. I fornelli sono accesi e le pentole fumano, ma ciò che mi colpisce è la vista di un uomo ed una donna, uno di fronte all’altra. Sono piantati in mezzo alla stanza e, dai gesti, non sembra che si stiano rivolgendo parole dolci. Il movimento delle mani tradisce un misto di fastidio e di rabbia, non c’è un momento in cui le due voci non si accavallino, non riescono proprio a parlarsi o ad ascoltarsi. Anche questa volta sono preso da un brivido, ma non perché due persone stanno litigando, ma perché ci sono altri che continuano ad andare avanti ed indietro come se nulla fosse. Mi chiedo, indifferenza o abitudine? In qualunque caso, mi riesce difficile comprendere.

Penso di aver già visto abbastanza ma, quando sto per rientrare, ho la sensazione, questa volta, io di essere osservato. Proprio di fronte a me, dietro un vetro con la serranda abbassata poco più della metà, sei occhi mi fissano immobili. Devo fare un po’ di fatica per mettere a fuoco perché all’interno è buio, ma poi vedo e non credo ai miei occhi: tre gatti, ordinatamente disposti in orizzontale, immobili, mi guardano e chissà da quanto tempo.

Sorrido e capisco che, forse, quelli strani siamo noi e non loro.     (Francesco Scattareggia)

 

 

Senza titolo.
Dacia Maraini dice che in questi giorni sta riscoprendo ciò che succede oltre la sua finestra. E ha ragione. Solitamente presi dai nostri impegni dentro e anche fuori, siamo distratti su quanto c’è là fuori, visto dalla prospettiva del nostro sguardo da dietro la finestra. Io solitamente innamorata del mio bel panorama dello Stretto, scopro anche le storie: siamo costretti in casa, la gente nn esce x lavoro e si sentono il silenzio, le voci domestiche, i rari rumori di strada, qualche passo sui marciapiedi e il motore di poche auto, l’assenza dei bambini particolarmente “coinvolti” nel gioco del pallone che solitamente va a sbattattere su cancelli e serbatoi (e chi avrà più il coraggio di riprenderli dopo questa quarantena, dove loro ci stanno insegnando a essere più bravi e resilienti di noi..riscopri l’umanità, le frustrazioni, le ansie per domani, le fragilità amplificate dalle pressioni delle emergenze di alcuni ma anche la pace conquistata da altri..e vedi piccole storie di accensione improvvisa e sproporzionata degli animi…con qualche fuoriprogramma, come quello di oggi: 2 auto sanzionate, da giorni sopra il marciapiede a spina, che impedivano l’uscita da un portone, con tanto di carroattrezzi..sul parabrezza di una delle auto oltre la multa il sacchetto della spazzatura di qualcuno, altrettanto incivile come l’automobilista, che, infuriato davanti ai vigili, scaglia l’immondizia contro il portone aperto, urla e litigio con un abitante del palazzo in questione annessi..la piccola fotografia del malessere che è diffuso e una piccola verità: l’uomo nn cambia mai verso l’altro uomo, è un lupo (ma è un’offesa x il lupo) nei confronti dell’altro uomo, chi è propenso alle azioni positive, continua ancor di più, chi no, ancor meno, si chiude nel suo egoismo, l’arrogante prova ad affermarsi ancora di più, chi è portato all’odio ha in più l’arma dei social, abusatissima da 1 lato, compagna dall’altra…la differenza è solo che tutto è più amplificato…   (M. Tiziana Sidoti)
Fast and serious. 

Il cielo è di un azzurro vivo, profondo, senza neanche una nuvola. Il sole di mezzogiorno illumina ogni cosa e la luce si riflette sul bianco delle calçadas, dei sanpietrini di cui ogni marciapiede, a Lisbona, è lastricato. È un bianco che acceca, che mi costringe a socchiudere gli occhi. La fresca brezza che soffia mi ricorda che, sebbene sia primavera inoltrata, sono pur sempre al terzo piano di un palazzo nella zona di Alto do Pina e qui il vento non manca mai. Non c’è il solito via vai di fronte alla tasquinha all’angolo. Quel bar minuscolo, così piccolo che si può mangiare solo in piedi al bancone, è chiuso.
Il riflesso della luce sul vetro della finestra mi permette di passare inosservato mentre guardo fuori, attratto dai ripetuti rombi di motore, dallo stridìo di improvvise frenate e dallo scoppiettare di una marmitta. L’officina di fronte casa è aperta e un meccanico sta provando una macchina da rally rossa fiammante che richiama alla mente i modelli di utilitaria anni ’70; non riesco a riconoscere la marca, dev’essere una di quelle auto portoghesi di cui, fuori dai confini nazionali, si ignora l’esistenza. È palese che di originale sia rimasta solo la carrozzeria, tutto il resto è stato assemblato di recente come per esempio i fari anteriori, tondi e gialli. I cerchi in lega e il paraurti metallico luccicano, mentre il pilota fa le sue manovre.
Intanto, un furgone si ferma e resta col motore acceso. La carrozzeria è interamente ricoperta da una stampa stilizzata su uno sfondo tra il blu scuro e il nero, in cui brilla, su ogni lato, la scritta “Fast and Serious – Transportes e mudanças – compact transports”. Accanto alla scritta c’è la gigantografia, in primo piano, di un uomo pelato con la pelle color oliva, fotografato in posa come se stesse seduto alla guida col finestrino abbassato, con un tatuaggio sul bicipite che emerge dalla manica corta della sua maglietta. Nella foto non sorride e ha lo sguardo da duro, sembra un attore famoso e la scritta sul furgone ha lo stesso grigio splendente e lo stesso carattere tipografico usato per un certo film. Vin Diesel dei poveri apre lo sportello, scende, scarica alcuni scatoloni e li consegna. In effetti gli somiglia anche nel fisico e nell’abbigliamento, jeans aderenti e muscoli stretti in una maglietta nera. Indossa una mascherina chirurgica, non so se sta sorridendo. Si ferma solo un attimo per una firma e poi riparte in fretta, fedele al suo motto.      (Sergio Busà)

“LA LUPA” E IL COVID-19

Da troppi giorni Caterina guardava il mare dalla finestra, un orizzonte familiare, con il profilo delle montagne calabresi che ricordano che quella è Italia…il “continente” come dicevano i nonni. Era la prima cosa che faceva, tornando a casa, dopo i turni estenuanti in ospedale al tempo della pandemia, tempo scandito da un binomio indissolubile, ospedale-casa-casa-ospedale. Guardare il mare era l’unico spazio di libertà che proiettava il suo pensiero oltre il limite di quell’orizzonte…il mare non delude mai, pensò Caterina, dà gioia, con la sua capacità di sfoggiare tutte le sfumature di azzurro nelle giornate limpide e piene di sole e dà malinconia, quando sferzato dallo scirocco più o meno rabbioso, diventa grigio, arricciato da onde bianche e maestose. Quel giorno però, smontando dal turno di notte e aprendo la finestra di casa, Caterina vide lei, “la lupa”. A Messina “la lupa” è un fenomeno atmosferico familiare e affascinante, quella nebbia particolare, sospesa poco sopra il mare, che diventa impenetrabile per i naviganti, persino per quelli più esperti. Caterina guardava questa barriera eterea che copriva ogni orizzonte e pensò, chissà perché, a come dovettero sentirsi gli uomini che nei secoli avevano attraversato lo Stretto e che all’improvviso si trovavano immersi nel nulla. Pensò che quelle acque le aveva attraversate anche Ulisse o uomini come lui che non accettavano il mistero di un’esperienza sconosciuta, e che con audacia e determinazione erano alla ricerca della verità, di mondi migliori dove poter vivere in pace, dopo la devastante esperienza della guerra. Rimase a guardare dalla finestra, finché i primi raggi di sole non dispersero la nebbia e sorrise, sentendosi un po’ Ulisse, nel pensare che “la lupa”, come il Covid-19, sono fenomeni da affrontare con coraggio e razionalità, ricercando un mondo migliore per il futuro. E’ l’eterna battaglia tra la luce e le tenebre, tra eros e thanatos, è la vita che ci avvolge tra le sue pieghe. L’odore del caffè, che rumoreggiava nella moka, le diede una gioia lieve.     (Rosy Sturniolo)

“Un libro ha scelto me” : Romain Gary “La vita davanti a sé” . Un linguaggio affascinante! Gli emarginati della banlieu commoventi!

Una cosa che mi è sempre sembrata strana è che le lacrime sono state previste nel programma. Vuol dire che era previsto che noi piangessimo. Bisognava pensarci. Un costruttore che si rispetti non avrebbe mai fatto una cosa simile.”

…Io credo che sono gli ingiusti quelli che dormono meglio, perché se ne fregano, mentre i giusti non possono chiudere occhio e si fanno il sangue marcio per tutto. Se no non sarebbero giusti.

.. bisogna dimagrire per mangiare di meno, ma è dura per una donna che è sola al mondo. Ha bisogno di se stessa più di chiunque altro. Quando non hai nessun intorno che ti vuol bene, è tutto grasso che ti cresce addosso.

Madame Rosa teneva sotto il letto un grande ritratto del signor Hitler e quando si sentiva infelice e non sapeva più a che santo votarsi, tirava fuori il suo ritratto, lo guardava e si sentiva subito meglio, era pur sempre una grossa preoccupazione in meno.

Mi sono fermato davanti a un cinema, ma era un film vietato ai minori. C’è perfino da ridere quando si pensa alle cose che sono vietate ai minori e a tutte le altre a cui hanno diritto.

Scosse di Maggio

Cari Terremoti e amici,

siamo grati a tutti voi che avete aderito e contribuito con entusiasmo alle iniziative proposte: le attività telluriche non si sono fermate, anzi si sono trasformate e adattate (provvisoriamente) a  percorsi nuovi o rinnovati.  Abbiamo potuto constatare il bisogno di incontrarsi e di ritrovarsi, seppur con mezzi diversi. Le pagine dei quaderni e dei libri, anche sui tablet e pc sono stati la nostra consolazione, forza e via di uscita. Invece di ubriacarsi soltanto di film e telefilm, molti di noi hanno deciso di dare una nuova possibilità alle letture.

Scelta vincente. Unica condizione: l’apertura nella condivisione, in barba alla stanchezza e allo smarrimento!

Anche maggio si (s)muoverà così:

-“Un libro ha scelto me”: la nuova rubrica di condivisione delle proprie letture, promosso da Rosalia Mollica;

– Gli esercizi di scrittura settimanali, appuntamento ormai atteso per tutti coloro che amano la scrittura dei racconti brevi, curato da Giusi Di Bella;

– I laboratori di scrittura a distanza con gli esperti: Stas’  Gawronski,  Mauro Santopietro, Nadia Terranova, curati da Nancy Antonazzo e Daniela Arena;

– Progetto Cu.Fu. Scuola attiva la cultura, curato da Giusy Gerace

Sempre pronti a nuove proposte, vi aspettiamo per le nuove scosse..quelle buone!

I Terremoti di Carta

“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valerie Perrin

RECENSIONE “ CAMBIARE L’ACQUA AI FIORI” DI VALERIE PERRIN

di Rosalia Mollica

Passare da Alice Munro a Valerie Perrin richiede un bel salto chiudendo gli occhi, come quando ti tuffi a mare…. ti godi la frescura e ti basta. Niente confronti! ad ognuno la propria bellezza .
Siamo in Francia, esattamente a Brancion-en-Chalon in Borgogna e Violette Trenet Toussaint è la guardiana amorevole dell’ ’archivio di vite’ , il cimitero . “ I miei vicini non temono niente, non hanno preoccupazioni…I miei vicini sono morti. L’unica differenza che c’è fra loro è il legno della bara: quercia, pino o mogano” . Ecco vi vedo fare gli scongiuri! Ma non servono!… si può passeggiare per i vialetti di questo cimitero e non provare angoscia ma un profondo senso di pace grazie a Violette, che sa conciliare la vita con la morte. L’eternità è orizzontale diceva Tabucchi. Chi ancora vive il tempo , quello degli orologi, avverte non l’assenza ma una presenza segreta dettata dall’amore, grazie al culto di un luogo che ospita chi è ormai invisibile. Violette accoglie i visitatori nella sua cucina e offre conforto vero, quello che non ha bisogno di parole ma di gesti. Un giorno la sua vita monotona ma operosa subisce una svolta. Riceve la visita di un commissario di Marsiglia, Gabriel Seul, che le chiede di seppellire le ceneri della madre nella tomba di Gabriel Prudent, un perfetto sconosciuto per lui. Da qui inizierà la scoperta di tante vite, anime nere o pure, con i loro fardelli, sogni e delusioni. Il romanzo è composto da capitoli di breve respiro con titoli che già da soli trasmettono emozioni. Un libro semplice ma profondo, ironico ma non superficiale, commovente ma mai lacrimoso. A tratti si avverte una sconcertante sensazione di deja vu’, ti senti parte della storia e delle emozioni. Non tutto è fantastico, a tratti storci il naso, senti che la trama vacilla ma subito dopo una frase, un pensiero raddrizza ogni cosa. È comunque un libro che merita il nostro tempo ( ne abbiamo un po’ di più al momento) e se Valerie Perrin non è un gigante (lo dico per gli eventuali detrattori) e se il suo personaggio assomiglia a Renee de ‘L’eleganza del riccio’ (a mio avviso poco, molto poco) leggerla è un piacere. Cosa resta oltre alla freschezza dopo una lettura leggera e gradevole? Resta che i morti ,a volte, sono più vivi dei vivi che muoiono ogni giorno , il “qui giace..” è l’incipit di molti epitaffi alla memoria di una vita non vissuta perché di sogni, amori, di “avrei dovuto” e fallimenti son piene le fosse. Ci soccorre una consolazione : se è vero che “ La morte comincia quando nessuno può più sognare di te”, lasciamo traccia di noi nei cuori degli altri perché niente vada perduto … magari cambiando l’acqua ai fiori ogni tanto.

Mescolare: un verbo, un gesto, un’immagine – Esercizi

 

‘U SIGNURI’ E I GELSOMINI
(di Rosa Sturniolo)

Era stato un anno molto impegnativo per Cristina, aveva la netta sensazione che tutte le sue certezze fossero in crisi. La sua vita affettiva, il lavoro, le amicizie, tutte le sue relazioni “storiche” erano ormai come delle scatole, belle da vedersi, ma vuote. Sentiva che doveva trovare un senso nuovo alla sua vita, sentiva che a quelle scatole doveva trovare un contenuto di novità, di gioia, di freschezza, di serenità, tutte cose che capiva di aver perso per strada. Non sapeva ancora come, ma doveva cercare dentro di sé la soluzione giusta.
Senza troppi sforzi, la soluzione si presentò ai suoi occhi per caso. Una visita, infatti, presso l’agenzia di viaggi di cui era cliente, le permise di acquisire vari depliant, con interessanti proposte di viaggio, tra cui una guida a luoghi religiosi (conventi in particolare) ristrutturati in modo da offrire vacanze confortevoli e alternative. Cristina portò tutto il materiale pubblicitario a casa e dopo aver cenato, iniziò a sfogliare i vari cataloghi, ma impercettibilmente la sua attenzione era attirata dal piccolo catalogo sul turismo religioso. Da anni, infatti, molti ordini religiosi offrivano ai turisti la possibilità di essere ospiti di quelli che una volta erano conventi ricchi di storia e di monaci e che la crisi delle vocazioni, aveva lasciato vuoti di persone e spiritualità. Così, per necessità anche economiche, i frati avevano aperto le loro case, offrendo silenzio, luoghi unici e buon cibo ai turisti in cerca di una vacanza “alternativa”. Cristina pensò che era proprio quella la vacanza che le serviva, doveva riflettere su se stessa, sulle tante cose in sospeso della sua vita e poi stare in mezzo alla natura e mangiare cose genuine sarebbe stato anche salutare. Detto fatto, abbandonò le altre proposte di vacanza e si tuffò nel catalogo “dei preti”, come Cristina volle chiamarlo. Fu colpita da un piccolo convento di frati francescani, incastonato tra i monti delle Madonie, che offriva ospitalità nella pace dei boschi, ma non era molto lontano dallo splendido mare di Cefalù….nel caso, pensò Cristina, fosse andata in “overdose” di silenzio. Quando chiamò per prenotare, frate Angelo, il frate “addetto” all’accoglienza, le disse che, per il periodo scelto da Cristina, era arrivata a prenotare giusto l’ultima “cella”, così definì la stanza, e suggerì cosa doveva portare con sé, visto che l’ospitalità sarebbe stata davvero essenziale.
Per fortuna, le ultime due settimane di lavoro passarono presto e quando Cristina si trovò sul bus che da Cefalù la portava a Gibilmanna si sentì sollevata e curiosa di scoprire i luoghi che aveva scelto come meta delle sue agognate ferie. A mano a mano che il bus si inerpicava per le strette curve della strada, Cristina guardava fuori dal finestrino e il suo sguardo si perdeva dentro un “oceano” di verde costituito da alberi di varie specie come querce, castagni, faggi e poi macchie di ginestra che facevano contrasto con un cielo azzurro e libero da nuvole. A Cefalù, sul bus con lei era salita una coppia di signori anziani molto distinti, che sembravano in confidenza con l’autista, con il quale conversavano sin dalla partenza e che la guardavano incuriositi. Il bus si fermò, dopo una serie interminabile di tornanti e gli occhi di Cristina furono rapiti dalla bellezza del Santuario dedicato alla Madonna di Gibilmanna e dalla piazza che accoglieva i visitatori come in un abbraccio. Tutto intorno solo boschi a perdita d’occhio e un cielo di un azzurro mai visto. Sia lei che gli anziani coniugi furono accolti da frate Angelo che gestiva l’arrivo degli ospiti, accompagnandoli nelle “celle”, ovvero le antiche celle dei monaci, ristrutturate a stanze per ospitalità e che spiegava gli orari e le regole per la permanenza. Dopo l’arrivo e la sistemazione nella sua “cella”, una piccola stanza arredata in maniera essenziale, Cristina fece una doccia, pranzò e poi andò a riposare. Si svegliò dopo un paio di ore con un “rumore” che non sentiva da tempo: il silenzio, sì il silenzio abitato dal vento tra le chiome degli alberi, dalle cicale e da qualche cinguettio di uccellini che si godevano l’ombra del chiostro. Chiuse gli occhi per concentrarsi su quel silenzio così nuovo per lei e così desiderabile, quel silenzio non vuoto, ma pieno di vita, tanto che ebbe voglia di alzarsi e scoprire meglio il luogo. Uscendo dal convento si trovò nella piazza assolata e deserta, si accorse che la porta della chiesa era aperta, così volle entrare per vedere la famosa statua della Madonna di Gibilmanna opera del Gagini. Entrando, le sembrò di sentire un lamento, guardò verso l’altare centrale, e vide seduto proprio lì davanti, un frate molto anziano, con una lunga barba bianca, che stava pregando, ma quella preghiera sembrava un lamento all’inizio incomprensibile, poi….”Ave Maria, gratia plena….Patre Nostru….Gloria ‘o Patri, ‘o Figghiu,’o Spiritu SSSantu”…era un misto di latino e siciliano che il frate recitava seguendo il ritmo del suo respiro con tutta le devozione e l’abbandono di un figlio. Cristina, in silenzio si sedette, chiuse gli occhi e cercò di seguire quel ritmo…quella preghiera le ricordava la preghiera dei monaci buddisti, quella degli Indiani d’America, quella dei rabbini e degli imam, era come se pregare, seguendo il ritmo del respiro, la mettesse in contatto con l’universo, con la sua umanità e il suo desiderio di pace. Rimase così per un po’, poi uscì senza fare rumore. Il pomeriggio filò via verso la cena, che avvenne nel refettorio, dove ritrovò la coppia di signori anziani che l’invitarono per una passeggiata subito dopo. Non avrebbe mai dimenticato lo spettacolo di un bellissimo cielo stellato, mai visto così in città, dove le luci impediscono alle stelle di essere visibili.
Quella notte Cristina dormì profondamente, come non faceva da tempo, al risveglio andò a fare la sua solita corsa mattutina e correndo sentì entrare nei suoi polmoni l’aria pulita di quel bosco, assaporando una nuova sensazione di libertà. Prima di rientrare nella sua stanza, notò una donna anziana che con l’aiuto di un bastone faticosamente stava entrando in chiesa. Incuriosita la seguì e vide che la donna dopo essersi inchinata davanti all’altare con difficoltà, ma con un viso sereno si avvicinò e aiutandosi con il bastone, attirò a sé un piccolo sgabello con due scalini che stava sotto l’altare e, senza pensare al pericolo, ci salì sopra, tirò fuori dalla borsa una piccola busta di carta, la aprì e davanti al tabernacolo sparse una quantità di gelsomini che in poco tempo inebriarono di profumo la chiesa. Cristina guardava stupita questa scena e non capiva perché quella donna rischiava una caduta a quell’età, per mettere dei fiori sull’altare. Dopo che la sig.ra tornò a sedere su un banco della chiesa, non resistette alla curiosità di chiedere: “Buongiorno sig.ra, mi scusi se la disturbo, ma ho visto che ha messo i gelsomini davanti al tabernacolo e volevo sapere come mai porta i fiori sull’altare dove già i fiori ci sono?”, l’anziana donna la guardò dritta negli occhi, con i suoi occhi verdi mare, contornati da una rete di rughe, ma non per questo meno belli e le disse: “Signurina, da vent’anni ci portu i gelsomini ‘o Signuri, ogni jornu, fino a quannu la pianta li fa….’u Signuri vinni nta lu senu di Maria…Diu s’ammiscau cu la nostra povertà di criaturi, ni desi ‘a so vita pi nostri piccati e jo ci fazzu compagnia ogni jorno e ci portu i ciuri chi fannu ciaru, per onorare lu nostru Signuri e Creaturi”. Cristina, commossa, accennò a un sorriso, rimase in silenzio per un po’ e poi tornò fuori.

Mischiare
(di Sergio Busà)

Pare che il brodo primordiale sia stato il primo miscuglio della storia. Opera di un Dio o capriccio del caso, in esso si sono mischiati composti chimici organici e inorganici, dando origine alla vita sulla terra. Non è detto che ci sia una ricetta dietro; e anche quando ci fosse stata una precisa volontà di mischiare, il risultato sarebbe stato impossibile da prevedere. È l’eterogenesi dei fini, incubo dei complottisti: per quanto si tenti di controllare un’azione, non si possono determinarne gli esiti in ogni aspetto. Ci saranno sempre delle sorprese.

Mischiare è un’azione entropica, che tende verso un caos creativo. Richiama un altrove in cui i destini non sono ancora stati scritti e restano ignoti fino alla fine. Mischiamo quindi le carte in tavola, non sia mai che qualcuno bari. In modo simile, chi dipinge mischia bene i colori, le cui combinazioni sono infinite. Così come sono infiniti i piatti che si preparano in cucina, mischiando gli ingredienti, con dosi precise o con un po’ di fantasia, per nutrirsi e per il piacere del palato.

Nella confusione di una rissa invece ci si picchia, si “mmiscunu tumpulati”, per dirla in dialetto siciliano. E bisogna fare attenzione, specie di questi tempi, a non “mmiscari malatie”, a non ammalarsi e a non contagiare nessuno. L’ordine, in tutti i sensi, è evitare di mischiarsi tra la gente, perché se il puro non si confonde e non si contamina, l’impuro è frutto del miscuglio e del caos. Il caos impuro di due corpi che si mischiano in una notte d’amore, confondendosi e ritrovandosi negli sguardi reciproci, in una carezza sul viso, in due mani che si stringono. Due corpi che si abbandonano in un brivido e che, forse, danno un senso alla propria vita.

Musciria/ti
(di Margherita Puccia)

“Musciria bene che ssi mmidda!”.
Questo il grido di battaglia col quale, ogni domenica mattina, mia madre mi esortava a mescolare il sugo, cosicché non si unisse in matrimonio con la pentola!
Afferravo quindi il mio bel cucchiaio di legno e, imprimendo su di esso un movimento rotatorio perenne, iniziavo a disegnare tanti cerchi concentrici . Quel vortice attirava pian piano la mia attenzione tanto da farmi cadere in una sorta di trance, complice anche il delizioso profumo che quella “sassa” purpurea emanava.
In effetti, più che mescolare la salsa, iniziavo a mescolare pensieri, immagini e sensazioni; come il serpente emerge lentamente dalla cesta dell incantatore così questi risalivano dal fondo della pentola annebbiando il mio stato di coscienza.
Flash improvvisi: uno sguardo non ricambiato, una parola detta male, la sensazione di meritarsi un genitore diverso, la scelta sbagliata, rabbia brucente… ahi! Ecco riapparire la pentola e con lei una strana sensazione di dolore sulla mano… nulla di che, solo pomodoro saltato fuori in cerca di strade alternative, ottimo per un veloce assaggino.
Quel gorgo scoppiettante peró reclamava subito la mia attenzione… ed ecco sopraggiungere splendide risposte mai date in scenari tanto desiderati, emozioni finalmente parlanti e mazzi di chiavi per blocchi dell anima.
I sentimenti fluivano con il pomodoro, la cipolla si dissolveva tra le parole, l olio incorniciava i volti.
L arte del mescolare è un’arte meditativa, riporta a casa frammenti di te dispersi nel tempo. È un’arte alchemica, capace di fondere ciò che apparentemente di diverso alberga in noi in ciò che ci rappresenta: l Io.
E ancor oggi continuo a musciriari, e a meditare… e di domenica in domenica, sugo dopo sugo, la vita ha sempre più gusto.

Non solo ricordi.
(di Giusi Di Bella)

Uscì dalla stanza adibita ad ufficio dal gestore della caffetteria. I suoi 800 euro mensili erano già stati accreditati sul conto, lei poteva tornare quando voleva, se lo avesse voluto. Marika guardò con occhi nuovi l’ampio locale illuminato da una larga vetrata contornata da una tenda pesante a fiori, i tavolini quadrati, il bancone dietro cui Pietro sciacquava le tazze prima di riporle nella lavastoviglie. Cercò Pamela. Erano diventate amiche nei tre mesi che erano passati da quando aveva iniziato a lavorare nella caffetteria. La vide accanto al frigorifero a due ante, grande e massiccio come un lottatore di sumo, e le andò incontro. Si rese conto di sorridere come da tempo non le accadeva. Adesso aveva la somma di denaro che le occorreva.
– Così oggi hai finito? – le chiese Pamela guardandola con i suoi buoni, grandi occhi neri. Nel suo sguardo c’era un misto di tenerezza, di rimpianto e di solidarietà.
– Ho finito, Pam. Ma ciò non vuol dire che non continueremo a vederci. Non scappo via per sempre. Non sparirò.
– Sai, sono proprio curiosa di vedere la faccia di Naso sottile quando capirà che non lavori più qui.
Naso sottile. L’avevano soprannominato così quel tipo timido e smilzo, dal naso lungo e stretto simile a una vela, che tutte le mattine verso le undici veniva a prendere un caffè e un dolcetto. Era assistente nello studio dentistico a due porte dal bar. Pamela era convinta che si fosse innamorato di Marika; Marika, ad ogni battuta di Pamela al riguardo, si scherniva e sminuiva la cosa.
– Dai, Pam, sempre con questa storia. Cosa vuoi che ti dica? Mi spiace, se ne farà una ragione.
L’abbracciò e staccandosi aggiunse sorniona: “Almeno per il momento!”. Si promisero di ritrovarsi ancora.
Quattro fermate di metro e giunse a casa. Come si aspettava, dentro era buio. L’unica luce tenue proveniva dalla stanza in fondo al corridoio dove suo padre trascorreva le serate sulla sua poltrona di velluto marrone a coste che aveva visto tempi migliori. Già sapeva: avrebbe visto un uomo solo, non più giovane, non tanto vecchio, gli occhiali da lettura sul naso, la barba trascurata che veniva aggiustata ogni tre giorni: nei suoi ricordi la sentiva morbida come pelo di cincillà; sarebbe stata investita dall’aroma dolce e speziato del tabacco di pipa; conosceva bene il cerchio di luce che la lampada da terra rimandava nell’angolo, tra il comò con lo specchio e il termosifone. Entrando nella stanza, non la sorprese neppure il saluto a mezza voce che lui le ricambiò.
– Hai finito … stasera? – le chiese.
Marika sussurrò un sì e ingoiò lo sguardo serio di suo padre. Tra tutte le cose che conosceva, Marika sapeva anche che suo padre non approvava il progetto che lei aveva covato, per cui si era data da fare, che stava per realizzare. Forse era gelosia, forse attaccamento, forse persino invidia. Niente di tutto questo o tutto questo insieme, chissà. Lui fin lì non ci era mai arrivato e un tarlo gli lavorava dentro al solo pensiero di quello che stava per accadere.
Inevitabilmente lo sguardo di Marika ricadde sulla foto nella preziosa cornice d’argento martellato, l’unica esistente in casa, che suo padre aveva strategicamente appoggiato sul tavolino basso, accanto alla vecchia poltrona. Le sorrise il volto esotico di sua madre Chiyo. Oltre la foto, di lei le restavano il kimono di seta bianca ricamato a mano, indossato il giorno delle nozze, gli occhi allungati, il sangue mescolato di due razze che le circolava nelle vene e il ricordo dei racconti uditi da bambina. Anni fa, sua madre le narrava di una terra lontana, una terra dalle persone rigorose e miti, persone gentili che si inchinavano per salutare; una terra dove i giardini erano fatti di sabbia e pietre, piena di santuari e bellissimi templi, uno persino d’oro; una terra dove c’erano statue di divinità giganti, con posti dove i cervi camminavano indisturbati tra la gente. Sua madre l’aveva lasciata per amore e ormai non vi avrebbe mai fatto ritorno.
Si impose di non farsi influenzare dall’atteggiamento duro di suo padre e salì in camera. Aveva un appuntamento che rimandava da tempo e ora le occorreva solo determinazione.
Accese il computer e si portò direttamente al sito aggiunto ai Preferiti che monitorava da settimane. Tenne a portata di mano passaporto e carta di credito e cominciò l’operazione. Sentiva le gambe molli e la testa in fiamme, le mani tremavano. Marika si impose la concentrazione. Transazione eseguita. Stampò la prenotazione: tenere quel foglio in mano era il modo per cominciare a concretizzare il suo sogno, quello che inseguiva da anni e per cui aveva lavorato negli ultimi tre mesi.
Si appoggiò allo schienale della sedia. Milano – Tokio. Giappone, arrivo.

Buona Pasqua

“Impariamo l’arte dell’amicizia vivendo l’amicizia per l’arte. L’amicizia non è un fatto scontato. Si costruisce col contributo di chi intende viverla, con le “regole” non scritte del rispetto, dell’ascolto, della dedizione, dello spirito d’iniziativa. Anche questa è un’arte.” ( Manifesto Bombacarta)
Gentili amici,
una delle cose fondamentali che stiamo imparando è l’importanza dell’altro, ancor di più la necessità di una scelta fatta di responsabilità e bene nei confronti dell’altro, perché l’altro sono io e la misura del bene non si limita a un metro. E’ l’inizio di una relazione nuova, coraggiosa nella sua essenzialità, pulita da fronzoli di pregiudizi e luoghi comuni.
La relazione è un arte: l’augurio più bello che possiamo farci e di continuare a coltivare questa arte, un assembramento che conoscerà nuovi modi, laboriosi e creativi.
Buona Pasqua!
I Terremoti di Carta

Un libro ha scelto me: “La vita delle ragazze e delle donne” di Alice Munro “Le vite degli altri sono noiose, semplici, meravigliose e insondabili – grotte profonde con un pavimento di linoleum da cucina.”

“Le vite degli altri sono noiose, semplici, meravigliose e insondabili – grotte profonde con un pavimento di linoleum da cucina.”

“E se la felicità a questo mondo consiste nel credere in quello che hai da vendere, beh,allora mia madre era felice. Il sapere era tutt’altro che poco entusiasmante per lei; era una cosa bellissima. Anche in quella fase della vita le dava pura gioia scoprire dove si trova il mare di Celebes, o palazzo Pitti, saper nominare le mogli di Enrico VIII nell’ordine corretto, essere informata sul sistema sociale delle formiche o sui metodi di macelleria sacrificale in uso presso gli aztechi, come di ingegneria idraulica a Cnosso. Si scordava il resto, quando parlava di queste cose; le raccontava a tutti. ” Certo che tua madre ne sa , eh, di cose”, commentavano zia Elspeth e zia Grace serene, senza invidia, e mi rendevo conto che per alcune persone, forse per la maggior parte, il sapere era giusto una bizzarria, un’escrescenza anomala, tipo le verruche.
Personalmente condividevo invece l’appetito di mia madre, era più forte di me. Adoravo i volumi dell’enciclopedia, il loro peso( di mistero, di notizie strabilianti) quando mi si aprivano in grembo; mi piacevano il pacato verde scuro della rilegatura, i caratteri d’oro spigolosi e sfuggenti dei dorsi. Ad apertura di pagina potevano mostrarmi l’acquaforte di una battaglia in corso nella brughiera con magari un castello sullo sfondo, oppure nel porto di Costantinopoli. Spargimenti di sangue, annegamenti, teste mozzate, cavalli in agonia, il tutto tratteggiato con lirismo decorativo, e straordinaria mancanza di realismo. Ne ricavavo l’impressione che in tempi storici il clima avesse sempre una qualità drammatica, nefasta; che il passaggio si accigliasse, il mare irradiasse corruschi bagliori metallici in varie sfumature di grigio. Ecco Charlotte Corday in cammino verso la ghigliottina, ecco Maria Stuarda diretta al patibolo, e l’arcivescovo Laud nell’atto di elargire la propria benedizione a Strafford attraverso le sbarre della sua cella di prigioniero: nessuno dubitava che avessero precisamente quell’aspetto, in tonaca nera, le mani levate in alto, i volti esangui, eroici, composti. Naturalmente l’enciclopedia aveva anche altre immagini da offrire….Io preferivo la storia. In modo inizialmente casuale e in seguito sempre più sistematico imparavo cose dell’enciclopedia. Avevo una memoria fenomenale. Imparare elenchi di fatti era per me una sfida irresistibile, come provare a percorrere un isolato intero saltellando su un piede solo..”

Sera a Cape Code (1939) – Esercizi di scrittura.

Ispirati dal genio artistico di Edward Hopper, i vostri contributi.

 

Solo un riflesso
(di Sergio Busà)

Il sole non è più alto in cielo e insieme alla sua luce disegna anche delle ombre sul viso di lei, che guarda in basso con le mani conserte, nascoste sotto i gomiti. In piedi, i capelli accuratamente sistemati dietro la nuca, un po’ grigi, o forse è solo il riflesso della luce a farli apparire tali. Indossa un vestito verde, lungo sotto il ginocchio. Si stringe come se sentisse freddo e forse davvero lo sente.

Il vento accarezza fili d’erba secca, trasformando il prato in un mare cangiante di gradazioni di giallo. L’erba è alta, da tempo nessuno la taglia intorno alla casa, che continua a stagliarsi, ogni giorno un po’ meno bianca, davanti alla foresta che, fitta d’alberi e d’oscurità, sembra avvicinarsi. Pare che i rami di un albero ormai prossimo si tendano per entrare dalla finestra aperta. Forse anche per questo entra meno luce attraverso le pieghe delle tende, bianche ma non certo abbaglianti. In compenso, non c’è una tegola fuori posto o un asse di legno non allineato. Quando arriverà l’inverno, questa casa resisterà.

Lui sta davanti alla porta d’ingresso socchiusa, seduto su uno scalino, piegato in avanti, i muscoli tesi, che risaltano molto nel suo fisico più magro che asciutto, sotto una maglietta di cotone bianca come la casa. Anche i suoi capelli sono più bianchi che altro, ma forse è solo il riflesso della luce. Allunga una mano per attirare l’attenzione del cane, volge il palmo verso l’alto, forse nell’ombra della sua mano si nasconde un biscotto. Non si sa da quanto tempo lui sia lì, con la mano tesa. Non sorride, forse non guarda il cane, forse fissa stancamente l’erba alta e pensa come fare per tagliarla.

Il cane, un Rough Collie, lo ignora, si volta, guarda altrove. Sotto l’erba si muove qualcosa, potrebbe essere un pericolo per i suoi umani, forse qualcuno sta arrivando, non è certo il momento di annusare biscotti. Può darsi. O magari, quel movimento, è solo un riflesso della luce.

 

 

Preludio
(di Francesco Furchì)

O la tenera sera che tutto avvolge col suo velo fresco e odoroso! Quando le ombre si fanno più lunghe, ma è ancora tanta la luce.

Allora gli umani, col senso segreto prima tenuto da canto, cedono a poco a poco al desiderio di scivolare nel mistero che li circonda, mistero essi stessi, nonostante le abitazioni ben fabbricate, le fogge consuete del vestire, le note abitudini e le previsioni sensate.

In qual gioco nell’erba dorata una coppia attempata segue con carezzevole sguardo l’amico a quattro zampe, mentre fruscia felice tra gli steli e accoglie la moltitudine screziata degli odori, senza respingerne alcuno?

Sulla soglia elegante di casa, appoggiati ai solidi muri, l’uomo e la donna già sentono che il limitare del bosco li chiama con voce silente, nell’aura di penombra e di brulicante frescura, preludio al balsamo dolce che a breve li libererà.

Nell’illusione adusata, nel chiuso protetto della cara dimora, nei soffici letti, il sonno gentile lascerà che siano anch’essi cane ed erba e bosco e stanze, nel mare ove tutto s’accoglie, ogni nome e ogni volto, ogni suono e colore ed essenza, ogni gioia e dolore, nel mare senza tempo che ristora di notte ogni cuore.

Finché non si torni al mattino a far finta di essere svegli, di scorgere il vero, a sapere per certo di tutto i contorni sfuggenti, il chi, dove, che cosa, il quando e il perché…

 

 

L’attesa
(di Francesco Scattareggia)

Alla fine della fitta boscaglia ecco che appare una piccola casa dai muri bianchi e una distesa di erba dorata, illuminata dalla luce del sole che sta per calare.

Un donnone fasciata da un lungo abito blu che lascia scoperto solo l’ultima parte delle gambe, sta appoggiata al muro accanto alla porta di casa, con lo sguardo rivolto in basso e le braccia conserte, in atteggiamento pensieroso.

Accanto a lei, seduto sui gradini dell’uscio di casa, un uomo, vestito di panni da lavoro, allunga la mano destra verso l’erba alta come se volesse toccarla per giocare. Il suo sguardo sembra perso nel vuoto, la sua presenza lì, su quegli scalini, è solo fisica: chissà dove sarà con i suoi pensieri.

Poco più distante un bellissimo cane, stile Lassie, con la coda ben tesa, fissa in lontananza qualcosa come se aspettasse di vedere arrivare qualcuno da un momento all’altro. Il suo è un atteggiamento più speranzoso a differenza di quello dell’uomo e della donna che sembrano stare lì più per un dovere che per una certezza che qualcuno arriverà o qualcosa accadrà.

E’ un’attesa vissuta in tre modi diversi: sono lì, a poca distanza l’uno dall’altro, ma è come se fossero in tre posti lontani, ognuno nella sua solitudine.

 

 

SALLY E JACK
(di Rosa Sturniolo)

La fine dell’estate si annunciava con una brezzolina fresca, che però non impediva a Sally e a Jack di godersi gli ultimi scampoli del sole pomeridiano. Avevano trascorso la loro giornata come sempre, ripetendo gesti e consuetudini, come la passeggiata mattutina o la lettura del giornale dopo pranzo, che però erano più monotoni da quando la loro unica figlia Amy si era trasferita in città per frequentare il college. C’era Charlie, il loro cane, a farli sentire meno soli e ad animare le loro giornate. Erano usciti sulla porta di casa per giocare con Charlie, ma Sally sentiva un po’ di freddo e pensava di rientrare in casa a prendere lo scialle di lana leggera che teneva a portata di mano. Ogni volta che si avvolgeva in quello scialle, ritornava alla sua mente il ricordo di sua zia Mary, che glielo aveva lasciato in “eredità”, visto che Sally da ragazzina le diceva sempre che le piaceva la sfumatura di verde smeraldo della lana con cui la zia lo aveva confezionato, e quindi, a forza di dire che le piaceva, la zia glielo aveva regalato.  Era speciale zia Mary, sapeva fare tutto, cucinare, cucire, ricamare, lavorare a maglia, tutto quello che poteva fare di lei una moglie perfetta, ma poiché non si era mai sposata, questi “talenti” li mise a disposizione di Sally, sua unica nipote. Andare a casa di zia Mary significava immergersi nel profumo dei biscotti preparati ogni giorno e che erano, insieme con le torte alla frutta, l’obiettivo a cui Sally puntava entrando nella cucina della zia. Sally, indossato lo scialle, tornò fuori ad osservare Jack che lanciava lontano un giocattolo a Charlie, che come tutti i cani, si premurava a scovarlo tra l’erba e a riportarlo al suo padrone. Avevano preso in casa un cane, quando Jack era andato in pensione. Aveva lavorato per 40 anni nell’ufficio postale della loro cittadina e stare a casa da pensionato, lo aveva rattristato al punto da non volerne uscire più. Amy allora, aveva pensato che la presenza di un cucciolo in casa avrebbe dato un po’ di gioia ai suoi genitori, anche in vista del suo allontanamento da casa per andare al college. E fu così che arrivò Charlie, chiamato così con il nome di un figlio maschio mai nato, che “costrinse” Jack ad occuparsi di lui e a recuperare un po’ l’interesse per la vita. Quel pomeriggio sembrava che il tempo scorresse come sempre e che nulla dovesse succedere, ma ad un certo punto Charlie si girò, puntando l’orizzonte e non ascoltando il richiamo di Jack…il cane aveva sentito che arrivava qualcuno e fissava lo sguardo, tendendo le orecchie per capire se si trattava di amici o estranei. Sally si accorse che Charlie aveva puntato l’orizzonte e cercò di vedere chi poteva arrivare alla loro casa. Sentì il suo cuore sussultare, forse era Amy che tornava, facendo loro una sorpresa? Tra poco l’avrebbe saputo e sentì che la brezzolina non era più fredda come prima.

 

 

Gli anni di Elisa
(di Margherita Puccia)

Come scorrono gli anni… ed io mi ritrovo qui, in questa vita che mi sta stretta. Vivo dentro questo consunto vestito perbenista di vellutino di seta già da troppo tempo.
Ma guardati Elisa, guardati! Come sei anonima col tuo fiero colletto clericale e la chioma così disciplinata. Soffoco all’ Odor di lacca che tutte le mattine continuo a spruzzare nell’intento di domare l’ultimo anelito di libertà che mi rimane.
Hai scelto di rimanere con lui, nella buona e nella cattiva sorte.
Guardami! Non percepisci più nemmeno il distacco dei miei occhi che ti osservano ma non ti vedono. Occhi impegnati ad immaginare la vita che vorrebbero.
Pallido, smunto, siedi, in questo splendido pomeriggio di ottobre, sull’uscio di casa e non l’abbandoni. È li che vuoi rimanere, attaccato alle tue certezze.
Mi sono sempre chiesta come siano i tuoi capelli. Tu li hai sempre rasati. Sei biondo o moro? Riccio o liscio? Ribelle o disciplinato? Che ne sai tu della tua vera natura! Che ne sai di cosa significhi libertà.
Me l’hai sempre negata. O forse me la sono sempre negata.
Adesso voglio solo godere di questo caldo vento e questa dolce luce del meriggio per fuggire dalla Mia esistenza. Dal mio corpo…
E allora potrei essere altro! Si! potrei essere Apollo! e come lui scorazzare tra l’erba e lasciare che questa brezza mi accarezzi e mi consoli.  Potrei ascoltare ogni più insignificante suono e giocare con qualsivoglia cosa susciti la mia curiosità.
E non pensare al domani.
E nemmeno all’oggi.

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